“Path”: l’intervista alla troupe del corto vincitore della prima edizione di Long Story Short

Vincitore del premio per il Miglior Cortometraggio e di una Menzione Speciale per l’interpretazione del protagonista Enrico Battarra, Path è stato uno dei corti protagonisti della prima edizione di Long Story Short. Abbiamo intervistato il regista Lorenzo Muccioli e il resto della troupe – La Squadra dei Falchi – per scoprire il percorso creativo dietro al corto.

Ideato e organizzato da CDL APS, Long Story Short è un contest che sfida giovani troupe cinematografiche a realizzare un cortometraggio originale in soli quattro giorni, seguendo alcuni vincoli creativi. Tra le opere che hanno maggiormente convinto la giuria della prima edizione c’è stato Path, della Squadra dei Falchi, vincitore del premio per il Miglior Cortometraggio e di una Menzione Speciale per l’interpretazione del protagonista Enrico Battarra.

In questa intervista il team racconta la nascita del progetto, il lavoro fatto sui personaggi, il significato delle metafore e la scelta del realismo magico che permea il racconto.

Come avete lavorato sui personaggi in soli quattro giorni, partendo da zero? Dal punto di vista registico e dal punto di vista attoriale, che lavoro avete svolto? 

Lorenzo Muccioli, regista e autore: Il personaggio fulcro è quello interpretato da Enrico (Path). Già a partire dal nome rappresenta il Fato, il destino, qualcosa di metaforico. La scrittura è stata la sfida per rendere chiara questa metafora di sorte, capace di cambiare la vita delle persone.

Path è quello che sorregge l’intero corto. La prova è stata renderlo una persona, trasformando un concetto astratto in un personaggio ben caratterizzato. Pur mantenendo un’entità visivamente ambigua, sospesa tra l’umano e il divino, abbiamo cercato di caratterizzarlo anche attraverso i costumi: l’idea della targhetta, ad esempio, è nata in modo del tutto organico durante la scrittura, emergendo naturalmente dal soggetto. Credo che sia diventata uno degli elementi chiave del corto, dove il personaggio di Enrico ha modo di interpretare tutto quello che poi vedremo.

Gli altri personaggi sono invece più comuni e realistici. Rappresentano certe debolezze, le difficoltà della vita e quelle condizioni mentali e sociali con cui tutti, in un modo o nell’altro, siamo soggetti a convivere. Per questo motivo il lavoro su di loro è stato più facile: appartenendo alla nostra quotidianità, il compito era quello di far emergere alcune criticità della società contemporanea e il modo in cui siamo costretti a fare i conti con alcune debolezze.

Il lavoro su Enrico, invece, è stato il più importante, perché rappresenta una sorta di divinità, un simbolo. Personalmente c’è poca realtà nel cinema che immagino: incarnare valori, simboli, metafore anche esistenziali attraverso un oggetto o un personaggio è un lavoro più creativo e di compressione attorno a qualcosa di concreto e visivo. Da qui nascono il costume, la targhetta, il modo di vestire di Path e il suo impiego, perché quella che raccontiamo è l’ultima giornata di lavoro di questo “Dio”.  Le linee guida che dovevamo seguire ci hanno portato a ragionare su questo contrasto – quello tra il divino e l’umano -, che è stato poi uno degli elementi centrali nella costruzione del personaggio.

Foto di Alessandro Bisognani
Qualcuno della Squadra dei Falchi vuole aggiungere qualcosa?

Francesca Cardini, attrice: Dal punto di vista attoriale, il mio personaggio era sicuramente meno importante rispetto a quelli di Enrico o di Sara (la “fidanzata” nell’episodio del telecomando), però è stato bello riuscire ad avere comunque dei contrasti grazie alla storia che ha costruito Lorenzo. Questo dualismo mostra un personaggio che vive inizialmente in solitaria, isolato dalle altre persone, ma che poi entra in contatto con un oggetto e riesce a cambiare tutto, diventando parte integrante di un qualcosa di più.

È stato divertente e, nel trasporlo sul piano visivo, doveva emergere molto bene: doveva esserci un cambio netto tra la solitudine iniziale al senso di comunità e di allegria che segue. Penso che Sara possa essere d’accordo su questo.

Sara D’orazio, attrice e sceneggiatrice: Sì, stavo per intervenire, ma avrei detto più o meno le stesse cose. L’unica che aggiungo è che credo che tutti vorrebbero avere un Path nella propria vita, capace, con un semplice gesto, di cambiarla e stravolgerla.

Volevo anche dire che nessuno di noi aveva visto il corto finito. È stata una scelta voluta, perché Lorenzo non voleva fare spoiler a nessuno. Devo ammettere che è stata un’idea incredibile: io, per indole, tendo sempre a tenere basse le aspettative, ma questa volta mi sbagliavo. Ho pianto durante la proiezione e questo mi ha reso davvero molto felice.

Lorenzo Muccioli, regista e autore: Sono contento che sia venuto fuori il motivo di tutte queste cose che ho fatto fare agli attori, apparentemente scollegate o semplicemente strane. Lì per lì chi recita arriva a mettersi nei panni di una situazione e basta, senza comprendere troppo. Sono felice che sia venuto fuori, nella visione complessiva, un raccordo di tutto. Questo è molto bello.

Foto di Alessandro Bisognani
Quindi sapevi solo tu l’idea nel complesso?  

Lorenzo Muccioli, regista e autore: No, loro conoscevano tutta la storia. Anzi, abbiamo avuto qualche difficoltà proprio in fase di scrittura. Mentre le altre troupe avevano già iniziato a girare, io ero ancora impegnato a scrivere: ho voluto prendermi un po’ più di tempo e, inoltre, Laura (autrice) è stata male, quindi alla fine ho dovuto occuparmi personalmente della sceneggiatura.

Tuttavia, precedentemente avevamo già delineato alcune parti mancanti e costruito il corpo del corto, ma restava da mettere tutto su carta. Gli altri sono stati bravissimi perché, nonostante i rallentamenti, hanno continuato a lavorare. Ci siamo ritrovati a scrivere a casa mia, con 35 gradi fuori e mille difficoltà. Io, man mano, spiegavo loro l’idea, le scene e quello che avremmo dovuto realizzare, e loro hanno trasformato quelle indicazioni nella sceneggiatura.

Poi siamo riusciti finalmente a iniziare le riprese. Abbiamo affrontato diversi imprevisti, e questo iniziale è stato sicuramente uno dei più importanti (anche perché arrivato all’inizio del percorso). Però la soddisfazione più grande è stata riuscire comunque a portare il corto davanti al pubblico, indipendentemente dalla vittoria: sapere che siamo arrivati al risultato finale nonostante tutte queste difficoltà è stata una grande gratificazione.

Foto di Alessandro Bisognani
È stato molto bello e toccante vedere come avete dato valore a oggetti che oggi consideriamo privi di valore, trasformandoli nel corto in elementi capaci di raccontare metaforicamente le persone. A proposito di questo, la scelta del lucchetto e del telecomando è stata immediata oppure avete valutato inizialmente altri oggetti e altre storie possibili? Il punto di partenza era l’oggetto stesso, dal quale costruivate poi una storia, oppure nasceva prima il personaggio e successivamente trovavate nell’oggetto la metafora più adatta per raccontarlo?

Lorenzo Muccioli, regista e autore: L’idea degli oggetti è nata da Laura e non era qualcosa di premeditato. In un momento critico della scrittura, quando lei stava ancora bene e stavamo scrivendo il corpo del corto, avevamo capito la direzione da prendere: a quel punto dovevamo individuare quali oggetti utilizzare, quale valore attribuire loro e quale ruolo avrebbero avuto nella storia. È stata proprio Laura a trovarli e a dare forma a questa parte del racconto.

Laura Ballotti, autrice: Eravamo in casa, in un momento di grande caos che secondo me è stato fondamentale: avevamo appena superato la fase iniziale di indecisione e avevamo deciso quale direzione prendere per la storia. A quel punto, però, gli oggetti dovevano diventare il vero fulcro del racconto: dovevano prendere vita in modo quasi magico.

Ho iniziato quindi a girare per casa, cercando qualcosa che potesse suggerirmi un’idea e che potesse assumere una funzione completamente diversa rispetto a quella originale. Mi sono ritrovata davanti al telecomando della televisione e ho pensato che fosse perfetto, in quanto dà la possibilità di controllare tante cose, di cambiare situazioni e, quindi, si prestava bene alla storia che volevamo raccontare. In realtà avevamo valutato anche altri oggetti, ma poi li abbiamo messi da parte perché, dal punto di vista narrativo, ci offrivano meno possibilità.

È stato molto bello dar loro una nuova vita, perché ti permette di lavorare con l’immaginazione e, grazie all’elemento del realismo magico, di liberarli dalla loro funzione quotidiana e trasformarli in qualcosa di completamente diverso.

Successivamente è arrivato anche il lucchetto, che avevo trovato in casa e che mi piaceva molto. Mentre storia legata al telecomando ci è venuta in mente quasi subito, per quest’ultimo abbiamo dovuto ragionare un po’ di più, perché il suo ruolo nel corto è forse quello più sorprendente: solitamente un lucchetto serve a chiudere, ma, nel nostro caso, diventa uno strumento capace di aprire possibilità, creare legami e favorire nuove amicizie e collaborazioni.

Lorenzo Muccioli, regista e autore: Gli oggetti sono quelle cose della vita che vengono buttate. Nel monologo, Path fa un discorso su questo aspetto: al di là della nuova funzione che acquisiscono nella storia, sono simboli di qualcosa che per qualcuno ha perso valore o ha esaurito il suo scopo. Il ragazzo riesce invece a trovare per loro una nuova destinazione, restituendo loro importanza e dimostrando come possano ancora essere rilevanti e capaci di cambiare le sorti di alcune vite.

Oltre a questo c’è anche un elogio dell’inutile: in molti momenti della vita non c’è mai qualcuno che ti dice se qualcosa valga più o meno la pena di un’altra, o se questa oggettività sia assoluta. Siamo quindi portati a fare continuamente esperienza per capirne effettivamente il senso, essendo aperti a farci condizionare anche da quello che apparentemente potrebbe essere invisibile o – apparentemente – inutile. Questo è un concetto molto esistenziale, molto difficile da imprimere nelle immagini in soli dieci minuti. Quindi, anche il lavoro di scremare questo significato nelle azioni di un oggetto – e nelle interazioni tra i personaggi e quest’ultimo – è stato un lavoro impegnativo. È una parte centrale nel corto, e secondo me ce l’abbiamo fatta.

Avrei voluto inserire altri oggetti, altre situazioni e mi rendo conto di come “Path” non sia il classico corto riguardante il cammino dell’eroe, dove sono presenti momenti di tensione e situazioni canoniche. È più uno spaccato dell’esistenza di questa figura del destino, nella vita di tutti i giorni. Un’indagine su di noi come esseri che vivono la quotidianità, una vera e propria riflessione sullo sguardo. Anche nel monologo viene detto che non è tanto un oggetto che perde la sua funzione, quanto la soggettività che cambia. È un impegno a variare prospettiva, a rivalutare cose che apparentemente ci sembrano senza senso. È la nostra percezione che plasma il nostro mondo: questo cambia la nostra vita e le nostre sorti.

Francesca Cardini, attrice: Io ho interpretato il corto anche come una riflessione sul modo in cui affrontiamo ciò che smette di funzionare. Spesso, quando qualcosa non ci serve più o presenta delle difficoltà, tendiamo semplicemente a gettarla via invece di provare a sistemarla. In questo caso l’oggetto trova una nuova vita, ma il concetto può essere traslato anche in riferimento alle situazioni e alle relazioni umane: quando qualcosa inizia a deteriorarsi abbiamo una scelta: possiamo provare a recuperarla e portarla avanti, oppure lasciarla andare e abbandonarla.

Foto di Alessandro Bisognani
È molto interessante la lettura che avete dato dei rapporti umani attraverso gli oggetti, creando un parallelismo originale tra il loro valore e quello delle relazioni. Nel corto vediamo situazioni diverse: dalla coppia che attraversa un momento di crisi alla persona più solitaria che fatica a integrarsi nella società: tematiche molto vicine alle nuove generazioni. Oggi , infatti, abbiamo infinite possibilità di connessione, ma allo stesso tempo non siamo mai stati così soli. La tecnologia ci permette di raggiungere chiunque, ma non sempre riusciamo davvero a vedere l’altro, ad andare oltre le barriere che ci poniamo davanti. Quello di “Path” è uno sguardo inedito su una tematica molto importante, trattata qui in modo molto interessante. In merito alla pluralità di situazioni, come siete arrivati a scegliere una narrazione episodica?

Lorenzo Muccioli, regista, autore: Volevo evitare quella che, secondo me, era la prima soluzione che veniva spontanea per la produzione del corto: lo spostamento in macchina (una strada poi effettivamente scelta da molte troupe). Io, invece, volevo evitare una narrazione basata sul movimento tra luoghi, che rischiava di semplificare un po’ il tema del viaggio richiesto dal contest e di avvicinarsi a una struttura quasi da road movie.

Siccome per me “Path” apparteneva alla dimensione industriale, legata agli oggetti abbandonati e alla discarica, è venuto naturale dare spazio inizialmente a questo personaggio, che rappresenta l’introduzione e il filo conduttore del corto. Abbiamo poi pensato di raccontare due spaccati di vita differenti e arrivare a un terzo momento che chiude il ciclo e si collega alla condizione del protagonista. Avrei voluto, però, dare più spazio anche in scrittura a quest’ultima parte, ma non è stato possibile per i limiti che abbiamo avuto.

Non è un classico viaggio dell’eroe diviso in tappe con una progressione tradizionale, ma piuttosto un percorso fatto di incontri e riflessioni. La struttura episodica ci ha aiutato proprio in questo, creando un continuo dualismo tra una dimensione più reale e una più esistenziale. Ogni segmento contiene piccoli contrasti che contribuiscono al tema generale del corto.

Qual è stato il processo che vi ha portato a costruire quest’atmosfera sognante, caratterizzata dagli elementi di realismo magico presenti nel corto?

Lorenzo Muccioli, regista e autore: Il realismo magico è il modo in cui immagino il cinema che vorrei fare. Tutto ciò che penso e che vorrei raccontare appartiene a quel mondo. Credo che la cosa più bella in questo campo artistico sia proprio la possibilità di trattare temi esistenziali, metaforici e fantastici: nella mia testa sento pochi dialoghi e faccio fatica a rimanere ancorato a una narrazione completamente realistica.

Per me il realismo magico è un punto d’incontro tra due dimensioni: non è un linguaggio completamente surreale, ma nemmeno una storia strettamente canonica. È una sorta di portale intermedio che unisce una dimensione reale, nella quale lo spettatore può riconoscersi, e una dimensione magica, che diventa un sottotesto fondamentale del racconto. Questa componente fantastica non deve essere necessariamente dominante o eccentrica, ma può inserirsi in modo naturale – quasi sottile -, creando un equilibrio tra i due mondi. È proprio questo contrasto, secondo me, a farci parlare di qualcosa di più profondo.

La mia sfida sarà sempre quella di essere il più quadrato possibile, perché è giusto. Sento che il mio bacino di idee è ancorato ad un mondo che non è proprio quello reale. Il mio lavoro è asciugarlo, renderlo concreto, coi piedi per terra, e collegarlo a qualcosa di effettivamente percepibile. Per me il contrasto è proprio questo: se facessi una cosa solo surreale, esso non sarebbe presente. Una cosa come il realismo magico ti dà la possibilità di avere questo dualismo che gioca a tuo favore ed è esattamente il mio modo di concepire il cinema.

Foto di Mariachiara Lorusso
Oggi viviamo in una società iperconsumistica e dal corto emerge anche una riflessione ecologista sul rapporto con gli oggetti, con una certa attenzione al tema del riuso. È un tema che, fortunatamente, sta tornando al centro dell’attenzione anche attraverso fenomeni come il mercato del second hand. È lodevole che questo messaggio emerga attraverso il genere e la metafora, senza ricorrere a retoriche didascaliche e che venga veicolato dal corto in modo molto naturale.

Francesca Cardini, attrice: Questo aspetto viene infatti ripreso dai costumi stessi di Path, che sono proprio di seconda mano.

Sofia Bombaci, costumi: Sono entrata nel progetto come costumista, avendo la possibilità di portare alcuni abiti provenienti da un negozio vintage di Rimini. Successivamente ci siamo resi conto che questa scelta si inseriva perfettamente all’interno della storia, perché i costumi diventavano parte del contrasto centrale del corto: rappresentano qualcosa di già vissuto, proprio come gli oggetti che Path recupera e ai quali restituisce un nuovo significato. C’è quindi un parallelismo tra ciò che gli oggetti portano con loro e il passato racchiuso negli abiti del personaggio.

Enrico Battarra, attore: È stato un lavoro condiviso con Sofia. Anche per me è stato interessante lavorare sulla linea sottile dei vestiti, perché bastava poco per trasformare il personaggio in qualcosa di troppo caricaturale, quasi un clown (cosa che non era assolutamente l’obiettivo). Le indicazioni che mi aveva dato Lorenzo erano quelle di mettere in scena un personaggio buono, una sorta di postino. L’unico riferimento visivo che mi aveva fornito era quello di Grand Budapest Hotel. Per fortuna avevo già questo cappello, comprato anni fa in un negozio vintage per caso e alla fine si è rivelato molto utile.

Il personaggio a me è piaciuto molto perché è estremamente delicato e ha molto tatto. In questo rispecchia il regista. Il mio, alla fine, è stato soprattutto un lavoro di sottrazione: less is more. La Menzione Speciale ha avuto un valore particolare, perché spesso si pensa che un attore debba necessariamente mostrare e fare tanto. In questo caso, invece, ho lavorato molto sulla semplicità, lasciando spazio al personaggio.

Path - Squadra dei Falchi - Long Story Short - CDL - Alessandro Bisognani
Foto di Alessandro Bisognani
La tua gestualità con gli oggetti, la manualità che hai trasmesso alle scene comunica tanto a livello recitativo.

Enrico Battarra, attore: Ho forzato molto queste indicazioni di semplicità e delicatezza. Non mi hanno chiesto di spingere, ma di stare. E poi chiaramente le location sono state molto importanti per me: entrare nella discarica e in questo magazzino mi ha sicuramente aiutato.

Quale potrebbe essere il destino del personaggio di Path dopo la chiusura del corto? Cosa fa lui alla fine della storia? 

Enrico Battarra, attore: Non lo so. Pensandoci bene, per me Path alla fine vola via, proprio come un aeroplano. Pur rimanendo comunque presente, perché lascia il cappello come una sorta di testimone. Nel corto viene detto che, anche quando Path non ci sarà più e anche quando chi ha lanciato l’aeroplano sarà lontano, resterà comunque una sua presenza.

Lorenzo Muccioli, regista e autore: Secondo me in questo finale c’è molto di questo. Anche la parola “destino” è un concetto estremamente ampio e può essere interpretato in tanti modi. In questo caso, il destino è inteso come un’impronta: non qualcosa di già scritto e determinato dall’alto, ma qualcosa che si costruisce attraverso l’insieme delle scelte, delle situazioni e delle azioni che compiamo.

È un finale volutamente aperto, in cui la dimensione del “dopo” vuole lasciare proprio questa sensazione: l’idea che qualcosa rimanga e che esista un’eredità, anche quando non è immediatamente visibile. Anche ciò che è impalpabile può continuare a esistere e a essere tramandato in qualche modo. Che anche le cose che non si vedono rimangono in qualche maniera. Questo probabilmente è quello che volevo dire col corto.

Davide Giorgini, aiuto regia: Io lo vedo in modo molto astratto: dopo aver consegnato il testimone e aver passato il suo ruolo a un’altra persona, Path ha concluso ciò che doveva fare. Proprio perché è stato rappresentato come una figura quasi astratta, che può ricordare anche una divinità, per me semplicemente scompare. Il suo compito è terminato e, da quel momento, non esiste più una presenza concreta di Path. Rimane ciò che ha lasciato agli altri, ma lui, come figura, ha completato il proprio percorso.

Lorenzo Muccioli, regista e autore:È un finale volutamente aperto, mi piace che sia interpretabile.

Foto di Martina Giovanardi
Un’altra lettura possibile è che torni a essere un civile, perché ha finito il mandato e ora tocca semplicemente al prossimo? 

Lorenzo Muccioli, regista e autore: Sì, potrebbe tornare ad essere una persona normale, che era proprio quello che mi era venuto in mente e che sarebbe stato bellissimo rappresentare per tempo.  Questo perché, il secondo prima del passaggio di testimone, la ragazza stessa era una persona comune. Ho cercato di rendere chiara questa idea con la scena dello scambio con lei.

Diego Magnani, attore: In quella scena finale secondo me può esserci davvero tutto. Anche l’idea che Path, prima ancora di esserlo diventato, fosse a sua volta qualcuno che aveva avuto bisogno di un oggetto che gli desse un nuovo significato. Per leggerla in una chiave più metafisica, si può dire anche che non finisca davvero la sua esistenza, ma che continui attraverso un cambiamento di forma. Alla fine ciò che rimane è la sostanza di Path: il passaggio del cappello, il testimone che viene tramandato. Forse, in qualche modo, tutti coloro che lo ricevono diventano a loro volta Path.

Come ha detto prima Lorenzo, sarebbe stato interessante approfondire di più anche il personaggio di Giada, se ci fosse stata l’opportunità. Avevamo però un limite di 10-12 minuti.

Effettivamente è come se lo stesso destino che ha coinvolto prima Enrico, poi andrà avanti con e dopo Giada… e così all’infinito, per chi ne avrà bisogno. In fin dei conti, infatti, viene assunto un ruolo che ha una grande importanza per gli altri, ma anche per il personaggio stesso, che è il protagonista. È un lavoro che non è per nulla semplice: poter scegliere del destino delle persone e, in un qualche modo, dimenticare poi, per ritornare anche alle origini del proprio.

Foto di Martina Giovanardi

Laura Ballotti, autrice: Proprio il finale suggerisce una ciclicità del Fato: inizialmente era proprio Path questo postino del destino e solo dopo diventa il personaggio della ragazza. Questa continuità dà anche opportunità alla storia di continuare all’infinito, proprio perché c’è stato qualcuno prima di Enrico e ci sarà qualcuno dopo Giada. Il Fato ti porta a essere il portatore del destino quando tu ne hai più bisogno.

a cura di
Alfonso La Manna

foto di
Alessandro Bisognani
Mariachiara Lorusso
Martina Giovanardi

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