“Ahimè”: LOSTATOBRADO si racconta attraverso il proprio nuovo album

LOSTATOBRADO

La band bolognese LOSTATOBRADO, in occasione del live tenutosi sabato 24 gennaio al Locomotiv Club di Bologna, ci racconta “Ahimè”. Il nuovo disco dal sapore evocativo e sperimentale

“Ahimè”, come dichiara la band LOSTATOBRADO, è “un disco che prova a parlare di tutto, ma sarebbe meglio dire che non parla di niente”. Narra di un viaggio personale e collettivo, reale ma sognante, che propone un riavvicinamento al momento presente e alla dimensione naturale.

Ciao e benvenuti su TheSoundcheck! È chiarissimo il richiamo al teatro popolare fin dalla copertina del disco. Cosa sono per voi le maschere e che ruolo hanno nella quotidianità e nella costruzione dell’identità personale?

Sarebbero importanti se fossero un gioco, invece le usiamo come uno scherzo.

Il disco affronta il tema del caos della vita e del suo susseguirsi incessante di momenti. Come percepite voi questo caos? Pensate che ci renda maggiormente attenti o che possa spesso generare alienazione?

Il caos è sicuramente fonte di energia creativa, ma il risultato dipende. Ci rende maggiormente attenti, ma dipende a cosa. Più attenti a noi stessi? Ai nostri ego? Il caos sia aliena sia permette di Concentrarsi…Dipende…

(Ancora) Auguri è l’eco strumentale del brano Auguri. La scelta di eliminare la voce nasce dal desiderio di lasciare più spazio alla riflessione dell’ascoltatore, creando una sorta di pausa dalle parole? 

Sì. Ci sembrava un bell’intermezzo. Un momento di respiro dal gioco.

Nell’album mi sembra molto presente il richiamo alla dimensione naturale e una riconnessione con essa. Credete che la società di oggi necessiti di possedere uno sguardo più introspettivo così da trovare connessioni autentiche con la natura?

Sicuramente abbiamo tutti bisogno di sentirci. Se una scansione della vita legata alla natura può aiutarci ad ascoltarci maggiormente, ben venga, ma non vale per tutti. A volte, c’è bisogno di confusione, velocità, rumore.

La scelta di inserire una poesia nel brano “Sveno”, scritta e interpretata dal poeta SvenoNotari, ha un forte impatto comunicativo. Quale è la motivazione di questa scelta stilistica? Che connessione vi è tra di essa e il brano successivo?

La poesia “concetto della mia giornata” di Sveno Notari, ci sembrava un preludio naturale alla canzone successiva “Pergole”. Una voce di cui c’era bisogno per proseguire. Pergole è il racconto di una giornata dall’alba al tramonto, così come la poesia di Sveno.

Nel brano “Chiome” parlate del labile confine tra sogno e realtà, metafora di illusioni e speranze. L’illusione ha per voi sempre un’accezione negativa, o, al contrario, “agevola” il processo di disincanto in funzione di una maggiore attenzione all’istante corrente?

Per scattare la foto di copertina, prima ci siamo dovuti illudere che fosse possibile. Poi è diventata realtà, ma non è realtà, è teatro. Con trucchi, costumi di scena, maschere, personaggi e ruoli, la finzione è più reale della realtà. 

Illudersi può essere una trappola, ma anche un bellissimo gioco.

L’album ha un messaggio molto chiaro: scoprire il proprio modo di vivere il presente. Voi come vi approcciate a questa pratica? Cosa significa per voi questa presa di consapevolezza di sé e del mondo circostante?

Con la musica è più vivida l’immagine del presente, perché ha meno filtri logici e razionali.

a cura di
Agnese Piana

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