Giuseppe Giacobazzi a Rovigo con “Noi, mille volti e una bugia”

Giuseppe Giacobazzi a Rovigo con “Noi, mille volti e una bugia”
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Sabato 26 Marzo, ad esattamente due anni di distanza dalla data originaria e poi posticipata per pandemia, Andrea Sasdelli, in arte Giuseppe Giacobazzi, è salito sul palco del Teatro Sociale di Rovigo con il suo spettacolo Noi, mille volti e una bugia.

Una lunghissima fila di persone fuori dal teatro preannuncia una serata da tutto esaurito e sarà impressionante, una volta dentro, vedere la quantità di gente che riempie platea e balconate.

Prima volta a Rovigo per Sasdelli ed il benvenuto è più che caloroso. Le luci si spengono, il sipario si apre e svela il palco con una scenografia tanto minimal quanto azzeccata: un cubo di led a ricreare una camera. Ma non una stanza qualsiasi; un camerino con il suo specchio, la sedia ed un tavolo.

“Questa è la stilizzazione di un camerino, il luogo deputato allo scambio tra attore e maschera.”

Le maschere

L’idea dello spettacolo parte, come si può intuire dal titolo, dal romanzo di Pirandello Uno, nessuno e centomila:

“Ti accorgerai a tue spese, lungo il cammino, della vita che incontrerai molte maschere e pochi volti”

Nella vita ne indossiamo molte, un po’ per stare a galla in un mondo con cui bisogna scendere sempre più a compromessi e un po’ per farci accettare. Diversi travestimenti a seconda del momento e di chi abbiamo difronte a noi.

Non si può parlare di questo argomento senza menzionare il carnevale.

“Credo che il carnevale sia la festa più falsa che esista. Perché sono convinto che molta gente a carnevale non si mascheri, la gente a carnevale si smaschera. Ci sono persone che a carnevale  possono permettersi di indossare quegli abiti che non possono indossare per tutto il resto dell’anno. Perché altrimenti verrebbero indicati, derisi dagli altri e finalmente in quei giorni, grazie al carnevale, possono vivere il loro vero essere.”

La maschera Giacobazzi

Sasdelli racconta il rapporto di amore-odio con il suo personaggio, nato nel 1984, e di come ad un certo punto della sua vita, a carriera ormai decollata, il personaggio/maschera abbia quasi preso il sopravvento. È un momento di forte intimità con il pubblico.

Vengono per un attimo abbandonate le risate, con le storie più giocose, e si entra in un pensiero molto intimo dell’artista. Quasi una confessione dolce amara su come la popolarità del personaggio gli abbia sì donato molte cose come la fama, il successo, il riconoscimento, i soldi ma anche di come questo gli abbia fatto perdere dei momenti di sé.

Come se indossare quella maschera per così tanto tempo gli avesse fatto perdere di vista la vita reale fatta di amicizie, passioni ed il rapporto con la propria famiglia.

Il bisogno di rallentare, di ritornare padrone della propria vita e del proprio tempo. Magari iniziando a diminuire il numero di spettacoli e di appuntamenti con il pubblico. Abbandonare un po’ il personaggio Giacobazzi e tornare ad essere un po’ più Sasdelli.

Se è vero che la maschera è il filo che unisce tutto lo spettacolo, è anche vero che ci sono diversi intermezzi quasi a voler prendere il respiro.

La cultura ci salverà

E allora ecco un interessante momento dedicato all’universo “scuola” e di come si sia persa l’idea di cultura e di studio. Problema non tanto causato dai figli quanto dai genitori di adesso, visti come generazione incapace di assumersi le proprie responsabilità.

Quello di Sasdelli/Giacobazzi è un accorato appello ai più giovani a riprendersi la voglia di studiare e a cambiare in meglio le cose.

“Soltanto con la conoscenza e la cultura ti puoi formare un pensiero autonomo e quindi critico. Ed è l’unica cosa che può confrontarsi e combattere contro chi con uno slogan ti vuole pecorone e assoggettato alla massa. Studiate per voi stessi, per avere al vostro fianco quest’arma straordinario. Perché soltanto con la cultura e la conoscenza riuscirete a vincere su questi anni pieni di ignoranza cosmica che ci circonda.”

La serata scorre tra le storie più disparate fatte di nottate estremamente alcoliche con gli amici di una vita intera, racconti della bassa provincia emiliana, la vita a scuola, le “experience” nei musei, i programmi di cucina e la vita in famiglia durante il lockdown. Varie situazioni che aprono poi ad altri racconti con diversi protagonisti e le loro immancabili maschere.

Due ore di spettacolo senza pause che conquistano il pubblico, facendolo ridere e allo stesso tempo riflettere. 

Si conclude la serata con una riflessione sul fatto che quelle maschere che indossiamo non sono solamente per nasconderci o fingere di essere ciò che non siamo.

Quante maschere siamo costretti ad indossare ogni giorno?
Quante diverse versioni di noi stessi costruiamo per proteggerci e proteggere chi amiamo?
Quante bugie dette per il bene degli altri o per non farli preoccupare?

E quanto è liberatorio, ogni tanto, tornare ad essere finalmente noi stessi, con tutte le nostre paure e i difetti, mostrandoci a chi amiamo per ciò che siamo in realtà?

a cura di
Anna Bechis
foto di
Enrico Dal Boni

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