Un vedo e non vedo di magia, worldbuilding incredibile, folklore che ti fa sognare di viverci dentro: come Ava Reid ha dato il suo contributo al redemption arc del romantasy booktokiano

Ci sono fantasy che ti fanno venir voglia di impugnare una spada e partire all’avventura. E poi ci sono quelli che ti costringono a dubitare di tutto: dei protagonisti, del mondo che abitano e perfino delle storie che raccontano.

A Study in Drowning di Ava Reid appartiene decisamente alla seconda categoria. Fino alle ultime pagine, questo libro ti porta a farti la stessa domanda che si pone l’amabile protagonista: “ma sono pazza io o esiste davvero?“. Fino alla fine partecipi alla corsa matta e disperata dei due protagonisti alla ricerca della verità.

E non vi aspettate un fantasy pieno d’azione, combattimenti e creature fantastiche a ogni capitolo, probabilmente rimarrete spiazzati. Ma è proprio questa la forza del romanzo.

La protagonista, Effy Sayre, vive in un mondo in cui la figura dello scrittore Emrys Myrddin è venerata quasi come quella di un santo. Cresciuta leggendo il suo celebre racconto Angharad, una sorta di Beowulf del loro universo, Effy è ossessionata dal “cattivo” di questo romanzo: il Re delle Fate.

Non solo ne è ossessionata, ma è assolutamente sicura che esista davvero e che il confine tra il mondo umano e quello soprannaturale sia molto più sottile di quanto tutti vogliano credere.

Quando riceve l’opportunità di catalogare la biblioteca della famiglia di Myrddin, isolata in una villa battuta dal mare, quello che sembra un sogno accademico si trasforma rapidamente in un’indagine fatta di manoscritti perduti, segreti nascosti e verità scomode.

L’ambientazione è il grande punto di forza del romanzo. La casa decadente affacciata sull’oceano, le piogge incessanti, il grigio che aleggia sempre intorno e il rumore costante delle onde costruiscono un’atmosfera gotica che sembra uscita direttamente da un romanzo delle sorelle Brontë.

Reid riesce a trasformare ogni stanza, ogni corridoio e ogni dettaglio architettonico in un elemento narrativo, facendo della casa un personaggio tanto quanto Effy.

Accanto a Effy troviamo Preston Héloury, giovane studioso incaricato di analizzare gli stessi documenti. In un neanche troppo nascosto tentativo della scrittrice di renderli “booktok-friendlly”, la loro storia parte con un classicissimo enemies to lovers, ma che si evolve poi in modo talmente naturale da farlo passare in secondo piano.

fonte: Pinterest

Il motore d’azione della narrazione non è però la loro relazione, ma bensì la loro complicità, e la continua ricerca di delucidazioni attorno alla figura di Myrddin e la sua famiglia.

Ma il cuore del romanzo non è il mistero. È il modo in cui affronta il potere delle storie.

Nel mondo di A Study in Drowning, la letteratura non è soltanto intrattenimento: è uno strumento politico, culturale e sociale. I libri costruiscono identità nazionali, influenzano il modo in cui le persone ricordano il passato e determinano chi merita di essere celebrato e chi invece viene dimenticato.

Reid gioca continuamente con questa idea, mostrando quanto sia fragile il concetto di autore geniale (con non poca critica verso la letteratura anche del nostro mondo). Dietro ogni grande nome possono nascondersi collaboratori invisibili, donne messe a tacere e narrazioni costruite per convenienza.

È probabilmente questo l’aspetto più interessante del romanzo. Chi decide quale versione della storia diventerà quella ufficiale? Chi viene escluso? E soprattutto, perché continuiamo a credere così facilmente al genio maschile senza chiederci cosa ci sia dietro?

Anche Effy è un personaggio costruito intorno a queste domande. È fastidiosamente brillante, profondamente insicura ma in maniera umana e costretta a vivere in un ambiente accademico che la considera inferiore semplicemente perché donna. Non è la classica eroina del romantasy che ha la sua rivalsa attraverso ciò che le sta attorno, ma passa tutto attraverso se stessa.

Il ritmo è volutamente lento e richiede pazienza. Chi cerca continui colpi di scena potrebbe trovare alcune sezioni troppo dilatate, soprattutto nella parte centrale, dove Reid dedica molto spazio alle ricerche archivistiche e ai dialoghi accademici. Anche l’elemento fantasy rimane spesso sullo sfondo, lasciando volutamente il lettore nell’incertezza fino alle ultime pagine.

Eppure è difficile considerare questi aspetti come veri limiti, perché fanno parte dell’identità stessa del libro. A Study in Drowning non vuole stupire con la spettacolarità, preferisce insinuare il dubbio. Il lettore segue Effy e Preston, esplora con loro, seguendo i loro tempi.

Un altro elemento interessante è il modo in cui Reid affronta il tema del trauma. Senza mai trasformarlo nell’unica caratteristica della protagonista, mostra come certe esperienze continuino a influenzare il modo in cui percepiamo il mondo.

Si collega a questo la figura dell’acqua, perennemente citate e presente nel romanzo, assume un valore simbolico costante: è attrazione e paura, rifugio e minaccia, memoria e oblio. Tutto il romanzo sembra muoversi seguendo il ritmo delle maree, trascinando il lettore avanti e indietro tra passato e presente.

E poi c’è il finale, del quale non voglio fare spoiler, che come un pettine che porta a sé i nodi, fa rimanere tutti a bocca aperta, arrivando come un raggio di sole che si apre tra le nubi del libro. Sicuramente avrò aspettative quasi troppo alte per il secondo capitolo della saga, A Theory of Dreaming.

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A Study in Drowning non è quindi un romanzo che corre: avanza lentamente, come la nebbia che avvolge le scogliere della sua ambientazione. Ma proprio per questo riesce a lasciare un’impressione duratura. Non mi succedeva da tempo di non riuscire ad appoggiare un libro, vittima del bisogno di continuarlo.

Perché, alla fine, il vero mostro del romanzo potrebbe non essere il Re delle Fate. Potrebbe essere il modo in cui scegliamo di raccontare il passato. O forse il modo in cui decidiamo di credergli.

a cura di
Ludovica Marinelli

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