Prodotto dai creatori di Weapons, arriva oggi in sala con Lucky Red Hokum, la nuova pellicola di Damian McCarthy, con protagonista Adam Scott. Noi di The Soundcheck abbiamo visto il film in anteprima e ve ne parliamo qui, in questo articolo!
Oltreoceano è stato definito uno degli horror più spaventosi dell’anno, capace di conquistare critica e botteghino con il 90% di recensioni positive su Rotten Tomatoes: il terzo film di Damian McCarthy sbarca oggi, mercoledì 5 agosto, nelle sale italiane e sembra già destinato a fare un gran parlare di sé fra gli amanti del genere, in un periodo di vera e propria “rinascita” per questo tipo di cinema.
I peccatori, Weapons, Bring Her Back, Together, The Substance, Longlegs e Talk to Me, ma anche i recentissimi Obsession e Backrooms sono solo alcune delle pellicole horrorifiche più famose degli ultimi anni, che hanno saputo conquistare il pubblico rilanciando ufficialmente il genere.

Estremamente eterogenei per tematiche e componenti, questi film hanno infatti riscontrato un successo dopo l’altro, dimostrando come l’interesse degli spettatori rimanga alto e come l’horror sia ancora in grado di dire la sua nel panorama cinematografico contemporaneo.
Il folklore di McCarthy
A Witch story: si potrebbe liquidare così, superficialmente, il nuovo lungometraggio di McCarthy, un racconto che affonda le sue radici tra gli antichi boschi irlandesi, in un piccolo hotel dove, tra le pareti di una vecchia camera nuziale, è segregato un antico potere.
Non una storia di fantasmi, ma quella di una strega e di ciò che, con la sua magia, è in grado di risvegliare; una creatura antica come l’eternità, che vive relegata nell’oscurità trascinando i suoi sventurati ospiti in catene fino alle porte dell’Inferno, alla mercé di una schiera di demoni e di altre creature del male. Una figura che riprende diversi elementi del folklore locale, in particolare quella della Cailleach, una divinità gaelica che, in quanto personificazione stessa dell’inverno, sarebbe in grado di modificarne le condizioni atmosferiche, portando il gelo e generando forti tempeste. Secondo le credenze popolari, questa entità riacquisterebbe, inoltre, la forma umana a Samhain (l’antico capodanno celtico), ritornando roccia solo a Beltane.
Tuttavia, fin dalla sua prima apparizione (e non solo), risulta ben chiaro come Hokum non si possa annoverare esclusivamente tra gli horror folkloristici, ma come sia anche una storia di fantasmi, ricordi e traumi mai del tutto superati. Una vicenda di magia nera e di antiche leggende, sì, ma caratterizzata anche da un’oscurità più profonda, annidata da tempo nel cuore di Ohm, un protagonista schivo e sgradevole che conserva dentro di sé un segreto su cui la strega e i suoi malefici fanno progressivamente leva, terrorizzando la sua mente e giocando con lui fino allo stremo.
“Hokum”
Nonostante la sceneggiatura risulti a tratti poco approfondita, i personaggi trovano ugualmente il loro giusto spazio sullo schermo, con una caratterizzazione azzeccata che convince fin dalle primissime scene. Complice anche il black humor tagliente di cui la pellicola è intrisa, in grado di donare al film una verve inaspettata che coinvolge e diverte, sorprendendo lo spettatore con il suo umorismo dissacrante.
Ed è proprio in questo che risiede l’aspetto più interessante di Hokum: nella giusta alchimia tra toni differenti, in questa commistione continua tra un’antica leggenda di cui nessuno vuole parlare, una storia umoristica e divertente, e un horror psicologico, estremamente contemporaneo per ambientazione e credibilità.

Assieme ad Ohm, ci troviamo catapultati in un mondo che sembra esistere al di fuori dallo spazio e dal tempo, popolato da personaggi bizzarri e caricaturali, ma anche da storie del terrore tutt’altro che inventate. E, in mezzo ad esso, ci muoviamo come sospesi, inconsci, forse vittima di un potente incantesimo.
O di un delizioso scherzetto, una burla tra il serio e il faceto.
Un vero “hokum”, per l’appunto.
Un omaggio al Re
“Sono cresciuto negli anni Ottanta e una parte fondamentale dei weekend era: “Che film noleggiamo?” Ricordo di aver preso “La cosa” e “Venerdì 13 Parte 1 e 2”. Gli horror in particolare li riguardavo all’infinito: esaminavo i momenti specifici in cui provavo paura e cercavo di capire perché mi risultassero spaventosi e mi facessero saltare sulla sedia. C’è una certa magia in questo processo.”
Adam Scott
A livello visivo, risulta impossibile non notare in Hokum la presenza di alcuni importanti riferimenti ai grandi cult del genere. Un’influenza che si fa sentire notevolmente nelle maschere e nei travestimenti grotteschi che animano gli incubi di Ohm, fortemente ispirati a Donnie Darko; ma anche – e soprattutto – all’horror per eccellenza, il capolavoro di Stephen King trasposto, nel 1980, da Stanley Kubrick.
Da Shining McCarthy riprende alcuni elementi cardine, comeil protagonista (scrittore anch’esso), su cui è costruito un background psicologico che richiama, per importanza, quello del personaggio cartaceo di Jack Torrance.
Ma anche elementi visivi che colpiscono nell’immediato, come la location dell’hotel (dove si svolge gran parte della vicenda), i suoi corridoi – dall’inconfondibile colore rosso – e la nefandezza e il putridume che aleggiano negli appartamenti nuziali, epifania della presenza sinistra che li abita. O, infine, come la presenza di alcuni espedienti narrativi, quali l’incendio risolutivo – e assolutivo – in cui si trova coinvolto Ohm Bauman.
Il cerchio
Estremamente interessante è, inoltre, la figura del cerchio, centrale nell’impianto narrativo dell’opera. Questo simbolo conserva da sempre un significato preciso, improntato sui concetti di infinito e di ripetizione, rimandando, per quando riguarda lo sviluppo stesso del film, ad una costruzione circolare e senza fine.
Un elemento che ritorna, iconograficamente, nei cerchi di sabbia e di gesso, tracciati dai personaggi secondo precisi rituali, ma anche nell’inquietante e continuo rintocco dell’orologio, nell’alternanza del giorno e della notte, della morte e della vita. Nel susseguirsi ininterrotto delle stagioni – di Samhain e Beltane – e nella continua ripetizione di eterni ritorni, che incastrano il soggiorno di Ohm in una storia dall’andamento non lineare, ma angosciosamente circolare.
Un sentiero tracciato, da cui non si può sfuggire.
Un horror che convince?
Fin dalla sequenza iniziale (contrassegnata dalle suggestioni dello scrittore e dall’apparizione di un’antica presenza), Hokum presenta una componente horrorifica interessante, che ci spinge ad inoltrarci sempre di più nella vita dello scrittore e nel mistero che il vecchio hotel sembra custodire.
Tutto è studiato per alimentare la nostra curiosità e il nostro stupore, dalle risposte sfuggenti della gente del posto al fascino emanato dalla vecchia suite matrimoniale, il cui accesso è sbarrato da una pesante grata di ferro.

Tra vecchie porcellane e inquietanti statuette, la scenografia risulta curata nei minimi dettagli, con elementi inconsueti che collocano l’hotel in una dimensione lontana e temporalmente indefinibile. La stessa scelta della residenza privata da parte della produzione, avvenuta solo dopo una lunga ricerca e selezione, testimonia l’attenzione riposta in questo elemento chiave della narrazione, in grado di trasmettere resistenza e solidità, ma anche fascino e pericoloso mistero.
Per quanto riguarda, invece, la mera componente horrorifica, la suggestione folkloristica avvolge tutta la pellicola, trasmettendo una tensione crescente che culmina con la comparsa della strega. Le sequenze nella camera da letto risultano imprevedibili e di forte impatto, complici le scelte registiche, sapientemente studiate.
McCarthy sa quello che fa e qui lo dimostra ancora una volta, infondendo un ancestrale timore nello spettatore attraverso lo sguardo terrorizzato di Ohm, che, lottando contro la propria ragione, si ritrova accerchiato tra le pareti ammuffite di una vecchia camera infestata, in preda a visioni demoniache che lo pongono di fronte ad un passato tanto oscuro, quanto incancellabile.
Tuttavia, nonostante questa escalation dell’orrore risulti in parte convincente, la moderazione con cui la pellicola è diretta prevale, smorzando l’intensità della colonna sonora proprio nei suoi momenti di maggior picco e andando così a ridimensionare la portata dei rilevanti jumpscares, che risultano notevolmente depotenziati. La grottesca follia indotta dalle visioni non sfocia mai nel caos delirante che la presenza della strega sembra promettere, rivelando un potenziale enorme, ma solo parzialmente sviluppato.

Si sa, la paura è soggettiva…
… ma chi si recherà al cinema con il mero obiettivo di uscire dalla sala terrorizzato, resterà inevitabilmente deluso.
Perché Hokum è un horror elegante che cattura con le sue immagini e le sue atmosfere, pur non riuscendo mai pienamente a trascinare lo spettatore con sé, in quell’abisso tanto agognato.
Forse proprio a causa della sua regia studiata e di quell’estrema eterogeneità che lo caratterizza.
O magari, in ultimo, proprio a causa di quell’umorismo sagacemente memorabile che, contemporaneamente, ne rappresenta anche la sua miglior componente.
a cura di
Maria Chiara Conforti

