Birthh aka Alice Bisi ha pubblicato “Moonlanded” (Carosello Records) da circa un mese. Abbiamo scoperto che non è solo un album di passaggio ma una testimonianza di vita. Una ricchezza di contenuti nei testi ma anche nelle musiche, in un perfetto equilibrio fra tradizione e modernità.
In realtà, avevo chiesto io al giornale l’intervista perché, contrariamente ai miei coetanei, sono curioso di scoprire le novità musicali. In una chiacchierata in rete, dove la maggior parte dichiarava che oggi “i giovani non propongono più niente di nuovo” oppure “non hanno lo stesso fuoco degli anni passati” e altre amenità, una delle poche anime gentili ha messo su una lista. Si trattava di artisti under 35 che hanno pubblicato ottimi album nel 2023. Fra i tanti nomi spiccavano solo (sic!) tre italiani: Lucio Corsi, Daniela Pes e Birthh. Il primo lo conosco e lo apprezzo, la seconda affascinante ma dovevo fare un corso accellerato di sardo. La terza mi ha colpito molto per le sue canzoni che sembrano un ponte fra il passato e presente della musica.
D’altronde, nella sua biografia, Birthh dichiara di essere nata in una famiglia dove si ascoltavano Bob Dylan, Tom Waits ma anche i classici italiani con Gino Paoli e Mina. Tradizione che sembrava fondersi nelle sue canzoni con sfondi di elettronica mai invasiva e un’atmosfera sospesa fra sogno e realtà. Come un albero dalle radici forti e dai fiori con colori vivaci. Birthh sa essere tutto questo.
L’album Moonlanded è nato in un periodo particolare della vita di Birthh. La pandemia che l’ha costretta a stare lontano dalla sua famiglia. Isolata a New York dove, nel frattempo, si era trasferita insieme alla compagna, diventata sua moglie. Ma questo periodo è servito per tirare fuori i suoi demo e a lavorarli insieme a London O’Connor. Vicende determinanti che Birthh ha provato a trasformarle in musica.
Avverto con grande intensità sia il trionfo del sentirmi viva che l’estenuante fatica del dover sopravvivere. Simultaneamente, di riflesso, quanto album contiene la gravità che mi trattiene attaccata alla terra, ma anche i sogni con cui evado con essa. Un disco su cosa ho dovuto lasciare indietro e cosa ho trovato.
Birthh
Ciao Birthh e benvenuta! Mi ha colpito molto il disco “Moonlanded” perché si legge una maturazione personale nei testi e nello stile musicale. A quanto pare il periodo della pandemia ti è servito per costruire le basi di un disco che parla essenzialmente di te.
Ti ringrazio, sono contenta che sia passata la crescita personale. L’album mi ha dato molti spunti per poter riflettere e poter crescere. E’ stata l’occasione per esprimere i sentimenti forti che stavo attraversando, pandemia compresa, con la scrittura dei brani. Tutto questo lavoro ha portato alla realizzazione del disco e a una cura terapeutica per me.
London o’Connor è stato il tuo collaboratore alla realizzazione del disco. Mi racconti come avete lavorato insieme?
London è un maestro del portare chiarezza, semplificare il messaggio senza sminuirlo. Credo sia una delle grandi cose che l’arte riesce a fare. Il primo giorno in studio lo abbiamo passato a creare l’arco narrativo dell’album. Ho raccolto tutte le mie demo e abbiamo costruito la tracklist dell’album in base alla storia. E’ una cosa che non avevo mai visto fare. Durante la realizzazione abbiamo anche aggiunto brani che amplificassero la storia. Come “Lightyears”, aggiunta in corso d’opera perchè mancava un ruolo più intenso e carico di malinconia.
Infatti il brano parte come ballad pianistica impreziosita man a mano con gli archi. Poi parte il beat. Riesce comunque a dare una sensazione avvolgente.
In realtà l’idea era quella di avere solo piano e voce, magari con degli archi. Poi mi mancava qualcosa e abbiamo aggiunto il resto. Ci sono 120 cambi di tenpo all’interno del brano e Robert “LB” Dorsey che ha curato il mixing, è diventato matto.
In generale nel disco gli stati d’animo si sentono anche dai mood dei brani. Ora elettronici ora completamente acustici.
Era proprio il risultato che intendevo ottenere. Mi piace quando l’arte riesce a trasmettere sensazioni che ognuno può riflettere nella propria vita e nel proprio stato d’animo. Un’attitudine cha va aldilà della mia esperienza personale. Io ci ho provato a creare quall’intenzione.
A proposito di canzoni “Jello” sembra uno dei brani più apprezzati, anche come numero di ascolti sulle piattaforme.
È il primo singolo uscito. È il brano che gira per motivi promozionali, il mio lavoro è quello di parlare del disco. Per il resto sono cose molto al di fuori del mio controllo. E’ il brano in heavy rotation su Radio DeeJay e su MTV. Il brano principe dal punto di vista dell’accessibilità che avevo nella mia cartella demo da un po. Sono contenta che sia uscito e che le persone l’ascoltino.
Sempre “Jello” parla di sentimenti molto forti che arrivano nella vita come l’amore vero. Mi ha dato una sensazione di leggerezza che paragonerei a certi brani di Stevie Wonder o dei Fugees.
Entrambi gli artisti che hai nominato mi piacciono molto. Stevie Wonder ha la capacità di comunicare una leggerezza che non è effimera e fine a se stessa. Una leggerezza che ha una consapevolezza molto forte poi nel fatto che la vita sia estremamente complicata. Insieme a un altro calore che è simile a quello della musica italiana degli anni 60 e 70, è quello che io inseguo. Mi piacerebbe trasmettere, nel mio piccolo, qualcosa di leggero con quell’intensità.
L’anima soul nel tuo disco si avverte, ad esempio in brani come “Friends of Energy” o “Straight Up”.
Sono cresciuta con la musica soul e con London O’Connor abbiamo avuto modo di sperimentare due approcci diversi. Io ho imparato a gestire i beat da usare nelle mie canzoni e lui ha scoperto la melodia italiana. Ad esempio apprezza molto Se telefonando di Mina pur essendo cresciuto in California nel circuito dei rapper, un mondo diverso da quello in cui sono cresciuta io.
Cosa pensi della scena musicale italiana?
C’è molto da dire. Devo essere sincera, sono un po’ ignara di quello che accade e sto rientrando un po adesso. Anche non vivere lì rende più difficile scoprire cose nuove. Quando sono tornata quest’anno ho avuto la possibilità di lavorare con artisti e produttori. Sono rimasta colpita e contenta della qualità che secondo me c’è. una sinergia maggiore fra artisti, autori e producer cresciuta rispetto a sei o sette anni fa. Fra quelli che apprezzo mi viene in mente Mr Monkey. Per il resto ho avuto tante proposte interessanti che mi rendono speranzosa.
Poi sappiamo di essere nel panorama italiano dove si vive il fenomeno della fuga di cervelli, me inclusa. Molte persone sono andate via e chi è rimasto fa quello che può malgrado i problemi a livello politico, economico. In queste condizioni è difficile approcciarsi alla musica e all’arte con una mente libera. Questo fa si che la musica che arriva a numeri alti ne risenta. All’estero c’è un valore diverso che viene dato alla creatività e sopratutto alla novità. Per esempio in America che viene registrata. Non si dice no prima di dire si e secondo me in Italia abbiamo molto la cultura del dire no prima di dire si. Questo secondo me è dannoso e pesante. Però io vedo speranza.
Ci sono progetti di ritorno in Italia per promozioni e live?
Conto di tornare prima della fine dell’anno. Sono emozionata e non vedo l’ora di mangiare un bel piatto di pasta fatto bene.
a cura di
Beppe Ardito

