Alla presentazione italiana del nuovo film Pixar, Pete Docter, Lindsay Collins e le voci italiane hanno raccontato una storia che parla di bambini, genitori, schermi e di tutto quello che stiamo lasciando fuori dalla porta.
Alla conferenza stampa italiana di Toy Story 5 è emersa fin da subito l’impressione di trovarsi davanti a un film che non vuole solo aggiungere un nuovo capitolo a una saga amatissima, ma provare a dire qualcosa di molto concreto sul presente.
Il punto di partenza è sempre lo stesso: il gioco, l’immaginazione, la capacità di inventare mondi. Ma questa volta, sul tavolo, c’è anche un tema che tocca tutti molto da vicino: il rapporto con la tecnologia e con il tempo che le lasciamo occupare nelle nostre vite.
La prima domanda forte è arrivata subito e ha riguardato proprio il cuore della Pixar: l’immaginazione è ancora un valore oggi?
La risposta di Pete Docter ha rimesso tutto al centro in modo quasi disarmante: “L’immaginazione, per la Pixar, non è mai stata un ornamento, ma la base di tutto il lavoro creativo.
E ascoltandolo è venuto naturale pensare a quanto, in un’epoca iperconnessa, immaginare significhi anche difendere uno spazio libero, non immediato, non sempre misurabile.
Il gioco e non solo
Da lì il discorso si è spostato sul gioco, ed è sembrato quasi il passaggio più importante di tutta la conferenza. Perché esso, nel film e nelle parole dei protagonisti, non è un dettaglio tenero o nostalgico, ma una parte essenziale della crescita. La risposta è andata dritta al punto, con l’idea che creare, inventare, persino annoiarsi, restino atti fondamentali per chiunque, non solo per i bambini.
E infatti la pellicola sembra muoversi proprio lì, in quella zona in cui il divertimento incontra la consapevolezza. Una delle questioni più forti affrontate è stata quella del tempo rubato dagli schermi, dei dispositivi che oggi si infilano in ogni momento della giornata e finiscono per cambiare il nostro modo di stare insieme.
Il film non sembra voler fare la morale, ma piuttosto mostrare quanto sia facile perdere qualcosa di più profondo quando si dà per scontato che la tecnologia possa sostituire tutto.

Tecnologia e misura
Uno dei passaggi più efficaci della conferenza è stato proprio questo: la tecnologia non va demonizzata, ma tenuta in equilibrio.
Non è il nemico assoluto, ma nemmeno una presenza neutra. E la sensazione è che Toy Story 5 provi a raccontare proprio questa tensione, mettendo di fronte vecchi giocattoli e nuovi strumenti, ma soprattutto ponendo al centro il modo in cui bambini e adulti li attraversano.
In questo senso, il film sembra parlare anche di noi, di quanto ormai siamo abituati ad avere tutto subito, di quanto sia raro fermarsi, cercare, farsi domande, lasciare spazio alla sorpresa.
Uno dei passaggi più interessanti è stato proprio quello sulla perdita di autenticità e curiosità: con la tecnologia abbiamo tutto prima ancora di aver formulato la domanda ed è forse proprio lì che rischiamo di smettere di scoprire davvero.
Una saga che cresce
Un altro momento molto riuscito dell’incontro è stato quello dedicato al passaggio generazionale. Toy Story funziona ancora perché non è mai rimasto fermo nel tempo. I giocattoli restano gli stessi, ma cambia il mondo intorno a loro, cambiano i bambini, cambiano i genitori, cambiamo noi. Ed è proprio questa capacità di attraversare il tempo senza perdere l’anima a rendere la saga così universale.
Pete Docter ha sottolineato come il rapporto con il presente sia sempre stato parte del DNA della saga, mentre Lindsay Collins ha dato un ulteriore taglio emotivo al discorso, ricordando quanto il film continui a parlare a pubblici diversi nello stesso momento. Dotato, ancora una volta, di una forza rara: far ridere, emozionare e riflettere, senza perdere la leggerezza che lo caratterizza.
C’è stato anche un passaggio sul tono, forse il più delicato, perché Toy Story 5 sembra avere una posta in gioco più alta rispetto ai capitoli precedenti. Non solo perché la tecnologia entra nel racconto in modo più diretto, ma perché il centro emotivo si sposta sempre di più sul bambino, sulla sua solitudine, sulla sua capacità di trovare relazione e amicizia.
Per questo la sensazione è quella di un’opera più matura, più consapevole, forse anche un po’ più malinconica. E non nel senso di cupo fine a sé stesso, ma perché prova a guardare in faccia un tema che riguarda davvero tutti: cosa perdiamo quando smettiamo di giocare, di immaginare, di stare insieme senza mediazioni continue?

Una storia che riguarda tutti
Anche le voci italiane hanno conferito alla conferenza un tono molto umano: Katia Follesa ha insistito sulla curiosità, sull’autenticità e sulla voglia di non smettere mai di cercare, Sal Da Vinci ha portato un ricordo più affettivo e familiare, legando il mondo di Toy Story a più generazioni, mentre Ilaria Stagni ha ricordato il valore emotivo di questo percorso, con una partecipazione sincera che ha reso il momento più caldo e meno istituzionale.
In mezzo a tutto questo c’è stata anche una riflessione molto netta sull’intelligenza artificiale e sul rischio che comporta per il lavoro artistico e per il doppiaggio.
È uno dei punti più contemporanei di tutta la conferenza: la tecnologia può aiutare, certo, ma non può sostituire quello che nasce da una voce vera, da una recitazione vera, da un’emozione vera.
Alla fine, quello che resta di questo incontro non è soltanto la presentazione di un film, ma la sensazione di aver ascoltato un racconto che ci riguarda da vicino.
Toy Story 5 sembra voler ribadire che crescere non significhi smettere di giocare e che restare umani, oggi, passa anche dalla capacità di non farsi portare via tutto da ciò che ci semplifica la vita.
E non è forse questa la forza più grande della saga? Parlare ai bambini senza dimenticare gli adulti, e parlare agli adulti senza perdere la meraviglia.
a cura di
Andrea Munaretto

