Good Boy, la recensione in anteprima del nuovo irriverente film di Jan Komasa

Good Boy di Jan Komasa immagina una parabola di rieducazione forzata in chiave disturbante e sui generis: un film esageratissimo e grottesco che ricorda Arancia Meccanica e Dogtooth. Emblematiche le prove di Stephen Graham e Andrea Riseborough.

Se chiamassero Guy Ritchie a reinterpretare Arancia Meccanica (1971) e Dogtooth (2009) in un film inglese, Good Boy è esattamente il tipo di pellicola che ci immagineremmo venire fuori.

Sorprende invece scoprire che dietro questa produzione ci sia il regista polacco Jan Komasa, qui al suo primo film in lingua inglese.

Nel 2019 l’artista si era già fatto conoscere con il suo Corpus Christi, presentato alle Giornate degli Autori della Mostra del Cinema di Venezia e, successivamente, candidato come miglior film straniero alla 92ª edizione degli Oscar.

E, a proposito di cinema polacco, una delle sue colonne portanti, il regista Jerzy Skolimowski – qui in veste di produttore – aveva contattato Komasa proprio dopo il suo lungometraggio di successo. L’idea era, infatti, quella di ambientare Good Boy a Varsavia, ma fortunatamente i due hanno avuto la buona intuizione di spostare tutta la vicenda nello Yorkshire per dare alla storia un respiro più internazionale e raggiungere un pubblico più ampio.

La scelta si direbbe dunque aver funzionato, siccome il film è stato presentato alla 50ª edizione del Toronto International Film Festival e qui in Italia ha già concorso nella sezione Progressive Cinema dell’ultima edizione della Festa del Cinema di Roma.

Nelle sale italiane è in uscita il 6 marzo con Minerva Pictures e siamo sicuri sia già una delle proposte più atipiche e irriverenti della stagione.

La trama

Good Boy racconta la storia di Tommy (Anson Boon), un teppistello scapestrato di 19 anni che vive una vita sregolata tra droghe, risse, feste e continui eccessi. Una notte, dopo l’ennesima serata in discoteca con i suoi amici, viene rapito da Chris (Stephen Graham), un uomo ossessionato dall’educazione e dalla moralità.

Tommy si risveglia così incatenato nella cantina della casa isolata di campagna di Chris e di sua moglie Kathryn (Andrea Riseborough). La coppia, insieme al loro giovane figlio, pianifica di mettere in atto un estremo e brutale processo di rieducazione per riplasmare il carattere di Tommy in un animo gentile, rendendolo docile e, di conseguenza, un bravo ragazzo.

Il loro disegno ovviamente comprende manipolazioni psicologiche, metodi coercitivi e abusi fisici, e Tommy si ritrova costretto a ragionare su come muoversi per fuggire il prima possibile da questa famiglia profondamente disturbata.

Un film che rilegge Arancia Meccanica e Doogtooth con un tono diverso

Vedendo l’affresco grottesco che il film mette in scena tra controllo, violenza e disciplina indotta con la forza è inevitabile pensare al capolavoro di Stanley Kubrick, Arancia Meccanica (1971), o al celebre film di Yorgos Lanthimos, Dogtooth (2009). Non che i film siano della stessa portata – e Good Boy non pretende nemmeno di esserlo -, ma la buona intuizione di Jan Komasa è quella di raccontare questa storia con toni sempre in bilico tra il grottesco e l’ironia nerissima.

Come se Tommy fosse un novello Alex DeLarge dei nostri giorni, egli è succube di quella che definiremmo una Cura Ludovico che incontra il torture movie. Tenuto in ostaggio in questa squallida cantina, confinato a pochi metri quadri nei quali potersi muovere – che forse diventeranno sempre di più a seconda della sua condotta – il ragazzo è progressivamente sottoposto a un processo di annientamento.

Chris e Kathryn si calano talmente tanto nel ruolo di genitori fittizi da ergersi a responsabili del ragazzo sregolato e sboccato che Tommy è diventato, a detta loro meritevole di una severa punizione per la sua cattiva condotta. Qui riecheggia Arancia Meccanica, in ogni scena in cui l’emblematico personaggio di Stephen Graham costringe il ragazzo a guardare, nella televisione della cantina, filmati rieducativi o bravate commesse da lui stesso in passato, poi sbeffeggiate sui social.

La famiglia fittizia vuole completamente spezzare il carattere corrosivo del ragazzo, per poi ricomporlo secondo il loro ideale distorto. Assuefarlo come fosse il loro cane, segregato in casa, come i figli che vedevamo in Dogtooth, anche loro sotto una manipolazione che non poteva portare ad altro che alla distruzione della psiche.

Ma si può cambiare davvero il comportamento dell’individuo? Arancia Meccanica prendeva nettamente una posizione su questo, rivelando come la castrazione della propria indole non equivalesse mai al libero arbitrio. Perché una tigre privata delle proprie zanne non perderebbe la sua volontà di cacciare, ma solo la possibilità di farlo.

Ma se la manipolazione si spingesse davvero tanto oltre? Good Boy prende un’interessante posizione in merito, tirando in ballo altri elementi nella discussione. Sta però allo spettatore scoprirlo.

La direzione di Jan Komasa

Good Boy racconta una storia di vera e propria prigionia mascherata da parabola rieducativa, dove abusi e dinamiche familiari disturbanti sono all’ordine del giorno. Il controllo e la violenza sono l’unico linguaggio che sembra comprensibile agli occhi dei due – ottimi interpreti – genitori del caso.

Ma la direzione che Jan Komasa sceglie per il racconto è assolutamente irresistibile. Perché, sebbene le premesse facciano pensare a un film profondamente cupo e disturbante, il regista polacco prende una direzione grottesca, assurda e volutamente esagerata.

Quasi una parodia dei film sopracitati, ma che presenta, insito in sé, l’intento di veicolare un’idea tanto forte con un film sui generis e mai pretenzioso.

L’oscurità iniziale lascia gradualmente spazio all’esagerazione, man mano che Tommy inizia ad assecondare le richieste della famiglia e a ricevere premi e piccole conquiste. E così la catena che gli fa da collare gli viene allentata sempre di più, conquistando gradualmente una stanza alla volta, fino ad arrivare a un picnic completamente delirante.

Un plauso agli attori protagonisti

Se il giovane Anson Boon è assolutamente credibile come ragazzaccio dei sobborghi inglesi sboccatissimo, violento e cafone, a rubargli la scena, però, ci sono due magnetici Stephen Graham e Andrea Riseborough.

Graham, da poco reduce dei tre Emmy per Adolescence, qui è di nuovo un padre, ma non potrebbe essere più diverso di quello della serie pluripremiata. Menzionando anche l’eccellente prova che aveva offerto in Boiling Point (2019), lo vediamo ancora una volta dare sfoggio del suo talento.

In Good Boy risulta il personaggio più malato, se non anche quello più emblematico. Un uomo rigido e senza mezze misure, calcolatore e manipolatore, che a modo suo – seppur distorto – sembra provare sentimenti profondi e sinceri, soprattutto nei riguardi della moglie.

Andrea Riseborough, invece, è quasi irriconoscibile: con un look spettrale alla Wendy di Shining, ogni volta che è presente in scena trasmette ansia e inquietudine, al punto da far impazzire lo spettatore nel fantasticare cosa si celi nel passato turbato di questa famiglia. Come la reduce di un esaurimento nervoso, le basta un’inquadratura per far immaginare un intero pregresso che morbosamente saremmo curiosi di vedere.

In conclusione

Ciò in cui pecca il film risulta essere l’inserimento della sottotrama della domestica Rina (Monika Frajczyk), che a conti fatti lascia un po’ di perplessità e sembra essere stata ridotta in corso d’opera.

Inoltre, su alcune dinamiche vengono lasciate porte aperte, forse anche per dare più spazio allo spettatore nel colmare alcune lacune. Tuttavia, scelte diverse (anche se prevedibili) avrebbero potuto rendere il film ancora più morboso e stratificato.

Per il resto Good Boy resta comunque la prima grande sorpresa dell’anno, un film talmente fuori dai canoni da risultare adorabile. Per chi ama questi film “underdog” – e qui la definizione calza a pennello – sarà una visione graditissima.

a cura di
Alfonso La Manna

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