La torta del presidente: lo sguardo di un bambino sull’Iraq degli anni ’90

In uscita oggi, giovedì 19 marzo, il film d’esordio di Hasan Hadi, La torta del presidente: una storia lontana nello spazio e nel tempo, in un Iraq dei primi anni ’90 dove la piccola Lamia viene sorteggiata per la preparazione di una torta speciale, un compito che rappresenta, al contempo, sia un ònere che un onóre.

Iraq, 1990.

Nelle brulle terre di un Paese in guerra, bombardato e ridotto alla fame dall’esercito statunitense, vige, obbligatoria, un’importante tradizione: i festeggiamenti del compleanno del Presidente Saddam Hussein, a cui l’intera popolazione deve prendere parte. 

E, alla vigilia del suo 50esimo compleanno, mentre nelle antiche paludi dei fiumi i contadini stentano a resistere all’aumento dei prezzi e ad una povertà che si fa, via via, sempre maggiore, Lamia viene scelta, suo malgrado, per un compito onorevole e temuto allo stesso tempo. La preparazione della torta di compleanno del Presidente, infatti, non funge solo da semplice rito, ma si configura come un impegno solenne, la cui inottemperanza sarà severamente punita.

Inizia, così, fra le strade polverose e gli stretti sobborghi della capitale, l’avventura della bambina che, tra sorprendenti incontri e mille peripezie, cercherà ostinatamente di portare a termine ciò che le è stato richiesto. 

Il mio viaggio in Iraq 

La torta del presidente è per un incredibile viaggio, attraverso i luoghi e gli spazi di un territorio a noi inaccessibile, dalla cultura antichissima ed estremamente affascinante. Un modo – forse l’unico, escludendo i social network – per entrare in contatto con queste terre ricche di storia, annusando il sentore di spezia tra i bazar e i suq, saggiando sulla lingua le tracce di polvere e la secchezza dell’aria, osservando i riti e le tradizioni di un popolo confinato ai margini del mondo. 

Con il suo film d’esordio, Hasan Hadi si concentra proprio su questo: partendo dall’episodio del sorteggio – proprio della sua infanzia e quindi insito nei suoi ricordi -, riavvolge il nastro, riportando in vita l’Iraq di inizio anni ‘90, di cui poco nulla è sopravvissuto. 

Per raccontare questa storia il regista si è affidato alle persone del luogo, senza l’utilizzo di alcun attore professionista e senza realizzare alcuna prova. Attraverso un lavoro di fiducia costante (che lo ha portato a conoscere meglio il cast) e diversi momenti di gioco sfociati, poi, in vere e proprie riprese – con i quali è stato in grado di preservare l’emozione che trasuda in ogni parte della pellicola -, Hadi è riuscito in questa piccola impresa, senza avvalersi di particolari servizi di produzione o troupe, impossibili da trovare in loco. 

Dal punto di vista visivo nessuna scelta risulta casuale, tutto è studiato alla perfezione. L’ambientazione iniziale nelle paludi mesopotamiche, le inquadrature con lo Ziggurat di Ur sullo sfondo, o la scena nel ristorante, luogo dove Saddam era solito mangiare da giovane: ogni dettaglio rivela un proprio messaggio, che rimane lì, in sospeso, in attesa di essere decifrato. In grado di raccontarci, da solo, la storia di un intero Paese, attraverso le sue persone e le sue immagini. 

Luci ed ombre 

La torta del presidente è film che vive di forti contrasti, lo si percepisce immediatamente. Fin da quel primissimo sguardo lanciato alle immagini iniziali – nonostante la color analogica e quasi patinata dei fotogrammi, dall’effetto vintage -, emerge un contrasto fortemente accentuato che, anche nelle scene più luminose, domina la pellicola, in un gioco costante di luci e di ombre. 

Tuttavia, il piano visivo non è l’unico dal quale emerga questo elemento, profondamente insito nella struttura stessa della pellicola. A livello narrativo, infatti, La torta del presidente accosta figure e situazioni antitetiche, portandoci a riflettere su tutti quegli gli aspetti assurdi e paradossali di cui il film è ricco. Come la contrapposizione tra la ricchezza apparente dell’ambiente cittadino e la povertà delle paludi e dei suoi abitanti, che, saldi nelle loro tradizioni e di umili origini, ciononostante dimostrano sempre una straordinaria e sconfinata accortezza. 

Ma anche l’effetto spiazzante suscitato dall’episodio che darà origine alle mille peripezie di Lamia, la preparazione della torta del Presidente. Ònere e onóre allo stesso tempo, da questo avvenimento emerge tutta l’ipocrisia di un sistema politico che non si cura affatto del suo popolo, costretto ad arrancare tra la fame e la miseria mentre viene obbligato da Saddam a festeggiare una ricorrenza imposta e incentrata esclusivamente sul culto personale del suo Presidente. 

La torta diviene, dunque, simbolo del lamento degli affamati, ignorato e messo a tacere dal potere politico di uno Stato che continua a festeggiare, indifferente alle sofferenze del suo popolo. Una situazione sulla quale il film ci invita a riflettere, forse non troppo distante rispetto a quella che viviamo ancora oggi. 

La forza dei personaggi e della narrazione 

Se i politici sono mostrati da lontano, impermeabili e irraggiungibili nei loro palazzi di pietra, il film vive attraverso i suoi personaggi più umili che, seppur differenti per portata e minutaggio, risultano tutti estremamente reali e sfaccettati, contribuendo alla riuscita della narrazione e alla creazione di un contesto coerente. 

Ci affezioniamo ben presto a Bibi, punto di riferimento nella vita di Lamia, e al suo gallo-mascotte, che seguirà la bambina in ogni avventura nel perenne caos della città. 

Nassiriya, un luogo estremamente affollato ed eterogeneo, dove chi non ha soldi farebbe di tutto per ottenere ciò che vuole, prestando i suoi servigi, barattando o, addirittura, rubando. Dove, nonostante ad avere la meglio siano proprio la rete di conoscenze e le influenze esercitate, la speranza non si infrange mai, alimentata da ciarlatani e malfattori, ma anche da tante brave persone. Come il buon Jasim che, affezionatosi a Lamia e Bibi nell’arco di un solo – brevissimo – tragitto in macchina, si fa carico della bambina, aiutandola proprio nel momento di maggior bisogno.  

Grazie a questi personaggi e alle loro storie appena abbozzate, La torta del presidente arricchisce la sua narrazione, che trasla da un piano più immaginifico – proprio di grandi film di avventura come La Storia Infinita e Il Mago di Oz  – ad una dimensione più reale, avvicinandosi maggiormente a vere e proprie opere di formazione, come Pinocchio o Alice nel Paese delle Meraviglie. Il risultato? Un film dai toni vivaci e, al contempo, seriosi, capace di divertire e affascinare con il suo sguardo. 

L’impotenza di un bambino 

In mezzo a tutto questo groviglio di anime, nel caos vitale di una civiltà sull’orlo del precipizio, si muovono, inarrestabili, Lamia e Saeed. Tra il traffico e le automobili, tra la moltitudine di una folla senza nome, compiono gesti concreti, adulti. Una preghiera nell’ombra della sinagoga, la contrattazione del prezzo di un orologio da taschino, il trasporto di pesanti sacchi al mercato… le loro sono azioni studiate, in un ambiente in cui sono confinati a forza, ma che è evidente che non faccia per loro. 

Catapultati in un mondo totalmente estraneo, troppo cresciuto e inadatto alle loro esigenze, i due si trovano spesso alle mercé degli adulti, che non si fanno alcuno scrupolo a schernirli o ad approfittarsi di loro. 

Ed è proprio la feroce impotenza di questa condizione a ferire più di ogni altro aspetto. A gettare un’ombra sul sorriso innocente di Lamia, perfettamente consapevole di come, in quel luogo, non ci sia spazio per giochi e divertimenti. Di come tutto vada conquistato con tenacia e dedizione, anche se hai solo nove anni e nessuno sembra prenderti sul serio. 

Davanti a quel pianto che arriva, silenzioso, offuscandole la vista e rigandole le guance, tradendo per un istante tutta la stanchezza della giornata, non possiamo fare altro che rimanere in silenzio. Contemplando con rassegnazione la sconfitta, in un mondo in cui un bambino non può che sentirsi così.

Estremamente
inesorabilmente,
solo

a cura di
Maria Chiara Conforti

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