Artista di confini sottili e visioni profonde, Ninaì muove la musica come una materia viva, capace di unire suono, lingua e percezione.
Il suo percorso nasce dall’ascolto, attraversa natura e spiritualità, e trova forma in un linguaggio che va oltre le parole. Con Soulmetry ha costruito un universo coerente e multiforme, dove la complessità diventa chiarezza emotiva. Con lei abbiamo parlato di origini, sensibilità, arte concettuale e di quel Giappone che ha saputo accogliere il suo mondo.
Ninaì, è un piacere averti su The Soundcheck. Voglio iniziare questa nostra chiacchierata chiedendoti di fare un salto nel passato: che bambina eri? Cosa colpiva la tua curiosità e ti faceva vibrare?
Ero una bambina molto silenziosa ma solare e allo stesso tempo piena di mondi. Osservavo tantissimo, ascoltavo tutto, mi perdevo nella fantasia. Sono sempre stata profondamente collegata alla natura: gli animali, i ritmi delle stagioni, la luna hanno avuto e hanno tuttora per me un valore sacrale, come forma di giustizia incontaminata. Mi incuriosivano le lingue, i suoni, le atmosfere più che le storie lineari. Avevo una sensibilità quasi fisica verso ciò che non si vede ma si percepisce. Credo che già allora stessi cercando un linguaggio che andasse oltre le parole.
Ricordi quando la musica è entrata nella tua vita? Con quale artista o disco? E da quel momento, come è proseguito il vostro rapporto?
La musica non è entrata nella mia vita come un evento preciso, è sempre stata lì. L’ho respirata da sempre insieme all’arte, essendo nata in una famiglia di artisti: era parte dell’aria, del quotidiano, del modo di stare al mondo. Più che un artista o un disco in particolare, è stato il suono in sé a colpirmi — le voci, le armonie, il ritmo come respiro. Crescendo, la musica è diventata prima rifugio, poi strumento, infine necessità. Oggi non è qualcosa che faccio: la attraverso come attraverso la mia vita. In fondo, è la vita stessa.
Dalle tue radici, a oggi: la trilogia Soulmetry. Una pubblicazione matura, che miscela sonorità diverse, lingue diverse, addirittura release diverse, spaziando dall’inedito ai remix, fino all’auto reinterpretazione. Sembra molto complicato ma la realtà dei fatti è che ascoltando il messaggio arriva subito. Come sei arrivata a questo risultato?
Soulmetry è il risultato di un lungo processo di ascolto, prima di tutto interiore. Non è nato per essere una trilogia, né per essere “complesso”. È diventato tale perché non ho voluto semplificare ciò che sentivo. Lingue diverse, versioni diverse, remix e auto-rielaborazioni sono stati strumenti necessari per restituire una visione completa. La chiarezza non nasce dalla semplificazione, ma dalla coerenza. Quando il centro è chiaro, tutto trova il suo posto.
Sei un’artista concettuale in un tempo storico dominato da una semplificazione che spesso alimenta ignoranza. Come ti fa sentire questo? Perché io credo siano fondamentali figure come la tua, oggi più che mai.
È una sfida, ma anche una responsabilità. Io credo che le persone siano molto più pronte di quanto si pensi ad accogliere complessità, se questa è autentica. Non sento il bisogno di spiegare tutto: preferisco creare spazi di ascolto, di immersione. Se anche una sola persona si sente toccata in profondità, allora il lavoro ha senso. Vivo la musica e l’arte in generale a 360gradi: lascio fluire e creo l’energia del momento non mi preoccupo di passare da un genere musicale all’ altro la musica è una e vive di queste imprevedibili contaminazioni
Nella musica, le donne sono maestre del concept. A mio parere, sanno padroneggiare meglio “l’idea”, e tutto ciò che è necessario per renderla materia. Forse per una sensibilità più spiccata, o per una maggiore predisposizione al camaleontismo. Tu che ne pensi?
Credo che molte donne abbiano una naturale capacità di tenere insieme visione e materia, intuizione e struttura. Forse perché siamo abituate a muoverci tra più livelli contemporaneamente, a leggere le sfumature. Il concept non è solo un’idea astratta, è una forma di cura: richiede attenzione, trasformazione, ascolto. Per me la musica non ha sesso, eppure lavorando praticamente solo con uomini questo diventa subito evidente: mette in luce differenze di approccio e sensibilità senza mai cambiare la sostanza del suono. In questo senso, penso che la sensibilità femminile abbia molto da dire, soprattutto oggi.
Senti, ultima domanda: perché proprio in Giappone hai trovato il terreno giusto per piantare il seme di Soulmetry e vederlo germogliare e fiorire?
Non ho mai dato una stazione alla mia musica: il treno poteva fermarsi ovunque nel mondo. La scelta di I Low You Records Tokio è stata naturale, perché c’è stata un’unione di ideologia che va dal sound ai mondi che lo compongono, fino al trattamento del progetto a livello artigianale: tutto curato nei minimi dettagli e con una ricerca attenta di un pubblico di “music lovers”. Solo in seguito ho scoperto che l’etichetta era stata fondata e coreografata da due italiani, Emiliano Ruggiero e Aldo Axha, che hanno saputo tradurre in movimento ciò che avevo immaginato nel suono.
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