La più piccola – La recensione in anteprima del film di Hafsia Herzi

Adattamento cinematografico dell’omonimo romanzo autobiografico del 2020 di Fatima Daas, La più piccola (La Petite Dernière) sono centoquindici minuti di coming of age che raccontano la storia di Fatima, giovane ragazza figlia di immigrati algerini che abita nella banlieu parigina. Cammina sopra un filo molto sottile, Fatima, sospesa tra la volontà di rispettare i precetti della fede musulmana e il desiderio di esplorare nuove pulsioni e desideri.

Un film senza una vera identità ma comunque sincero, presentato in concorso al 78º Festival di Cannes dove ha vinto il Prix d’interprétation féminine per la sua protagonista, l’attrice franco-algerina Nadia Melliti. La più piccola esce domani nelle sale italiane, distribuito da Fandango.

La paura di non appartenere

Avere diciassette anni e non trovare il proprio posto nel mondo. E’ la sensazione che assale Fatima quando si alza la mattina e che avvolge ogni suo pensiero. Incastrata tra le mura domestiche da una famiglia che la ama ma che non riesce a vederla davvero, incapace di scorgere i suoi tormenti interiori, Fatima non sa dove ‘stare’. 

Non sa dove stare perché la sua vita è in continua transizione: finire il liceo e iscriversi all’università significa uscire dalle logiche di periferia per scoprire i quartieri del centro valicando nuovi orizzonti, di pensiero e di vita. Significa trovare l’ambiente favorevole per sentirsi finalmente libera, libera di essere tutto, musulmana praticante e donna lesbica, figlia rispettosa e ragazza alla scoperta della propria sessualità. 

La visiera di un cappello, barriera che la separa dal resto del mondo e che si trasforma poco a poco in necessità che qualcuno possa riconoscerla davvero. E quel qualcuno arriva, Ji-na che fa l’infermiera, primo innamoramento e prima vera delusione d’amore. La regista Hafsia Herzi è brava e attenta ad accompagnare il ‘processo’ di apertura emotiva della protagonista, in un’alternanza tra campi lunghi e primi piani capace di restituire un senso di iniziale isolamento che, progressivamente, si trasforma in consapevolezza e in una più profonda connessione con sé stessa.

Consapevolezza significa anche dubbio, verso una famiglia dove solo tua madre sembra saperti ascoltare, verso una religione in cui credi e che non ti accetta per come sei (significativo in questo senso l’incontro tra Fatima e l’imam locale).

Perché amare liberamente non ti fa essere una buona musulmana? Chi decide cosa è giusto e cosa non lo è? 

Un’occasione (in parte) persa

Domande forti, ma che non trovano mai una risposta concreta all’interno del film, dentro una sceneggiatura prevedibile e troppo ricca di ‘già visto’. Un progressivo reiterarsi delle stesse situazioni che smorza l’efficacia di tutta la prima parte del racconto, verso un finale che riporta le pedine al punto di partenza. 

Di buono ci sono le interpretazioni: Nadia Melliti ha lo sguardo giusto per incarnare fierezza e paure di Fatima, un esordio per cui ha vinto il Prix d’interprétation féminine a Cannes e il premio César per la migliore promessa femminile. Efficaci sono anche le figure di contorno: la famiglia di immigrati algerini, gli studenti parigini provenienti dalla borghesia più agiata, le amiche-attiviste, ogni personaggio è un essere frastagliato che lascia un segno nel percorso di crescita della protagonista.

Di pochi giorni fa la notizia che in Italia il film sarà vietato ai minori di 14 anni. “Sono profondamente rattristata dalla decisione. Il film non contiene alcun riferimento sessuale esplicito ed è stato distribuito in tutto il mondo senza alcuna forma di censura. L’accoglienza degli spettatori è sempre stata molto calorosa e credo sinceramente che il film mostri la vita di un personaggio mai visto prima, importante per molte giovani donne.” ha spiegato Hafsia Herzi a margine di un incontro promozionale con la stampa.

Di certo ci auguriamo che possa trovare il giusto spazio nelle sale.

a cura di
Alessandro Bertozzi

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