No Good Men – la recensione in anteprima del film d’apertura alla Berlinale

Shahrbanoo Sadat, insieme a BeWater, porta nelle sale italiane un’eccellente satira politica attraverso uno sguardo femminile fresco e tagliente, interrogandosi su una questione ad oggi più che rilevante: esistono uomini buoni?

Il nuovo film di Shahrbanoo Sadat si configura fin dalle prime inquadrature come un’impresa straordinariamente audace e coraggiosa. In un’epoca in cui la geopolitica stringe il nodo della censura e della repressione, la regista decide di concepire e girare un’opera cinematografica di questa portata in Afghanistan e per questo rappresenta di per sé un atto autenticamente rivoluzionario. 

Sadat, tuttavia, non si limita alla testimonianza passiva ma decide di firmare una satira politica graffiante e al tempo stesso spassosa. Il risultato è un’opera magnetica che invito fin da subito a recuperare in sala così da farsi travolgere.

La scelta del Festival di Berlino di designare No Good Men come film d’apertura denota non solo un indiscutibile coraggio istituzionale, ma forse anche una profonda consapevolezza culturale. Il terzo lungometraggio della regista afghana è un’opera seminale, strutturata per scuotere le coscienze e, inevitabilmente, dividere il pubblico. In questo senso, nel tentare di contestare al film le sue imperfezioni si finisce per riflettere ironicamente gli stessi atteggiamenti presuntuosi che vengono messi in risalto all’interno della pellicola.

A rendere l’operazione ancora più viscerale e profondamente personale è il coinvolgimento totale della stessa Shahrbanoo Sadat, che qui firma la regia, interpreta la protagonista e, in un gioco di specchi metacinematografico, recita nel ruolo di un’operatrice di macchina. Questo triplo ruolo annulla la distanza tra l’autore e il tema trattato, proiettando perciò sullo schermo le urgenze, i rischi e le passioni di una filmmaker che si mette metaforicamente a nudo davanti all’obiettivo.

Trama

La trama ruota attorno a Naru, madre single che dopo la rottura con il marito, si trova obbligata a non ufficializzare il divorzio per non perdere la custodia del figlio piccolo. La sua routine quotidiana subisce una brusca accelerazione quando viene assegnata al fianco di Qodrat, il reporter di punta della rete. Qui, essendo l’unica operatrice di macchina di Kabul News, si scontra con l’universo prettamente maschile dell’emittente. Nel frattempo diventa “occhio” dei contrasti tra lo stato Afghano e le forze talebane.

Il grottesco per esprimere la tossicità del sistema

Uno dei maggiori pregi di No Good Men risiede nella sua capacità di non cadere mai nella retorica insopportabile o nel puro ricatto emotivo. Quando la retorica emerge, lo fa in modo volontario con una satira pungente, divertente e a tratti volutamente sopra le righe, una precisa scelta stilistica che ne attesta una forte e matura personalità.

Il registro grottesco si trasforma in una sorta di lente deformante, eppure chiarissima, ideale per immortalare una società tossica, schiava del capitalismo selvaggio, del dio denaro, della guerra e del patriarcato. Un esempio è rappresentato dalla sequenza di uno spot pubblicitario di un energy drink, un intermezzo satirico interamente costruito attorno alla tematica dell’”iper-mascolinizzazione” tossica che riesce a fotografare perfettamente le nevrosi di un patriarcato tanto aggressivo quanto ridicolo. In questo contesto, si inserisce la scenografia che riesce a conferire una dimensione più pop a un racconto che a primo impatto può risultare circoscritto allo stato raffigurato.

È un film che non annoia mai e che mantiene una traiettoria narrativa incalzante fino all’amaro finale. La pellicola sprizza quindi la freschezza e la libertà espressiva tipiche di una nuova generazione di filmmaker e non a caso, la regista a soli 36 anni dimostra una invidiabile padronanza del mezzo cinematografico.

Quindi gli uomini sono tutti cattivi?

Nonostante la forte polarizzazione delle situazioni, Sadat compie un’operazione di scrittura straordinaria. Il titolo può apparire evocativo e le premesse per cadere in un banale scivolone ci sono tutte, ma gli uomini all’interno del film non vengono mai descritti come mostri bidimensionali o puri villain, piuttosto come figure sfumate. Per esempio, il personaggio di Qodrat non è né un buono né un cattivo, ma risulta più propriamente lo specchio di una società patriarcale. L’uomo si classifica come un personaggio in grado di subire un’evoluzione significativa dettata dalle esperienze vissute. Qodrat si scopre a sua volta schiavo del maschilismo e delle asfissianti imposizioni familiari, come ne dimostra il matrimonio combinato con la cugina.

Anche le forze dell’ordine e la classe politica non subiscono una condanna a priori ma vengono contestualizzate, permettendo al pubblico di comprendere la causa di determinati comportamenti violenti o corrotti. Alcune scene sono forti e violente ma nonostante ciò si riesce a rintracciare come chiunque sia stato vittima del sistema stesso.

In netto contrasto con questo mondo di compromessi e sottomissioni, la protagonista Naru esibisce un carattere d’acciaio. È un personaggio monumentale che non si lascia calpestare da niente e da nessuno, riflettendo la tempra morale e la resistenza probabilmente della regista stessa. In questo modo, il film si trasforma in un deliberato esercizio politico e artistico, volto a creare uno spazio in cui poter elaborare e dare delle risposte concrete a un sistema marcio, fondato sulla censura e sulla sottomissione dell’identità femminile.

In conclusione

No Good Men è un’autentica e rigenerante ventata d’aria fresca nel panorama cinematografico contemporaneo. Nonostante si possa rintracciare qualche piccola sbavatura legata alla foga espressiva, l’incredibile audacia concettuale dell’operazione fa passare ogni minimo difetto in secondo piano.
Shahrbanoo Sadat ci consegna un’opera densa, che lascia lo spettatore profondamente divertito ma sicuramente pensieroso.

E quindi sì, esistono uomini buoni. Ma anch’essi sono vittime di un sistema maschilista e patriarcale che opprime ed emargina chiunque tenti di discostarsi dai binari della “norme” prestabilite.
Per questo No Good Men è un film che invita a reagire e che parla a tutti attraverso una nuova incisiva voce femminile del panorama cinematografico.

a cura di
Simone Torricella

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