Veronica Raimo: l’intervista in occasione di LSD Festival

Foto di Alejandro Guyot Malba

In occasione della sua partecipazione, il prossimo 23 maggio, alla quinta edizione de LSD Festival 2026: Rompiamo le righe – Radici profonde per cambiare, abbiamo avuto il piacere di intervistare Veronica Raimo per esplorare il suo processo creativo.  Autrice versatile che spazia dai romanzi, alle poesie, alle sceneggiature per il cinema, ci racconta come nasce la sua passione per la scrittura e come riesce a mantenere una nitidezza narrativa anche di fronte a temi complessi e profondi.

In questa intervista, l’autrice riflette sul peso emotivo delle storie, sulla contaminazione tra diverse forme d’arte e sulla possibilità che il talento si perda nei meandri delle proprie ossessioni.

Come è nata la sua passione per la scrittura? Come ha capito che quello era il suo talento?

Il mio percorso verso la scrittura è stato, per certi versi, fortuito. Nonostante fin da piccola amassi inventare storie, non avevo mai proiettato su me stessa il sogno di diventare una scrittrice; era un desiderio che restava sullo sfondo, senza una forma precisa.

La svolta è arrivata dopo la laurea, grazie a una borsa di specializzazione a Berlino. Per la prima volta non dovevo più mantenermi facendo la cameriera: avevo uno stipendio vero pagato dall’università. Questa nuova stabilità economica ha generato qualcosa di inaspettato: il tempo.

Proprio in quel periodo mi resi conto che la carriera accademica non faceva per me. Così, complice la libertà mentale data dalla borsa di studio, iniziai a scrivere. All’inizio non sapevo nemmeno io cosa stessi producendo; mi sembravano semplici appunti di lavoro, riflessioni sparse che inviavo alla casa editrice Minimum fax con cui già collaboravo come traduttrice.

Senza che me ne rendessi pienamente conto, quei frammenti hanno iniziato a comporsi, dando vita al mio primo romanzo. È stato l’incontro con un editore che ha creduto nel mio potenziale a cambiare tutto: vedere qualcuno che scommetteva seriamente sulla mia scrittura mi ha dato la spinta per intraprendere questo percorso con una nuova consapevolezza.

Ha scritto romanzi, poesie, sceneggiature per il cinema, esplorando temi come legami familiari, il corpo, il desiderio, il potere, la violenza, c’è un tema di cui ancora le sembra non si sia scritto abbastanza  e che vorrebbe esplorare?

Onestamente, non saprei. Non ci ho pensato, anche perché in realtà non ragiono molto per temi. Secondo me i temi sono qualcosa che si può far derivare a posteriori da quello che si è scritto; non è che mi metta lì con l’idea di dire: “oggi scrivo su questo argomento“. È qualcosa che emerge mentre scrivo, ed effettivamente scrivo perché mi piace farlo.

Quelli citati sono macro-temi: il corpo, i legami familiari…ma in fondo, tutto è riconducibile a quelli. Che cos’è che non è corpo? Che cos’è che non è desiderio? Volendo, si può riportare ogni cosa a queste radici. Quindi non direi che ci sono temi inesplorati per me.

Piuttosto, se devo pensare a una mancanza, mi viene da dire che, per quanto mi piacciano le nuove narrazioni ibride che mescolano memoir e saggistica, avverto l’assenza della saggistica nel vero senso della parola. Mi riferisco alla saggistica pura, alla filosofia intesa in senso stretto. Oggi la filosofia, così come la scienza, si sta spostando sempre di più verso la divulgazione. Invece, secondo me, bisognerebbe rivalutare i saggi di teoria, la teoria critica, i saggi di critica radicale. Ecco, quella è una direzione che mi interesserebbe.

Qual è il primo gesto che fa quando si siede a scrivere? Ha dei rituali? So che è un po’ scaramantica.

Tendenzialmente mi piace scrivere a mano, su un quaderno. Mi piace scrivere nei bar e mi piace bere mentre lo faccio. C’è poi tutta una fase successiva in cui recupero il materiale e lo passo al computer, ma quella non la considero il vero momento creativo.

La creazione avviene lì: al tavolino di un bar, a mano, su un quaderno. Mi rendo conto che oggi sia una cosa particolare, perché quasi nessuno scrive più a mano, ma a me piace tanto. Soprattutto per le cose a cui tengo davvero, come i romanzi o i racconti. Se devo scrivere un articolo mi metto al computer perché è più pratico, magari ho un limite di battute e riesco a regolarmi meglio; ma se devo scrivere qualcosa di creativo, preferisco il quaderno. Mi sento più ispirata, o forse è solo un’abitudine che mi rende tutto più naturale.

C’è qualcosa che si è pentita di aver scritto, o una volta pubblicato il libro non ci pensa più?

Eh no, pentita proprio no. Però, ecco, mi capita magari di rileggere delle cose e pensare che oggi le cambierei; è anche per quello che tendo a non rileggere troppo quello che ho già scritto.

È ovvio che la scrittura sia un processo in continuo divenire, di trasformazione, quindi è normale che se penso al mio libro d’esordio oggi magari lo riscriverei in maniera diversa, o forse non lo scriverei proprio. Ma non perché sia pentita, semplicemente perché ora “sono da un’altra parte”.

Mi sembra giusto che ogni libro, ogni cosa che uno scrive, rispecchi quel determinato momento. Io non la vedo neanche come un’evoluzione, ma proprio come momenti diversi, come versioni di quello che si è stati. Non c’è per forza un’evoluzione, ma semplicemente un cambiamento.

A me sembra che nelle cose che ho scritto ci sia una sincerità rispetto al momento in cui mi trovavo. Anche perché non è che abbia scritto così tanto nella mia vita, non ho pubblicato chissà quanti libri. Quindi, di tutto quello che ho scritto, non c’è niente di cui mi penta.

Qual è, secondo lei, il complimento più bello che un lettore può fare a un suo libro?

Sono contenta quando chi legge mi dice che i libri sono scritti bene, questa è una cosa a cui tengo. Più che per commenti che hanno a che fare con il piano emotivo, tenendoci molto allo stile, sono soddisfatta quando mi dicono che scrivo bene.

La sua scrittura riesce a mantenere una grande nitidezza anche quando affronta temi complessi. Come riesce a bilanciare la precisione del racconto con il peso emotivo delle storie che sceglie di raccontare?

Non credo che per sviscerare un argomento complesso, duro o con un particolare peso emotivo, ci sia bisogno di una lingua altrettanto complessa o “barocca”.

Al contrario, prediligo uno stile asciutto e cerco di essere il più precisa possibile. La confusione stilistica è qualcosa che non mi appartiene. In generale, ricerco una certa nitidezza. Mi piacciono quelle scritture capaci di evocare immagini spiazzanti e inedite, che però restino estremamente nitide e chiare.

Il tema di questa edizione del Festival “Rompiamo le righe” al quale parteciperà il 23 maggio suggerisce un atto di disobbedienza. Nel suo percorso professionale, qual è stata la riga più difficile da spezzare e quale, invece, ha infranto con più soddisfazione?

Guardando al mio percorso, mi vengono in mente due “righe” particolarmente difficili da spezzare. Sicuramente, all’inizio del mio percorso, mi rendo conto di aver cercato molto l’approvazione maschile. L’editoria era un ambiente profondamente maschilista, non che oggi la situazione sia totalmente cambiata, ma un po’ lo è, e io, in retrospettiva, vedo quanto cercassi quel riconoscimento in ciò che scrivevo.

Ricordo che se qualcuno mi diceva: “Il tuo libro sembra scritto da un uomo“, lo prendevo quasi come un complimento, come una nota di merito. Spezzare questa riga ha significato intraprendere un percorso di pratiche femministe per riconoscere quel maschilismo interiorizzato. Non è stato facile: arrivare a questa consapevolezza non è stato un atto immediato.

L’altra sfida, su cui oggi io e mio fratello ridiamo con grande complicità, è stata quella di dovermi “smarcare” da questa sorta di affiliazione forzata. Per molto tempo sono stata considerata quasi esclusivamente come la sorella di Christian.

All’inizio ho subito molto questa mancanza di autonomia identitaria. Oggi, per fortuna, abbiamo entrambi due identità professionali molto distinte e siamo molto complici, ma l’affrancamento da quell’etichetta è stato un passaggio fondamentale del mio percorso.

Fidenza ospita un progetto che intreccia libri, suoni e destinazioni. Per un’autrice così attenta ai linguaggi contemporanei, quanto conta la contaminazione tra diverse forme d’arte ?

Le mie fonti di ispirazione sono molteplici. Il cinema viene prima di tutto, ma ho anche una grande frustrazione personale: avrei tanto voluto essere una musicista. Purtroppo non so suonare alcuno strumento, quindi non è andata a buon fine!

Tuttavia, mi rendo conto che mi interessa sempre di più esplorare la dimensione performativa. Mi piace leggere ad alta voce ciò che scrivo e sento una forte affinità con il teatro e la stand-up comedy. Credo moltissimo nella contaminazione, tant’è che spesso collaboro con amiche attrici e musiciste.

Questo mio interesse nasce anche da una constatazione: il piacere di leggere un libro supera quasi sempre quello di assistere a una sua presentazione, che a volte può risultare noiosa. Per questo cerco di contaminare il momento della presentazione editoriale con elementi diversi, nel tentativo di offrire al pubblico un’esperienza più coinvolgente e un piacere in più.

 Nel suo ultimo romanzo, che ho apprezzato molto, S. è una protagonista che disarma: ha un grande talento per la scrittura ma è annullata da un amore tossico, si autosabota nonostante sia capace di una lucida analisi sull’accaduto e su se stessa. Come ha lavorato per dare voce a questa vulnerabilità che non cerca mai la pietà del lettore?

Rispetto alla protagonista del mio ultimo romanzo, Non scrivere di me, quello che mi interessava era raccontare una storia che andasse oltre la semplice dinamica della relazione tossica o abusante. Volevo esplorare una parabola che trovo ancora poco indagata: quella del fallimento femminile.

Oggi sembra che dalla scrittura delle donne ci si aspetti sempre un percorso di riscatto, di emancipazione, qualcosa di edificante. Io, invece, volevo che la mia protagonista rivendicasse il diritto di fallire, di autosabotarsi, di “mandare tutto in vacca”. In un momento in cui sentiamo una forte pressione sociale a dovercela fare a tutti i costi, mi sembrava rivoluzionario poter dire: “e se invece decidessi di non farcela?”.

Questo discorso si lega molto al concetto di talento, che trovo scivoloso e spesso castrante. L’idea che il talento sia un dono che non deve essere sprecato è un concetto che mi infastidisce. Nessuno certifica cos’è davvero il talento, e anche ammesso che uno ne abbia, perché non dovrebbe avere il diritto di sprecarlo? C’è questa pretesa che, se hai una dote, tu debba necessariamente coltivarla, ma io credo sia importante rivendicare la libertà di non farlo.

Dennis May è un uomo che ha imposto un trauma e poi il silenzio. Perché era importante raccontare non solo l’abuso, ma anche quell’attesa paradossale della protagonista?

A me interessava raccontare cosa succede al desiderio nel momento in cui accade qualcosa di tragico e controverso come la violenza sessuale che la protagonista subisce. Il desiderio non si estingue istantaneamente; non funziona come un interruttore che si accende o si spegne.

Mi interessava esplorare come si possa convivere con il desiderio e con l’amore rimasto, pur essendo pienamente consapevoli della violenza subita. La protagonista non è un’incosciente, sa bene cosa è successo, ma rimane incagliata in un’attesa paradossale. È un’attesa consumata nel cercare una risposta di senso che lei crede possa arrivare solo da lui: diventa un’ulteriore ossessione.

In questo senso, lei compie scelte non esemplari secondo i canoni comuni: non denuncia, non ne parla con nessuno e resta cristallizzata in questo limbo. Volevo raccontare proprio quel disagio e lo scandalo etico di chi rimane intrappolato in un’ossessione amorosa per qualcuno che ti ha fatto male nel modo più violento possibile.

Ringraziamo Veronica Raimo per la sua sincerità e per averci ricordato che il talento più grande è, forse, quello di restare fedeli alla propria nitidezza, anche quando è scomoda.

L’appuntamento è per il 23 maggio a Fidenza in occasione di LSD Festival!

a cura di
Anna Francesca Perrone

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