Dopo la vittoria del Premio per il Miglior Soggetto alla serata di premiazione di “Long Story Short”, un format di CDL, Ivan Petrović Poljak, regista del cortometraggio “L’umanità perduta” si è fermato con noi di “The Soundcheck” per un’intervista.
Alla serata di premiazione di Long Story Short, il concorso di cortometraggi di CDL che ha trasformato la città di Rimini in un grande set per quattro giorni, L’umanità perduta della troupe All’ultimo minuto si è aggiudicato il Premio per il Miglior Soggetto. Questa vittoria ha reso parecchio felice il regista Ivan Petrović Poljak, che noi di The Soundcheck abbiamo avuto il piacere di intervistare.
Dai racconti di Ivan, la scelta di chiamare la troupe All’ultimo minuto diventa emblematica, dal momento che è nata letteralmente sul momento: tutti i suoi membri si erano infatti presentati singolarmente con le loro competenze. Per esempio, il regista si era inizialmente iscritto come sceneggiatore ed è stato poi inserito in un gruppo con alcuni attori, che hanno accolto con entusiasmo la sua idea.
Nonostante le numerose complicazioni incontrate nei quattro giorni di riprese – alcune veramente ai limiti dell’assurdo -, Ivan è fiero del lavoro svolto e grato della pazienza e dell’impegno della sua troupe che, eroicamente, non si è mai arresa. La speranza ora è che questa iniziativa possa proseguire.
Di seguito potete trovare l’intervista completa!

Buonasera, Ivan. Innanzitutto, ancora congratulazioni per la vittoria per il Miglior Soggetto. “L’umanità perduta” appartiene al genere distopico che, certamente, ha avuto già tante incarnazioni mediali. Come avete scelto di reinterpretarlo in occasione di “Long Story Short”?
Siamo partiti da un evento storico, ovvero la tragedia di Chernobyl. A seguito dell’esplosione e della contaminazione dell’aria, infatti, alcune unità sovietiche erano state incaricate di abbattere ogni animale esposto alle radiazioni, così da non espandere il problema. Tenendo presente ciò, mi sono chiesto: “Cosa sarebbe successo se le unità sovietiche avessero incontrato un essere umano?” Ovviamente, la mia è un’estremizzazione degli ordini, dal momento che all’epoca c’erano dei protocolli ben precisi.
Inizialmente, avevamo pianificato un corto molto ambizioso con più personaggi, ma poi siamo stati costretti a ripensarlo. Uso il “noi” perché, nonostante l’idea di partenza fosse mia, gli attori che hanno lavorato con me sono stati fondamentali ad adattare “L’umanità perduta” al formato del cortometraggio, seguendo le indicazioni fornite dagli organizzatori di CDL.
Spesso ho lasciato che Ginevra, Giovanni e Samuele (i tre attori principali) lavorassero da soli sui propri personaggi, anche perché il tempo stringeva e non c’era spazio per essere troppo pignoli. Credo che si siano divertiti, anche se girare indossando le maschere con quel caldo non è stato facile. In ogni caso, mi hanno aiutato tanto e il risultato finale dovrebbe renderli fieri, così come rende fiero me.
Certamente girare mascherati nel caldo di fine giugno non deve essere stata una passeggiata. In generale, ci puoi raccontare quali difficoltà avete riscontrato a livello tecnico?
L’unica parte con audio a presa diretta è la frase con cui Ginevra chiede di vedere per l’ultima volta il mare. In realtà, ne avevo anche una versione registrata, ma ho scelto di fidarmi della sua esperienza di attrice, dal momento che quella era la ripresa in cui lei riteneva di aver recitato meglio.
L’audio del resto del cortometraggio, infatti, è stato registrato subito dopo e, per riprodurre l’effetto sonoro dell’impianto interno delle maschere, abbiamo usato il filtro di un’applicazione che modifica la voce. Essenzialmente, in fase di montaggio gli attori mi mandavano mano a mano i file audio, quindi è come se avessimo girato il corto due volte: prima le immagini e poi l’audio. Gli altri suoni inseriti, ad esempio il battito cardiaco, sono invece senza copyright e li ho trovati su Internet. In particolare, il rumore della sirena è, forse, il suono più pubblico di tutti, dato che, tecnicamente, è la sirena anti-tornado usata a Chicago. Infine, ho creato le interferenze con vecchi telefonini, così da non lasciare troppi vuoti di silenzio.
Per quanto riguarda il bianco e nero dell’immagine, oltre ad essere una scelta stilistica, ha avuto anche una sua funzionalità. Banalmente, si capiva troppo che il fucile fosse finto a causa del pallino rosso sulla canna, ma con il bianco e nero era più facile mascherarlo. Certo, forse non era poi così evidente, visto che la polizia ci ha fermati sotto l’arco di Augusto. Giustamente, hanno visto due persone vestite da militari con un fucile da cecchino e hanno deciso di controllare.

Il corto è incentrato chiaramente su cosa significhi essere umani e, allo stesso tempo, cosa voglia dire perdere questa umanità. Quindi, Ivan, cosa significano per te questi due temi?
Ricollegandomi al corto, i personaggi mettono in scena un conflitto abbastanza semplice. Da un lato, c’è il personaggio con la maschera vintage sovietica che seguirebbe gli ordini fino alla morte. Non agisce con cattiveria e, anzi, ha anche momenti di esitazione nei confronti della ragazza infetta, ma, dal suo punto di vista, non esistono altre opzioni. L’altro personaggio, invece, mette in dubbio fin da subito la brutalità degli ordini e, purtroppo, la sua empatia alla fine gli si ritorce contro. D’altro canto, esiste un limite per essa, esattamente come per il rispetto delle regole. Nel mezzo di questo scontro c’è la ragazza che, infetta dall’inizio, vuole attirare in trappola al molo le due sentinelle. Per il suo personaggio ho fatto riferimento all’archetipo della figura femminile che appare innocente, ma in realtà vuole attaccare.
Cosa significa, quindi, essere umani? È una domanda difficile.
L’umanità è tutto, dall’atto misericordioso al gesto di crudeltà. In un film che ho visto di recente, “Norimberga”, emerge, per esempio, come la psicologia dei nazisti non avesse nulla di diverso da quella delle altre persone. Di fatto, per sua stessa natura, l’essere umano ha sempre un istinto più selvaggio che, talvolta, lo porta ad essere attratto dal male. Volenti o nolenti, questa parte esiste in noi e, quindi, l’umanità deve basarsi su un equilibrio.

Nel mio cortometraggio, essendo distopico, questo equilibrio manca. Tralasciando le ragioni dei personaggi infetti volutamente lasciate misteriose, “L’umanità perduta” mette in scena uno scontro imperfetto. Il personaggio “positivo” non impone la sua volontà, mentre quello “negativo” esita ad uccidere la ragazza, anche perché un’azione così brutale ha bisogno di una ritualità, più che di una quotidianità. In effetti, spesso la malvagità è legata proprio a quest’ultima.
Un altro tema che mi intriga molto è il dissidio tra pensiero e azione: pensare a qualcosa di terribile equivale a farlo? Ovviamente no, però sarebbe interessante esplorare questa direzione.
Vorremmo chiudere con una curiosità: è un caso che il personaggio “negativo” indossi una maschera che nasconde lo sguardo, mentre gli occhi di quello “positivo” sono ben visibili?
Probabilmente è stata una scelta inconscia. Entrambi gli attori volevano interpretare il villain della situazione, ma, poi, abbiamo scelto di assegnare il personaggio “negativo” a Samuele e quello “positivo” a Giovanni. Sicuramente è interessante che il personaggio che segue gli ordini abbia una una maschera che nasconde e deforma il volto.

In questo senso, abbiamo cercato di differenziare i ruoli anche con gli oggetti. Se ci fate caso, solo la sentinella “negativa” ha un fucile, mentre quella “positiva” usa un binocolo. In altre parole, c’è chi deve sparare e chi deve osservare.
a cura di
Claudia Camarda
foto di
Alessandro Bisognani

