“Mi ridai un po’ di blu?”, Annamaria Pazienza e la scrittura terapeutica

“Mi ridai un po’ di blu?”, Annamaria Pazienza e la scrittura terapeutica
Condividi su

Per scrittura terapeutica si intende quella tipologia di scrittura che non richiede alcun tipo di abilità e tecniche particolari; che miri a creare un dialogo con noi stessi o con un soggetto diverso da noi, che permetta alle parole non dette di essere parole scritte. Ne deriva uno scarico di stress attraverso carta, inchiostro e silenzi. Come in Mi ridai un po’ di blu?.

“Si, ma se sbaglio?”, “se ci sono errori?”, “ma io non so scrivere”: queste sono scuse. O per meglio dire, sono resistenze che ci imponiamo quando scegliamo di mettere su carta qualcosa che nessuno ha il diritto, e il dovere, di leggere.

Mi ridai un po’ di blu? e la narrazione di una triade

Annamaria Pazienza, autrice del breve romanzo pubblicato da Eretica Edizioni, riesce a ricreare una narrazione a tre partendo dai ricordi di Marco, il ragazzo fatto a pezzi dalla relazione precedente e che sembra non aver mai potuto dimenticare Andrea. Ultima di questa triade è Sarah, l’attuale compagna di Marco. Se ci si fermasse solo a questo breve paragrafo, Mi ridai un po’ di blu? assomiglierebbe a un qualsiasi romanzo adolescenziale dove soffrono tutti e nessuno è davvero mai in pace con se stesso.

Cosa succede nelle relazioni che viviamo e che ci hanno formati e ci formeranno ancora? Ognuno di noi perde un pezzo di sé, acquisendo irrimediabilmente una parte dell’altro. Poi esistono le ossessioni, quelle persone che ti entrano dentro e tu senti tutto molto di più, arrivando ad implodere come una stella, diventando un buco nero che inghiotte se stesso e tutto ciò che si trova nel suo percorso, cercando disperatamente qualcosa che tappi quel vuoto.

Mi ridai un po’ di blu?, di Annamaria Pazienza, edito Eretica Edizioni. Foto di Ylenia Del Giudice

Ho pensato per un istante, mentre lei mi stava guardando, che alcune stanze della mia memoria fossero ormai blindate e chiuse dall’interno, con una chiave gettata nel cesso e una giusta dose di gas soporifero tra le loro quattro mura, ma mi sono accorto in quel momento in che modo tu abbia dilaniato ogni mio credo. Le camere oscure si sono spalancate totalmente, le paure mi sono catapultate nella testa e io mi sono chiuso ermeticamente.

Si divora, si mette alla prova, si scompare e ricompare, non si è mai davvero lì, in quella nuova storia.

Mi ridai un po’ di blu?: lettere e scrittura terapeutica

Mi perdoneranno gli esperti per aver riassunto in queste poche righe una serie di emozioni, azioni e reazioni che nel setting terapeutico si portano avanti per anni, ma di meglio in questo caso non potevo fare. Il romanzo ha un formato che abbiamo visto in più occasioni, persino al liceo: si tratta di lettere, tutte precedute da poesie o testi di canzoni.

Missive dove i ricordi a volte si confondono, dove chi scrive cerca una spiegazione e al tempo stesso un ricordo che non sia morto. L’amaro invade quella ricerca e tutto sembra fermarsi in una piccola esplosione di dolore, una specie di aritmia che culmina con una fitta intercostale.

Ecco la scrittura terapeutica. Eccone il senso: non importa l’arco temporale, non importa come scegliamo di impostare la nostra storia. L’importante è scrivere affinché si possa portare avanti un qualcosa che ci aiuti a stare in piedi, anche.

The truth about reality, opera di David Christiaan
Mi ridai un po’ di blu? e l’accettazione

L’opera qui sopra si intitola The Truth about reality. Lavoro concettuale senza dubbio, come concettuale è il brevissimo romanzo. Sarah, la moglie di Marco, è come la cornice: un contenitore di un’opera fatta di vuoti. Marco è arte e artista, lo scavare una buca mentre si grida aiuto, una vecchia moka che borbotta sputacchiando il caffè ovunque, invadendo casa di profumo che diventa odore di espresso bruciato. Andrea è fruitrice, consumatrice di un prodotto chiamato amore perché è così che le viene detto di fare: prendi ciò che ti viene offerto.

Perché concettuale? Perché nessuno sembra davvero lasciare qualcuno. Perché non c’è azione in questo romanzo fatto di lettere ritrovate. C’è angoscia, ansia per racconti di noi che sbucano tra le righe. E c’è forse l’azione che alcuni di noi avrebbero voluto mettere in pratica in certi momenti: l’autoanalisi.

Se non l’avessi fatto, se non avessi distrutto casa, se non avessi distrutto ogni centimetro della nostra abitazione, non avrei trovato questo plico di lettere.

Termina con la lettera di Sarah questa storia, con le parole indirizzate ad Andrea che richiedono un certo tipo di maturità emotiva per essere scritte, che non sempre siamo in grado di esprimere. Il testo, le parole di Marco soprattutto, sono termini e sentimenti vicini a chiunque si sia mai imbattuto in un’ossessione, in un amore che toglie momenti di vita e lascia il posto alla paura del dolore, prima ancora di provarlo. Un rimuginio continuo che confonde i piani e le persone, che disperatamente cerca di essere placato senza volerlo davvero.

a cura di
Ylenia Del Giudice

Seguici anche su Instagram!

LEGGI ANCHE – Renato Caruso inaugura la mostra “Ignazio Stella (Stern). Dalla collezione Cavallini Sgarbi”
LEGGI ANCHE – Studio Ghibli: tutto quello che c’è da sapere

Condividi su
Ylenia Del Giudice

Ylenia Del Giudice

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *