Dopo quattro anni di assenza dai palchi, Caparezza sta macinando un tour quasi tutto sold out in giro per le migliori location d’Italia.
Cattolica, 25 luglio 2026. Il concerto di Caparezza all’Arena della Regina è sold out da oltre un anno. Un dato che basterebbe da solo per raccontare quanto fosse atteso il ritorno dal vivo di Michele Salvemini, ma che diventa ancora più significativo osservando il pubblico presente.
Ci sono famiglie con bambini, gruppi di ragazzi, persone che probabilmente hanno scoperto Caparezza con gli ultimi lavori e vecchi veterani che cantano le sue canzoni da quando i suoi capelli erano forse ancora più spettinati di oggi.
È proprio questa una delle cose più belle della serata: la capacità di Caparezza di raggiungere generazioni completamente diverse. Non è così scontato vedere dei bambini seguire con attenzione uno spettacolo costruito su testi complessi, riferimenti culturali, introspezione e critica sociale.
Forse il merito è delle scenografie colorate, dei personaggi che compaiono sul palco e di una messa in scena che sembra uscita direttamente dalle pagine di un fumetto. Oppure è proprio l’amore trasmesso attraverso il fumetto a rendere accessibile anche ai più piccoli un mondo narrativo molto più articolato di quanto possa sembrare.
Il concerto
Il tour ruota principalmente intorno al viaggio di “Orbit Orbit“, il progetto con cui Caparezza ha unito musica e fumetto, trasformando il concerto in una nuova tappa di quello stesso percorso.
Sul palco non si assiste semplicemente all’esecuzione di un disco. Ci si trova davanti a una storia fatta di musica, teatro, immagini, personaggi e continui cambi di prospettiva. Ogni elemento sembra avere una funzione precisa e nulla appare inserito soltanto per riempire la scena.
Caparezza lo sa bene: non è più il giovincello spettinato di un tempo.
Spettinato sì, quello fortunatamente non è cambiato, ma oggi porta sul palco spalle più forti e soprattutto la consapevolezza che il tempo passa. Non cerca di nasconderlo e non prova neppure a rincorrere una versione più giovane di sé stesso.
Il patrimonio più grande di Caparezza sono i suoi testi. Parole che, anche dopo oltre vent’anni, continuano ad arrivare al cuore di persone molto diverse tra loro. Testi capaci di essere ironici, politici, personali e dolorosi, spesso all’interno della stessa canzone.
Parole, melodie e immagini che soltanto la mente trasversale di Michele Salvemini sembra riuscire a mettere insieme senza perdere il filo.
Il viaggio di “Orbit Orbit” si apre così anche alle perle di “Exuvia” e “Prisoner 709“, dischi che hanno segnato una fase particolarmente importante della sua carriera. Più intima, più consapevole e forse anche più complessa.
Questi tre lavori sembrano rappresentare un vero periodo evolutivo per Caparezza. Non soltanto dal punto di vista personale, ma anche stilistico e musicale. La scrittura è cambiata, la ricerca sonora si è fatta ancora più profonda e il rapporto tra musica e rappresentazione teatrale è diventato sempre più stretto.
Ed è probabilmente questo il motivo per cui assistere a un concerto di Caparezza non è mai una cosa banale.
Dietro ogni album e dietro ogni tour ci sono studio, ricerca, cura musicale e un enorme lavoro teatrale. Le scenografie non fanno semplicemente da sfondo alle canzoni: ne diventano parte integrante. I musicisti, i performer e i personaggi presenti sul palco contribuiscono a costruire un universo che cambia forma continuamente.
Ci sono le sculture di cartapesta, il teatro, le animazioni, il disegno e i fumettisti coinvolti durante il tour per accompagnare “China Town“. Tutte presenze che non vengono utilizzate come semplici decorazioni, ma diventano parte attiva del racconto.
Come ha detto lui stesso durante la serata, non ama stare al centro dell’attenzione. Si sente piuttosto come un attore che sta recitando una parte: quella di Caparezza, il rapper.
Ma Michele Salvemini è molto, molto di più. E la cosa forse più preziosa è che non usa il palco soltanto per mettere in luce se stesso. Condivide quello spazio con artisti di qualità eccelsa, dando un valore concreto al loro lavoro e lasciando che anche le loro opere entrino nello spettacolo.
Una luce che viene indirizzata anche verso chi oggi non c’è più.
Il ricordo del fumettista palestinese Naji al-Ali diventa uno dei momenti più significativi del concerto. Attraverso la sua figura e quella di Handala, Caparezza continua a dare voce alla tragedia vissuta dal popolo palestinese, ricordando come l’arte possa essere anche testimonianza, memoria e resistenza.
Il finale, naturalmente, non poteva che essere accompagnato da un bis degno di nota.
“Abiura di me”, “Jodellavitanonhocapitouncazzo”, “Fuori dal tunnel”, “Vieni a ballare in Puglia” e tanti altri pezzi che hanno segnato la sua carriera trasformano l’Arena della Regina in una festa collettiva.
Si salta, si canta e si cerca di restare in equilibrio, rischiando anche di perdere gli occhiali da vista. Perché certi brani, dopo tanti anni, continuano ad avere la stessa forza e riescono a coinvolgere tanto chi li ascoltava all’epoca della loro uscita quanto chi li ha scoperti molto più tardi.
Non solo un concerto, ma un invito a perlificare
Alla fine, per chi non è mai stato a un concerto di Caparezza, il consiglio non è semplicemente quello di aspettarsi un concerto.
Bisogna aspettarsi uno spettacolo d’arte. Una mostra fatta di sceneggiatura, musica, disegno, fumetto, teatro e molto altro. Un insieme di linguaggi che si incontrano senza schiacciarsi a vicenda, tenuti insieme da una visione precisa e da una cura quasi maniacale per ogni dettaglio.
Caparezza saluta il pubblico con un invito a “perlificare”. Proprio come fa l’ostrica quando, per proteggersi da un elemento estraneo, trasforma ciò che la ferisce in una perla. Il male, la fragilità, la tristezza e i momenti più difficili possono così diventare qualcos’altro.
Un invito a perseverare e a provare a trasformare in arte ciò che ci accade durante la vita. Perché è proprio dai momenti più bui che, a volte, possono nascere le perle più rare.
Caparezza è Caparezza
Ascolto Caparezza da sempre, e continua a sembrarmi assurdo come basti soltanto il suo nome per mandare in visibilio fiumane di persone arrivate da tutta Italia.
Eppure oggi non è più un artista mainstream. È diventato qualcosa di diverso: quasi un culto, un punto fermo, uno di quei nomi che non hanno bisogno di essere spiegati.
Non ha bisogno di presentazioni, di mode da inseguire o di stupide strategie di marketing pensate per i tempi dei social. Caparezza è Caparezza. E tanto basta.
Per me è forse il miglior artista che abbiamo oggi sulla scena italiana. E su questo non ammetto discussioni. Il numero uno, con l’umiltà e l’indole di chi non ha mai avuto bisogno di stare al centro per esserlo davvero.
a cura di
Martina Giovanardi

