In questa intervista Davide Van De Sfroos ci racconta la genesi del progetto orchestrale e il desiderio di dare nuove forme alle sue canzoni
Il 23 gennaio ha preso il via da Milano il tour “Davide Van De Sfroos & Folkestra 2026”. Progetto che segna per la prima volta l’incontro del cantautore con una piccola orchestra, chiamata a rileggere il suo repertorio in una veste intima e al tempo stesso orchestrale. Un viaggio nei principali teatri del Nord Italia, già accolto con entusiasmo dal pubblico, da Sondrio a Como, fino al recente tutto esaurito di Varese, che promette di unire folk e sinfonia senza tradire l’anima poetica delle sue canzoni. In questa intervista, Van De Sfroos racconta del suo progetto e le emozioni di questa nuova sfida musicale.

Ciao e Benvenuto su The Soundcheck! Il tour “Davide Van De Sfroos & Folkestra2026” ha preso il via e, dopo tanti anni di musica dal vivo, quali sono le emozioni o le sensazioni che ancora oggi provi prima di salire sul palco?
Le sensazioni ancora oggi sono abbastanza simili a quelle di sempre. La giusta tensione che deve trasformarsi in voglia di iniziare il concerto, impazienza e non preoccupazione. Con questa vibrazione mi sono sempre trovato a mio agio.
Quale rapporto si è creato tra te e i musicisti durante le prove?
Mi sono trovato subito a mio agio con i ragazzi dell’orchestra, anche perché ho percepito la loro voglia di aderire al progetto con spirito fresco e determinato. Hanno avuto grande rispetto per le mie canzoni e per gli arrangiamenti e questo ha reso tutto molto avvincente.
Prima di un concerto segui qualche rito scaramantico o abitudine “porta fortuna”? Se sì, di solito è un momento tutto tuo oppure, in casi come questo, coinvolge anche i musicisti dell’orchestra?
Prima dei concerti se vogliamo fare qualche gesto per caricarci e augurarci una buona dose di forza, lo facciamo tutti insieme. Se ho qualche problema personale, fisico o umorale, mi ritiro per qualche minuto al buio.
C’è qualcosa che questo progetto ti ha insegnato su te stesso o sul tuo modo di fare musica?
Ogni progetto mi insegna qualcosa. In questo caso ho imparato che le mie canzoni possono essere vestite anche con altre tinte sonore e che i ragazzi giovani hanno molto da comunicare ad un sessantenne.
Da quanto tempo è nata l’idea di Folkestra, e cosa ti ha ispirato?
L’idea di questo show era nel cassetto da tempo ed è nata dalla voglia di presentare qualcosa che mescolasse un po’ le carte in tavola.
Il dialogo tra folk e sinfonia è il cuore del progetto, apprezzato molto anche dal pubblico. In che modo convivono questi due linguaggi una volta portati sul palco?
Il folk e la musica suonata con strumenti classici si compenetrano profondamente creando una suggestione capace di creare nuove emozioni ed immagini evocative nell’ascolto.
Alla fine del tour, cosa ti auguri rimanga al pubblico dopo aver ascoltato queste canzoni in una veste nuova?
Mi auguro che al pubblico possa rimanere il gusto emotivo del viaggio dopo aver ascoltato questi show e che, in qualche modo, gli abbia fatto bene.
a cura di
Beatrice Berti

