Puntuale come ogni novembre, Torino stende il tappeto rosso e accoglie i più grandi interpreti del grande schermo in uno dei Festival cinematografici attualmente più in crescita e convincenti sul suolo italico. Anche il 2025 non ha fatto eccezione, con ospiti del calibro di Spike Lee, Vanessa Redgrave e Antonio Banderas. Ma non sono stati solo questi ultimi ad animare il festival: i tanti film, in concorso e non, hanno coinvolto un numero di persone sempre maggiore
Dal 21 al 29 novembre Torino è diventata la Capitale del Cinema per la 43ª edizione del Torino Film Festival, una delle rassegne dedicate alla Settima Arte in maggiore sviluppo degli ultimi anni. Il merito va soprattutto al suo direttore, Giulio Base, che, con una visione lungimirante e da esperto del settore, ha fatto fare il salto di qualità al TFF.
Tanti i film in programma, tra quelli in concorso, fuori concorso e la retrospettiva su Paul Newman, che hanno reso la vita difficile al sottoscritto, a causa dell’elevato numero di titoli degni di nota e del poco tempo a disposizione. Per la mia prima giornata al festival la scelta è ricaduta sul documentario di Juliette Binoche, In-i in Motion (in concorso nella categoria di riferimento) e su Slanted di Amy Wang (in concorso per la sezione Lungometraggi).
In-i in Motion
Juliette Binoche ha voluto immortalare quella che nel 2007 è stata la sua pausa dal grande schermo per lanciarsi a teatro con una sperimentazione artistica assieme al ballerino-coreografo britannico Akram Khan.
Una prima volta alla regia per l’attrice francese, che ha deciso di mettere a disposizione di tutti un “dietro le quinte” del suo spettacolo creato, nell’arco di sei mesi, assieme al suo compagno d’avventura, portandolo in scena in tutto il mondo.
Una storia che ripercorre tutti i sentimenti e la creatività nati da una collaborazione ancor oggi unica nel suo genere. Uno studio che ha analizzato decine di ore di materiale inedito, facendo riflettere lo spettatore sulla difficoltà della creazione artistica e sulla trasformazione personale che gli interpreti subiscono a seguito di un lavoro così impegnativo.

Uno spettacolo nello spettacolo
È il 2007.
Juliette Binoche e Akram Khan, amici da sempre, decidono di prendere una pausa dalle rispettive carriere per intraprendere un’esperienza unica assieme: uno spettacolo teatrale sperimentale che cambierà per sempre le loro vite.
Nella prima ora di pellicola possiamo osservare un vero e proprio spaccato della preparazione dello spettacolo, un racconto lungo sei mesi che mostra le fragilità dei due, la difficoltà nel portare in scena qualcosa di così distante dalla loro natura e un dialogo continuo per affinare un’idea che sarebbe diventata un’esibizione indimenticabile.
Possiamo così scoprire una Binoche diversa da come siamo abituati a vederla sul grande schermo o sui red carpet: una persona con tutte quelle sfaccettature che la “distanza aurea” fa sparire. Al tempo stesso, vediamo un Khan lontano dalla sua comfort zone, che mette tutto sé stesso per dimostrare di essere capace di affrontare qualcosa di così distante da sé.
Nella seconda parte, invece, assistiamo allo spettacolo vero e proprio, dando un’immagine alle tante prove viste nella prima ora e capendo fino in fondo quanto le difficoltà siano state superate da un’interpretazione superlativa e da un’unione che ha saldato la coppia sul palco e nell’amicizia.
Una buona la prima
La prima prova alla regia di Juliette Binoche è senza dubbio interessante, ma non può essere considerata un vero banco di prova per il futuro. In fondo, si tratta di un documentario personale dove il racconto si sviluppa attraverso immagini create da altri, per le quali lei ha svolto solo un sapiente lavoro di collage.
È per questo che è difficile anche valutarne la qualità delle scene: ci troviamo davanti al più classico dei racconti di un dietro le quinte, con filmati “rubati” e immagini di uno spettacolo con camere fisse, come tanti se ne possono vedere su YouTube.
Va però dato atto all’artista di aver avuto la forza di portare sul grande schermo un racconto intimo e personale di una parte della sua vita, in un vero e proprio salto nel vuoto. D’ora in poi, la sua carriera da regista sarà tutta in discesa, ma con i detrattori in attesa di ogni minimo errore.
Slanted
Non ho fatto in tempo a riprendermi da questo documentario che mi sono buttato a capofitto nella visione di una delle pellicole che, leggendo il programma, reputavo tra le più interessanti della categoria lungometraggi: Slanted, prima prova alla regia di Amy Wang, che tratta il tema dell’accettazione in maniera brutale, al limite dell’horror.
Spesso e volentieri ci troviamo di fronte a questa tematica, ma, in questo caso, il lungometraggio ha una profondità tale da spingerci a una intensa autocritica su cosa sia giusto o sbagliato.
Una storia attuale che racconta uno spaccato americano sulle minoranze, che spesso e volentieri tendiamo a dimenticare perché il Nuovo Mondo deve presentare sempre quella patina di perfezione nella sua immagine, finendo per dimenticare le proprie origini.

Quei fottuti occhi a mandorla
Joan Huang è una bambina che si è appena trasferita negli Stati Uniti con la sua famiglia e, sin dal primo giorno di scuola, deve affrontare lo scherno degli altri bambini per i suoi occhi “a mandorla”. Ai genitori, però, racconta col sorriso di avere tanti amici e che va tutto benissimo.
In quel primo giorno di scuola, quando va a trovare il padre al lavoro, si intrufola al ballo scolastico (prom) e decide che al suo DOVRÀ ESSERE LEI la reginetta. Passati gli anni, ormai liceale, il suo sogno non si è spento, ma il cruccio della diversità è talmente forte che fa di tutto per farsi accettare.
E solo quando uno strano messaggio su Instagram le prometterà di poterla cambiare completamente, deciderà che è giunto il momento di essere come tutte le altre. Grazie a una tecnica sperimentale, la promessa è che Joan possa diventare a tutti gli effetti caucasica.
Questa trasformazione la rende in apparenza felice: è la ragazza che ha sempre voluto essere, una Barbie accettata, prototipo della bellezza americana. Ciò, però, la farà anche scontrare con la cruda realtà della sua famiglia, che non la accetta più perché non è la persona di prima. Dentro di sé, la ragazza capirà quanto la sua unicità fosse parte di lei, in uno scontro interiore tra l’apparenza esterna e i sentimenti che creerà un “mostro” che porterà Joan a una drastica decisione.
Tra dramma e horror
La prova alla regia di Amy Wang è solida e porta in scena il dramma nascosto di tutti quei “diversi” che non si sentono accettati e che, pur di esserlo, rinunciano a sé stessi. È un’esplorazione dei sentimenti più nascosti di un’adolescente che non ha il coraggio di parlarne in casa per paura di “rompere qualcosa”.
La scelta di utilizzare delle tinte da body horror in maniera delicata – lontano da quanto fatto in The Substance, ma in modo incisivo e diretto – è un espediente narrativo che dà ancora più forza alla narrazione, creando una rottura della quarta parete e facendo scontrare ognuno di noi con una realtà che nemmeno vogliamo affrontare: perché sì, siamo tutti uguali, ma alcuni sono più uguali degli altri.
Lo stile narrativo è il vero fiore all’occhiello di Slanted, riuscendo a tenere incollato alla sedia lo spettatore per tutti i 102 minuti della pellicola e portandolo a chiedersi se non fosse stato meglio allungare quel dannato finale, perché avremmo avuto bisogno di un attimo di felicità.
Un primo giorno che si conclude con un sospiro
Il primo giorno si è concluso con un pensiero per le due pellicole viste, tanto distanti nei temi quanto vicine nella realizzazione. Due registe alla prima esperienza hanno portato in scena una storia tanto personale quanto vicina a moltissime persone, che potranno immedesimarsi e tirare fuori sentimenti sopiti da tempo.
Dopo queste visioni si può già notare la qualità nella selezione delle pellicole, che non è semplicemente la scelta di un nome, ma il risultato di uno studio delle sceneggiature minuzioso e continuativo. Un lavoro che tutto il team dietro a Giulio Base ha affinato negli anni, portando il Festival a diventare una delle eccellenze del Bel Paese e strizzando l’occhio al mostro sacro Venezia con una dolce intenzione di sorpasso, seppur con i giusti tempi.
a cura di
Andrea Munaretto
Articolo realizzato con l’ausilio parziale di intelligenza artificiale

