A due anni dall’uscita de L’ombra dello Shogun, Camille Monceaux torna in libreria con il volume conclusivo della sua tetralogia

La notte del Tengu è il volume conclusivo de Le Cronache dell’Acero e del Ciliegio, la fortunata saga di Camille Monceaux edita da L’Ippocampo.

Una tetralogia ambientata nel Giappone feudale, tra vicoli affollati, palazzi imperiali e villaggi sperduti. È la storia di due ragazzi che abbandonano tutto ciò che conoscono per ritrovarsi e, soprattutto, imparare a conoscersi davvero.

Una saga in cui momenti poetici e riflessivi si intrecciano a battaglie mozzafiato e in cui la finzione letteraria si fonde con la realtà storica di un’epoca tanto terribile quanto affascinante.

La Notte del Tengu è disponibile da oggi in tutte le librerie e, in occasione della sua uscita, ho avuto modo di intervistare Camille Monceux per scoprire qualcosa in più sui suoi romanzi.

Ciao Camille, benvenuta su The Soundcheck. Perché hai scelto di ambientare la tua storia nel Giappone del XVII secolo?

Ciao Laura, prima di tutto grazie per questa intervista! Il XVII secolo in Giappone è un periodo di grandi cambiamenti: dopo cento anni di guerra civile, nel 1600 il signore della guerra Tokugawa Ieyasu assume il pieno controllo del Paese. Diventa shogun, praticamente un re, e dà così inizio allo shogunato Tokugawa, che durerà più di 250 anni, fino al 1868. Ma io ero particolarmente interessata all’inizio di quell’era: il periodo intorno al 1610, che vide i cambiamenti più brutali.
La popolazione è divisa secondo un rigido sistema di classi. Lo shogun priva le donne di gran parte dei loro diritti e delle loro libertà, proclamando la filosofia danson johi, letteralmente: “rispetta gli uomini, disprezza le donne”.
Ma sono anche gli anni del kabuki femminile e dei disordini, poiché alcuni continuano a contestare il potere dello shogun. Si tratta davvero di un periodo di transizione e di lotta tra la guerra civile, il periodo Sengoku, e lo shogunato Tokugawa, conosciuto anche come periodo Edo. Per me è un periodo affascinante e complesso.

Immagino che tu abbia dovuto fare parecchie ricerche per scrivere la saga. Quali sono state le tue fonti principali?

Sarebbe difficile elencare tutte le mie fonti perché sono davvero tante, ma sto lavorando per pubblicarle sul mio sito web (al momento sto lavorando alla versione italiana!).
Le mie fonti spaziano dai romanzi storici di Inoue Yasushi a libri accademici come lo studio di Jean-Jacques Tschudin sul teatro classico giapponese o l’incredibile lavoro di Fujitani Atsuko sugli studi di genere e il kabuki. La maggior parte delle mie ricerche si sono svolte direttamente in Giappone, visitando ad esempio le miniere d’oro dell’isola di Sado, il Palazzo di Kyoto, il Museo della città di Kobe, il Centro storico della prefettura di Kagoshima, ecc.
Devo anche ringraziare la cultura dei manga e degli anime!

Nei tuoi romanzi c’è un equilibrio perfetto tra azione, introspezione e realtà storica. Vediamo crescere Ichirō e Hinahime e prendere decisioni difficili. Quanto è stato difficile creare questo equilibrio?

Devo ammettere che è stata una vera sfida! Prima di tutto, come autrice, preferisco scrivere di introspezione piuttosto che di azione, quindi le battaglie e le scene di combattimento mi risultavano sempre più difficili da rendere in modo soddisfacente. Inoltre, sono così appassionata di ricerche storiche e piccole cose quotidiane che a volte inserivo troppi dettagli (una speciale cucitura del kimono, il modo di preparare un tipo di tofu, un oscuro riferimento a un evento storico di cui nessuno si cura), ma alla fine ho dovuto fare delle scelte difficili: mantenere tutto o portare avanti la storia. Quindi ho dovuto tagliare parte del materiale storico!

C’è un personaggio che ha preso più spazio nella storia rispetto a quanto avevi immaginato?

Si, Akemi, senza dubbio. Doveva essere un personaggio secondario ma alla fine è diventato fondamentale!

All’inizio pensavamo tutti che il rapporto tra Hinahime e Ichirō avrebbe preso una determinata piega. Invece con gli eventi de L’Ombra dello Shogun vediamo la ragazza e i suoi sentimenti cambiare. Nei tuoi piani le cose erano così fin dall’inizio, oppure scrivendo hanno preso questa piega?

È sempre stata mia intenzione sovvertire alcune delle aspettative dei lettori. Una di
queste è: se ci sono un personaggio maschile e uno femminile, devono finire insieme! Volevo scrivere una bella storia tra un ragazzo e una ragazza; una storia d’amore, certo: ma amore come amicizia. Questo mi ha dato spazio per una storia d’amore queer e una maggiore rappresentazione LGBTQA+, che erano questioni più importanti e urgenti ai miei occhi, vista la scarsità di esempi in questo senso, specialmente nella narrativa storica e ancor più nel Giappone feudale (nonostante tutto ciò che le fonti storiche ci dicono sull’omosessualità in Giappone all’epoca).

Uno dei temi centrali della saga è la ricerca della propria identità. Hinahime indossa una maschera e non conosce il proprio volto, Ichiro assume identità diverse per sopravvivere. Cosa ti ha ispirato a dare ai tuoi personaggi percorsi così diversi per affrontare questo tema?

Credo che la ricerca dell’identità sia una delle imprese più belle, interessanti e impegnative della vita. Cercare di capire chi siamo al di là del nome, dell’istruzione e del genere che ci sono stati assegnati. Cercare di vedere con i nostri occhi e di decidere con la nostra testa. Cosa ne sarà quindi di un ragazzo cresciuto come un samurai, ma che odia la violenza? E cosa ne sarà di una ragazza che dovrebbe rimanere nascosta, silenziosa, sottomessa, ma che invece sceglie di ribellarsi? I personaggi de Le Cronache sono fuorilegge di genere, fuorilegge di classe, fuorilegge politici, e uno dei posti migliori dove possono forgiare la propria identità è quello in cui possono diventare chiunque: il palcoscenico del teatro kabuki.

Come ti sei sentita quando hai scritto l’ultima parola della tetralogia?

Onestamente pensavo che mi sarei sentita sollevata: finalmente, dopo otto lunghi anni di ricerca e
scrittura, avevo finito! Ma contrariamente alle mie aspettative, più che sollievo, quello che provavo era una profonda tristezza. Credo di non aver realizzato che scrivere l’ultima parola significasse dire addio ai miei personaggi. E dopo otto anni, sono arrivati a occupare una parte importante della mia mente e del mio cuore.

Cosa devono aspettarsi i lettori da questo volume conclusivo? E, soprattutto, dobbiamo preparare i fazzoletti?

Aspettatevi nuovi scenari, intrighi politici, duelli con la katana, baci, tradimenti, dolori amorosi e addii. Sicuramente sì, per i fazzoletti. Non è mai facile per i miei personaggi, ma direi che non tutte le lacrime devono essere necessariamente negative!

a cura di
Laura Losi

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di Laura Losi

Laura Losi è una piacentina classe 1989. Si è laureata in Giornalismo e Cultura Editoriale presso l’Università degli Studi di Parma con una tesi sulla Comunicazione Politica di Obama. Avrebbe potuto essere un medico, un avvocato e vivere una vita nel lusso più sfrenato, ma ha preferito seguire il suo animo bohemien che l’ha spinta a diventare un’artista. Ama la musica rock (anche se ascolta Gabbani), le cose da nerd (ha una cotta per Indiana Jones), e tutto ciò che riguarda il fantasy (ha un’ossessione per Dragon Trainer). Nel 2015 ha pubblicato il suo primo romanzo “Tra le Rose” e a breve vedrà la luce anche la sua seconda fatica, il cui titolo rimane ancora avvolto nel mistero (solo perché in realtà lei non lo ha ancora deciso).

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