Gli Zen Circus portano a Sogliano al Rubicone il Male Summer Tour 2026, in occasione di Notturni nel Bosco
Ci sono band che salgono sul palco per suonare, e poi ci sono gli Zen Circus. Ogni loro concerto è una sorpresa e, dopo tanti anni sulle scene (le cronache dicono che siano più di trenta), sono uno dei pochi gruppi italiani a incarnare davvero lo spirito del rock’n’roll. Quattro musicisti che si divertono sinceramente insieme e che danno l’impressione di essere esattamente gli stessi anche quando il concerto finisce.
La data di Notturni nel Bosco, la rassegna musicale estiva di Sogliano al Rubicone, ha una particolarità: il concerto comincia alle sette di sera. Fino a qualche anno fa sarebbe sembrata un’eresia per una band rock. Oggi – sarà anche l’età, mia e loro – mi pare un’idea geniale.
La radura dove si svolge il live è immersa tra boschi e colline. Uno scenario unico, che crea un’atmosfera difficile da replicare altrove. Le persone mangiano, bevono e chiacchierano sedute sui plaid, mentre il sole cala. Praticamente il picnic sull’erba di Manet, ma con più piadina.
Quando dagli impianti parte la Imperial March di Darth Vader, tutti capiscono che è il momento. I plaid vengono raccolti e il pubblico si spinge sotto al palco. Bastano pochi secondi per trasformare una serata rilassata in una festa.
Il Male Summer Tour 2026 che portano stasera a Sogliano è la naturale prosecuzione del percorso iniziato con l’album Il Male, il tredicesimo della band. Dopo migliaia di concerti, con un pubblico che cresce, rinnovandosi ma senza mai perdere chi c’è fin dagli esordi, gli Zen Circus sono diventati uno dei punti di riferimento del rock italiano. Il tutto senza rincorrere le mode: oggi sembra una rarità.
Il repertorio della band racconta il loro gusto per la provocazione e la satira sociale. La terza guerra mondiale a dieci anni dalla sua pubblicazione continua a raccontare un presente che sembra non essere poi così diverso.
Con Catene cambia il registro. “Da quando è morta nonna, sembra una cattiveria, mio padre è rinato”, è un verso spiazzante, che in poche parole racconta tutta la complessità dei rapporti familiari senza cercare consolazioni facili. Un mood che spesso si ritrova nelle canzoni degli Zen, dove anche le storie più intime diventano l’occasione per dire qualcosa di universale.
Tra un pezzo e l’altro emerge continuamente la loro intesa. Andrea Appino, sul palco con una t-shirt dei Sonic Youth, conduce il concerto tra ironia e improvvisazione. Ufo è la spalla perfetta, sempre pronto a trasformare qualsiasi imprevisto in una battuta. L’esempio arriva quando Appino prende una chitarra acustica, ma non esce alcun suono. “La chitarra di Schrödinger”, la soprannomina immediatamente Ufo. Uno scambio improvvisato che racconta meglio di qualsiasi intervista il rapporto che lega i quattro.
Karim Qqru è il motore ritmico della band, mentre il Maestro Francesco Pellegrini aggiunge colore al suono degli Zen Circus. Ognuno occupa il proprio spazio, ma è l’incastro tra tutti e quattro a renderli una band così speciale.
È sempre Ufo a dettare la regola, la stessa da anni: “Anche se sono le sette di sera, più casino fate voi, più casino facciamo noi”. Il pubblico non se lo fa ripetere due volte.
Non voglio ballare e Vent’anni sono solo alcuni dei momenti più intensi della serata, con il pubblico che canta (male) le strofe, mentre la band si diverte a prenderlo in giro, lasciando però spazio al coro improvvisato.
“Non è cambiato nulla. Siamo i soliti stronzi” canta Appino sul finale.
Da lì in poi il concerto continua senza cali. Miao, Il fuoco in una stanza, Andate tutti affanculo, Ilenia e Vecchie troie vengono accolte con entusiasmo.
Arriva poi Novecento, introdotta da una battuta che battuta non è: “Ora stiamo tutti meglio. Il Novecento è finito”.
La parte finale accelera ancora con Canta che ti passa, Figlio di puttana, Ragazzo eroe, Non, È solo un momento e Nati per subire.
Prima del bis il gruppo lascia il palco solo per pochi minuti, dando appuntamento a tutti alla vicina sagra del cinghiale di Ponte Uso. Una gag? No, ma forse questa non è la sede giusta per raccontare come sia andata a finire. Ci vorrebbe un altro articolo solo per le gesta della band sulla pista del liscio.
Il ritorno sul palco santifica la festa. Il concerto si conclude con Viva. Si canta, si salta, si balla e, anche se il sole è ormai tramontato, l’energia è ancora quella dell’inizio.
Come diceva Appino stasera, cambiando il finale di una delle loro canzoni più famose: “Siamo i soliti stronzi di sempre, non è cambiato assolutamente nulla“. Sarà anche vero, ma viene da pensare che, prima o poi, toccherà anche a loro fare i conti con quella strana legge raccontata da Arbasino, dei soliti stronzi che diventano, quasi senza accorgersene, venerati maestri. Gli Zen Circus, però, sembrano avere tutta l’intenzione di arrivarci continuando a fare gli Zen Circus. Perché un loro concerto non è mai solo una scaletta eseguita bene. È ironia, imprevisto, caos controllato, complicità, sudore e canzoni che, live dopo live, continuano a trovare un significato nuovo.
Ed è per questo che, ancora oggi, restano semplicemente una delle migliori band dal vivo che il rock italiano abbia mai avuto.
a cura di
Daniela Fabbri

