Arriva al cinema il documentario su Egon Schiele, un’analisi intima nella vita dell’artista viennese capace di scardinare i canoni psicologici e morali del primo Novecento.
Dopo il successo di pubblico con Klimt & Schiele. Eros e Psiche, “La Grande Arte al Cinema” torna nelle sale italiane il 20, 21, 22 aprile con Tabù. Egon Schiele, prodotto da 3D Produzioni e Nexo Studios.
Il documentario, diretto da Michele Mally e scritto assieme ad Arianna Marelli, sceglie una soluzione narrativa originale, non limitandosi a mostrare le opere, ma ponendole in dialogo con il presente. A guidare la storia è l’attrice esordiente Erika Carletto, la cui presenza scenica e canora si fonde con la suggestiva colonna sonora della violinista Laura Masotto. Questo connubio crea un’atmosfera sospesa, richiamando le città di Vienna e Praga di inizio Novecento.

Trama
Vienna, primo Novecento. Mentre la città si crogiola negli ori decadenti di Gustav Klimt, un giovane uomo (Egon Schiele) abbandona la protezione del suo mentore (Klimt) per indagare l’erotismo, sottraendolo però al puro piacere.
La narrazione si snoda attraverso il contrasto violento tra la bellezza delle sue opere e la gioventù tormentata dell’uomo. Il rapporto tortuoso con la madre e la complicata relazione con Edith Harms, sposata nel 1915 dopo l’abbandono del grande amore Wally, trovano una connessione profonda con le centinaia di quadri e le migliaia di opere su carta.
Mediante l’intervento di esperti si scava nella gioventù del pittore, dove affondano le radici della sua intera malinconica esistenza.

Egon Schiele, il ragazzo dietro le opere
Nato a Tulln an der Donau (vicino Vienna) nel 1890, nonostante le radici borghesi, Schiele scelse di farsi martire della propria arte. Il documentario non tace sull’accusa di sequestro e la detenzione per corruzione di minore. Difatti, il pittore usava giovanissime modelle in pose esplicite, non per sterile voyeurismo, ma per documentare quel disagio esistenziale che la Vienna dell’epoca tentava disperatamente di nascondere dietro i merletti.
Schiele si muove fin da subito in controtendenza. Per lui, la realtà non va riprodotta, ma filtrata attraverso una lente intima individuale. Se l’Impressionismo cercava la luce esterna, la sua è quindi una tendenza pittorica dichiaratamente contrapposta, che rigetta l’imparzialità per abbracciare una soggettività radicale. Persino la natura perde ogni funzione decorativa per farsi simbolica, luogo di una spiritualità autentica e spesso brutale.
Il documentario sottolinea con dolcezza la sua cifra stilistica come puro atto di aggressione visiva. Il tratto di Schiele è, infatti, spezzato, tagliente, ansioso. Insomma “schizofrenico”.
I toni sono spesso violenti, lividi, sporchi. Un’impulsività irrazionale, che fissa sulla tela un’urgenza immediata, diventando anello di congiunzione tra il mondo esterno e il proprio tormento interiore.
Schiele opera una rottura definitiva con il codice estetico classico. Distanziandosi dal “bello” di facciata, valorizza il valore morale del brutto, vedendo nel decadimento e nella deformazione l’unica via per l’autenticità.
Il ritratto smette quindi di essere una celebrazione sociale per trasformarsi in un’indagine clinica dell’anima. Lo stile fortemente autobiografico fonde costantemente Eros e Thanatos ed è proprio qui che il docufilm trova la sua legittimità. L’estasi sessuale è sempre striata dal rigore della morte. Il corpo, per Egon, è specchio della mente, in cui ogni muscolo teso o arto contorto è un pensiero che prende forma carnale.

I luoghi
Il luogo in cui si apre il racconto è l’Atelier Egon Schiele, la casa con giardino dove il pittore abitò con il suo primo amore, la modella Wally Neuzil. Questo ambiente rappresenta lo spazio dell’intimità e della creazione, lontano dalle convenzioni morali dell’epoca che l’artista amava sovvertire.
Il documentario accompagna il pubblico a Krumau (oggi Český Krumlov, Repubblica Ceca) che oltre ad essere città natale della madre, diventa, negli ultimi anni, architettura del suo stile.
Ma è Praga a diventare il fulcro centrale della pellicola. Infatti qui, nel 1910, il passaggio della Cometa di Halley sancisce il fil-rouge del racconto, trasformando il luogo in uno spazio sospeso, una sorta di labirinto dell’anima.
La Vienna rappresentata è quella d’oro e decadente d’inizio Novecento, ma nel 1918, con il crollo dell’impero Austro-Ungarico, emerge il tema che contraddistingue i luoghi vagliati: la morte e la nascita di un nuovo mondo, metafora precisa della scadenza del tempo.

Il tempo
Se i luoghi fungono da cornice, è il tempo il ritmo febbrile che consuma l’artista. Ed è anche attraverso le parole d’introduzione alla proiezione di Didi Gnocch (la produttrice) che il “Tabù” del titolo non fa riferimento puramente alla sfera sessuale, ma allude anche al più fugace dei tesori.
Il racconto si snoda a partire dal 1910 con il passaggio della cometa, che funge da ponte unendo luoghi e destini lontani. Da qui si manifesta lo stile unico dell’artista, portandoci ancora oggi, a distanza di oltre 100 anni, a porci gli stessi interrogativi. Schiele costringe a riconsiderare i nostri tabù con uno sguardo rivolto al presente, creando un legame unico di introspezione e autoanalisi.
Il destino temporale lega ancora una volta Schiele a Klimt nel 1918, quando entrambi gli artisti vengono a mancare. Nello stesso anno, sul finire della Prima Guerra Mondiale, l’Impero Austro-Ungarico crolla, sottolineando il legame indissolubile con il concetto di eterno ritorno.

Conclusioni finali
Tabù. Egon Schiele non è una semplice biografia, ma l’immersione nell’anima di un uomo. Schiele ci ha insegnato che mettersi a nudo non è un atto di esibizionismo, ma di coraggio politico e personale.
In un’epoca che ci vuole esteticamente perfetti e filtrati, il suo tratto schizofrenico torna a graffiare le nostre certezze, ricordandoci che la verità risiede spesso in ciò che consideriamo sgradevole.
Questo documentario è un viaggio necessario, disturbante e profondamente umano. Un invito a guardare dentro le nostre ferite per trovarvi, finalmente, la nostra parte più autentica.
Perché l’arte di Schiele non vuole essere guardata, ma vuole essere sentita sotto la pelle.
a cura di
Simone Torricella

