La cronologia dell’acqua – la recensione in anteprima del debutto alla regia di Kristen Stewart

Tratto dall’omonima autobiografia di Lidia Yuknavitch, arriva al cinema un film coraggioso ed emotivo.

Dopo anni di carriera da attrice, Kristen Stewart passa dall’altra parte della macchina da presa. Per farlo, porta sul grande schermo una storia vera potente, che parla dei traumi della scrittrice e del suo rapporto con l’elemento a lei più affine: l’acqua.

La pellicola è basata sull’autobiografia La cronologia dell’acqua di Lidia Yuknavitch, che racconta la vita della scrittrice in una serie di ricordi da ricostruire. La regista si attiene allo spirito del memoir, dando vita ad un’opera con un’anima coraggiosa e profondamente emotiva.

Frammentata

Descrivere la trama de La cronologia dell’acqua non è così semplice. Tutto è frammentato, ciclico, ripetuto. Il tempo scorre nella pellicola simulando il tempo dei ricordi, che fuggono e si sovrappongono mentre si cerca di dargli un senso. Come nella memoria di una persona, i fatti si susseguono e si rimandano tra loro, con una logica interpretabile, ma soggettiva.

La protagonista assoluta è Lidia (Imogen Poots), una bambina cresciuta in una famiglia disfunzionale, con padre violento e madre alcolista, che diventa una promessa del nuoto. Segnata dai traumi del passato, cade preda a sua volta delle dipendenze e si imbarca continuamente in relazioni sempre più tossiche.

La sua vita è delineata, come quella di tutti, da fasi. Un’infanzia traumatica, un’adolescenza rabbiosa, la ricerca di un senso della vita che fa fatica a trovare. Un senso alla propria esistenza e a tutti i propri traumi, nella richiesta di un perché che non è mai espresso, ma rimane sottinteso.

What are you, some kind of a mermaid?

Imogen Poots interpreta Lidia con una sincerità disarmante. C’è qualcosa dietro ai suoi occhi di profondamente spezzato. Specialmente nella prima metà, in cui la protagonista ancora non ha capito come disfarsi del proprio dolore, immettendolo nella scrittura come catarsi, il suo sguardo è sempre velato da un’ombra di disperazione.

Lidia non parla molto. Si confida più spesso con lo spettatore, o il lettore, piuttosto che dialogare con gli altri personaggi. Sono più che altro le immagini, frammentate, che danno l’idea di cosa le passi per la testa. Così come le sue reazioni a ciò che le avviene intorno.

Lei è sempre sola, al centro, mentre gli altri personaggi rimangono ai bordi dell’inquadratura, di sfuggita o d’intralcio. Lo spettatore è quasi esclusivamente con lei, nel tentativo riuscito di fare immergere nel suo esclusivo punto di vista.

Gli altri sono per lo più comparse. Comete che arrivano e se ne vanno dalla sua vita, ritornano oppure no. Diversi personaggi non hanno nemmeno un nome, nonostante sembrino avere un peso nella sua vita, anche se solo momentaneo.

Fanno eccezione coloro che le cambiano la vita: per primo il padre (Michael Epp), poi Ken Kesey, famoso scrittore statunitense, autore di capolavori come Qualcuno volò sul nido del cuculo, interpretato da un ottimo Jim Belushi. Lui le mostra il potere della scrittura. Forse per primo, crede in lei e vede la sua potenzialità di scrittrice.

Un anfibio senza genere

Il film è connotato da un potente sguardo femminile. Per quanto Lidia voglia riemergere come anfibio senza genere, la sua esperienza di vita è profondamente influenzata dal suo sesso.

Inizialmente, per gli abusi di suo padre. Sessuali, sia su sua sorella che su di lei, e verbali. Nel modo più violento possibile, il padre le ricorda che è di sua proprietà, che un ragazzo da lei può volere solo una cosa. Ciò che Lidia ha tra le gambe la condanna ad una vita sessualizzata.

Anche successivamente, il femmineo torna in diversi momenti dedicati, invece, alla maternità. Alla perdita di un figlio, al sentirsi inadeguati.

Lidia è nata in un corpo con un genere e ciò non può esserle tolto, nel bene e nel male.

Il femmineo è potente e violento in questo film che ne parla senza filtri. La regista si sofferma sul corpo femminile con uno sguardo che non è quello sessualizzante a cui il cinema, specialmente nel suoi primi decenni, ci ha abituati. Non è, insomma, lo sguardo che pone la donna come oggetto, ma uno sguardo che ne fa soggetto e, per questo, è più crudo e sincero.

Non c’è languidezza o perfezione nel corpo di Lidia. È sporco, difettato. Come il suo comportamento, a tratti violento e spregiudicato, spesso in ogni modo eccessivo. Una strada costellata dall’autodistruzione in tutte le sue forme.

Ciò che emerge è il ritratto di una donna spezzata, traumatizzata, ma reale.

Un ottimo amalgama tra narrazione e comparto tecnico

Il film è girato in 16mm, dando una grana all’immagine che la rende davvero materiale. La pellicola contribuisce ulteriormente a dare l’idea che il metodo narrativo principale sia quello di imitare la memoria di un corpo, nella sua frammentazione e unicità.

Le inquadrature, per lo stesso motivo, sono lontane dalla perfezione estetica e dalla simmetria: sono sporche, storte, spesso sproporzionate. In alcuni momenti si fissano maniacalmente sui dettagli, specialmente dei corpi, mentre in altri si perdono nel movimento.

Tutto ciò contribuisce a dare il senso generale della pellicola, che invita a sentire la storia di Lidia a livello emotivo, prima di tutto. Come la mente umana si perde pezzi che erano importanti e mantiene dettagli ininfluenti, così il film fa una panoramica della vita della protagonista che non è la realtà oggettiva della sua vita, ma la memoria soggettiva della scrittrice.

Conclusione

L’esordio alla regia di Kristen Stewart non è solo riuscito, ma coraggioso e originale. La cronologia dell’acqua ha un’anima forte, in cui ogni reparto lavora insieme, con una direzione ben precisa e coerente nella sua frammentazione.

Stewart riesce a prendere un memoir con un’identità forte e crea un’opera cinematografica che lo rispetta e ne riesce a replicare lo spirito e lo stile. Insomma, per una volta un ottimo materiale di partenza dà vita a un ottimo adattamento.

a cura di
Francesca Maffei

Seguici anche su Instagram!
LEGGI ANCHE Kill Bill: The Whole Bloody Affair – la recensione dell’ultima folle e imperdibile versione di un cult senza tempo
LEGGI ANCHE No Good Men – la recensione in anteprima del film d’apertura alla Berlinale

Related Post