Con “Mosaix”, R.M. & The Imaginative Orchestra costruisce un disco che assomiglia più a un ambiente che a una semplice raccolta di brani: un insieme di frammenti sonori, immagini mentali e traiettorie emotive che si incastrano fino a generare un racconto coerente ma mai lineare.
Nato da lunghe sessioni di improvvisazione e poi pazientemente scolpito nel tempo, l’album riflette una visione musicale libera, stratificata, profondamente cinematica, in cui il caos diventa materia narrativa e il suono guida l’ascolto attraverso luoghi, stati d’animo e dimensioni diverse.
In questa intervista per The Soundcheck, R.M. ci accompagna dentro il processo creativo di “Mosaix”,il suo album di debutto da solista, raccontando il rapporto tra improvvisazione e composizione, l’importanza dell’immaginario visivo e dell’estetica del progetto, il dialogo tra generi e il senso più intimo di un lavoro che trova significato solo nella sua forma complessiva.
Mosaix nasce da improvvisazioni poi rielaborate nel tempo: quanto è stato importante per te lasciare che questo restasse visibile anche nella forma finale del disco?
Mosaix è, a tutti gli effetti, un compendio. Una riduzione delle impro registrate.
Infatti, rispetto alle take “originali” credo di aver conservato il 10% della lunghezza della sessione originale e lo stesso 10% del numero di canali registrati. Il nulla!
Per farvi un esempio concreto, il primo brano dell’album “Inna Kingstone’s Dance Floor” conserva, dalla sessione originale di registrazione composta da Chitarra, Wurlitzer & Mini Moog e Batteria (cassa, rullante, tom, timpano, hit hat, piatti e percussioncine varie), solamente rullante e hit hat , null’altro, e dei suoi 45/50 min sono diventati 5 min e 33 sec, e nemmeno nell’ordine originale…
Ascoltando quelle ore di improvvisazione ho scorto una serie di elementi “interessanti” e/o evocativi che ho poi selezionato, ritagliato e ricontestualizzato. Gli elementi sono stati trascinati forzosamente nella mia narrativa dove l’unico obbiettivo era fare emergere una vibe che avevo sintetizzato dall’ascolto delle sessioni intere. Non so quanto, di tutto questo lavoro, possa essere “visibile” o meno all’orecchio di un ascoltatore… ma il mio unico obbiettivo era quello di creare un poligono irregolare composto da facce diverse ma adiacenti che fosse in grado di teletrasportare l’ascoltatore tra dimensioni diverse senza urti.
Ogni traccia sembra ambientata in un luogo preciso, quasi fosse una scena cinematografica. Parti prima dall’immaginario visivo o è il suono a suggerirti lo spazio?
Se così “sembra” allora ottimo!
Non credo di avere una risposta netta per questa domanda, a volte parto da uno, a volte parto dall’altro.
Dipende molto dal contesto. Chiaramente per me il suono gioca un ruolo fondamentale in tutto quello che mi circonda e mi riguarda. Nel caso di “Mosaix” è stato il suono il punto di partenza. Solo successivamente, per arrangiare in orizzontale i vari momenti e omogeneizzarli, ho sentito il bisogno di scrivere una serie di mini sceneggiature, dove il brano veniva descritto per immagini e azioni.
Il disco attraversa molti generi. È una scelta identitaria, se vogliamo, o il riflesso naturale del tuo percorso musicale?
La domanda alla quale, da sempre, ho grandi difficoltà a rispondere è: “Ma tu che genere di musica ascolti? Cosa ti piace?”
Perchè rispondo sempre con quella che io considero”la peggiore risposta possibile”: “A me piacciono tutti i generi, ma non mi piace tutta la musica”.
Perchè il riflesso naturale del mio percorso musicale somiglia un po’ ad un sacco di coriandoli… c’è dentro un po’ di tutto, ed è un gran casino, ma è più forte di me. La musica è il posto dove il mio cervello riesce ad abbracciare ed accettare il caos, dove abbandono ogni logica e mi sento libero.
Infatti non credo che mischiare tutti questi generi sia stata una scelta ponderata al 100% ma, assecondando l’atmosfera delle parti selezionate, mi è sembrata quella più naturale.
Il titolo richiama l’idea di frammenti che trovano senso solo insieme. C’è un pezzo del disco che senti più rappresentativo del mosaico completo?
Tutti e nessuno.
Come scrivete, il senso di questo lavoro esiste solo nel suo insieme. Servono per l’appunto tutti quei singoli frammenti incollati gli uni vicini agli altri per darci questo significato. Altrimenti suppongo che sarebbe stato l’ennesimo disco di musica strumentale…
Ma dovessi per forza scegliere un preferito, ti direi ありがとう (Arigatò). Più che per il pezzo in sé, per il significato che custodisce nel mio immaginario. Quel “grazie” del titolo è un mio inchino, un mio ringraziamento, un mio omaggio a colui che considero una delle mie fonti d’ispirazione più grandi, che scomparse proprio mentre terminavo la prima stesura, Ryuichi Sakamoto. Dopo la sua scomparsa, in una delle mie notti senza sonno, con quel pezzo nelle orecchie ho immaginato di mettere a confronto il mondo naturale e la sua armonia con il mondo digitale e le sue distorsioni, e nel susseguirsi del dormiveglia, immagini opposte, loopate e glitchate mi tormentavano. Il giorno seguente al mio “risveglio” ricordo di essermi posto uno dei miei assurdi quesiti, ovvero: se sarebbe mai stato possibile digitalizzare la coscienza, in questo caso, di Sakamoto (un po’ come fece Johnny Depp nel film Trascendence?).
Più tardi lo stesso giorno ho scritto questo pensiero sul quaderno e composi la seconda parte del brano.
Per me resta e resterà una presenza irrinunciabile nel mondo della musica.
Quanto conta per te l’aspetto estetico complessivo del progetto – artwork, titoli, immaginario – nel modo in cui l’ascoltatore entra nel disco?
Devo dire che in passato davo ben poco peso a questo aspetto.
Ho sempre banalmente (e stupidamente, col senno di poi) pensato che alla fine ciò che importava fosse la musica, le note, la performance e su quello mi sono speso e concentrato per anni.
Ma, come si dice, anche l’occhio vuole la sua parte e al giorno d’oggi credo che l’aspetto estetico giochi un ruolo fondamentale e imprescindibile nella realizzazione di un disco, anche nella sua dimensione live.
Durante il mio percorso musicale ho avuto la fortuna di incrociare, conoscere e collaborare con persone molto forti in questo campo e con alcuni di loro si è creato un legame speciale che mi hanno aiutato ad affinare il mio occhio: Alessandro Canu, il maestro che ha curato le grafiche di tutti i miei progetti dal 2013 ad oggi; Steve (Stefano Villani) che conosco da vent’anni, ed oltre ad essere un ottimo musicista ha un occhio per l’aspetto estetico critico, clinico e oggettivo, oltre al grande gusto ed esperienza nella realizzazione dei contenuti video; Alberto Brunello artista a tutto tondo, con cui ho collaborato ad un progetto che vedrà presto la luce.
Guardando al futuro: Mosaix è un punto di arrivo o piuttosto una mappa aperta per quello che verrà?
Sono abbastanza cinico, il finale di questo percorso lo detterà solo la morte. Che è poi, coscenti o meno, l’unica certezza che ci portiamo appresso.
Dal mio personale punto di vista Mosaix rappresenta solo un altro segmento sulla mappa del percorso che ho intrapreso venti anni fa, quando cominciai a suonare. Sto già lavorando e “impazzendo” da tempo per un altro disco, su cui ho fatto ordine solo di recente. Non so stare fermo e a volte accumulo davvero troppe cose.
Al mio “arrivo” mi piacerebbe sentirmi vuoto e libero di tutte le idee che mi rimbalzano in testa, ma ho paura che la mia mappa, per quanto forse grande, non basti a contenerle tutte.
a cura di
Redazione

