La retrocensione: Babadook – quando l’uomo nero è dentro di noi

Babadook è stato il primo lungometraggio da regista di Jennifer Kent, nell’ormai lontano 2014. Costato due milioni di dollari, ne incasso ben dieci, diventando nel corso degli anni uno degli horror moderni più ricordati.

Dopo l’enorme crisi qualitativa che ha colpito il genere horror – soprattutto americano – negli anni 00, dove il film ad aver più smosso le acque e a lasciare il segno fu un prodotto mediocre come Paranormal Activity, attualmente la situazione inizia ad essere in netto miglioramento.

Viviamo una fase in cui l’horror spesso diventa anche cinema d’autore o – per fare i sopraffini – elevato. Non è una novità, l’horror è da sempre stato usato per parlare di problemi sociali, politici, psicologici ecc ecc, ma sicuramente in questi anni 10 e 20 del 2000 questa tipologia di film dell’orrore è tornata ad essere più presente.

Scappa – Get Out, It Follows, Talk to Me, The Substance e il recentissimo Obsession sono soltanto alcuni di questi esempi. Se si prova, però, a cercare un punto di partenza, ad individuare un film precursore di questa moderna rinascita dell’horror d’autore, quella pellicola potrebbe tranquillamente essere Babadook.

Trama

Amelia (Essie Davis) è una donna vedova con un figlio autistico di nome Sam (Noah Wiseman). Stanca, frustrata e profondamente depressa per la morte del marito, avvenuta in un incidente d’auto mentre correvano in ospedale durante il travaglio per il parto, la donna non riesce a gestire il problematico Sam e non riesce neanche a mostrargli il giusto affetto.

A peggiorare la situazione, la famiglia si ritroverà in casa un inquietante libro pop-up, che racconta di un uomo nero, denominato Babadook, che nella storia, perseguita una madre fino a farle uccidere il cane e il figlio e poi portandola al suicidio, ricordando nei disegni proprio i nostri protagonisti.

Sam, profondamente inquietato, inizierà a vedere il Babadook ovunque, ritrovandosi ad avere comportamenti sempre più problematici, ma sarà quando la creatura apparirà ad Amelia che l’orrore prenderà piede.

L’uomo nero non è soltanto un mostro stavolta

Leggendo la trama, si può pensare che Babadook sia il classico film con il mostro o con una banale possessione, ma in realtà è molto di più. L’uomo nero qui è metaforico, simbolo del rifiuto del lutto, del senso di colpa e del rancore provato da Amelia verso il figlio.

La donna colpevolizza se stessa e Sam per la morte del marito, accusandosi che se non avesse avuto le doglie quella sera, non lo avrebbe mai perso. Rifiuta persino di festeggiare il compleanno del figlio nel giorno corretto, visto che combacia con il tragico evento. Ed è proprio in una situazione così fragile, che il Babadook viene generato.

Non è un mostro che colpisce tutti, ma è il personale demonio di Amelia, nato da tutte le emozioni negative accumulate dalla donna durante gli ultimi anni. Non punta unicamente a terrorizzare, il suo obiettivo è dividere e rendere ancora più fragile il rapporto tra madre e figlio fino a portare a compimento ciò che ha predetto nel libro pop up.

Un film precursore

Riprendendo l’inizio dell’articolo, se ad oggi ci pare evidente che pellicole come Talk to me e Bring her back dei fratelli Philippou affrontino il tema dell’accettazione del lutto, dodici anni fa, non fu lo stesso per Babadook, non per tutti almeno. All’epoca il film fu apprezzato e amato dai fan più smaliziati del genere, ma il pubblico generalista non comprese la metafora e il messaggio della pellicola, trovando la messa in scena ridicola.

Chi vi scrive ha avuto un confronto diretto con questo fenomeno, ritrovandosi la prima volta in una sala piena e gremita di persone che rideva sguaiatamente e che ha avuto successivamente, dibattiti con amici che non sono riusciti a capire il finale (e cosa rappresenta la cantina a fine film) a causa di una lettura superficiale.

Proprio per questo motivo si può considerare Babadook precursore a questo ritorno in sala dell’horror “profondo”, perché se adesso tutti gli spettatori stanno iniziando a distinguere un film dell’orrore d’autore da uno più commerciale e grazie a pellicole come quella della Kent, che hanno avuto il coraggio di correre ogni rischio possibile.

Non è un semplice film con il mostro, non è il tipico horror con le possessioni, ma è un viaggio attraverso il dolore umano, e di come una madre e un figlio possano ritrovare il reciproco amore.

Una tensione sempre crescente

Ora arriviamo al nocciolo della questione. Va bene la tematica impegnata, ma il film, effettivamente inquieta? La risposta è si.

Babadook ha pochi jumpscare, decidendo di puntare ad una tensione sempre più crescente, mano a mano che la creatura prende possesso di Amelia. A riprova di ciò, riprendendo sempre l’esempio della mia esperienza al cinema, tutti quelli che ridevano e commentavano ad alta voce, erano gli stessi che nelle scene più intense stavano in religioso silenzio con le mani ben ancorate alla sedia.

Tutto questo è possibile grazie anche all’incredibile interpretazione dei suoi protagonisti. Essie Davis passa con una naturalezza maniacale dalla madre frustrata ad una donna rabbiosa, capace di metterti paura solamente con un’occhiata.

Noah Wiseman invece è pazzesco come non sia stato considerato come uno dei bambini attori più impattanti di sempre. Arrivi a pensare che sia effettivamente un bambino problematico e in certi punti, la pellicola arriva a fartelo detestare insieme ad Amelia.

In conclusione

Questa recensione voleva essere un attestato di stima verso una pellicola che ha raccolto molto meno di quanto meritasse. Se lo amate continuate a riguardarlo, se non lo avete mai visto scopritelo, ma soprattutto, se l’avete visto e non lo avete apprezzato, riprovate a dargli una seconda possibilità, magari attraverso un occhio più serio ed adulto, perché se vi aspettate il film horror da vedere con gli amici come intrattenimento, siete completamente sulla strada sbagliata da percorrere.

a cura di
Andrea Rizzuto

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