La prima giornata di festival è passata all’insegna di grandi classici in bianco e nero, spaziando dal cinema delle origini e passando per i primi vagiti del neorealismo fino alla beat generation americana.
È iniziata ufficialmente l’edizione XL del Cinema Ritrovato, che si terrà dal 20 al 28 giugno nei luoghi cinematografici chiave e ormai di consolidati della città di Bologna. Durante il primo giorno abbiamo assistito a Ossessione, Bucket of Blood e Aurora, tre ottime proposte della Cineteca per questa nuova ed entusiasmante edizione.
Ossessione (L. Visconti, 1943)
L’opera prima di Visconti, girata quando aveva appena 31 anni e senza essersi mai occupato di cinema prima di allora, è un esordio folgorante che porta dentro di sè, in una forma primordiale ma stilisticamente innovativa, i noccioli delle tematiche a lui care.
Liberamente ispirato a Il postino suona sempre due volte di James M. Cain e ambientato nella bassa padana, Ossessione racconta una storia torbida e sensuale. Tanto da venire censurata dal governo fascista, che ne distrusse anche alcune copie.

Come affermato da Caterina d’Amico, che tra le alte cose è anche responsabile scientifico degli Archivi Luchino Visconti, nel film mancano totalmente tutti i riferimenti alla situazione dell’Italia del periodo. La guerra non appare nemmeno sullo sfondo. A farla da padrone è un atmosfera tesa, stagnante, staccata dalla realtà e, proprio per questo motivo, ancora più eterna e totalizzante.
Il film era stato preparato meticolosamente e vi avevano lavorato alcuni dei più grandi cineasti italiani del periodo. Si nota fin da questa pellicola l’abilità di Visconti nel girare le scene corali, dove è un assoluto maestro, riuscendo sempre a far capire cosa accada sullo schermo in modo chiaro.
L’oggetto del desiderio del film non è il personaggio femminile Giovanna (Clara Calamai), ma il protagonista maschile, il vagabondo Gino Costa, interpretato da un magnifico Massimo Girotti (forse il primo volto noir del cinema italiano), tormentato e imponente nei suoi stracci polverosi.

Ossessione è la perfetta sintesi tra un cinema profondamente italiano, ambientato in un mondo rurale e costellato di personaggi memorabili, e un nuovo tipo di intreccio. Al suo interno vanno ricercati i primi semi del Neorealismo, che sboccerà definitivamente nel secondo dopoguerra.
A Bucket of Blood (R. Corman, 1957)
Girato in appena 5 giorni e con un budget di appena 50’000 dollari, A Bucket of Blood è una della più felici collaborazioni tra Roger Corman, il re dei B-movie, e il suo collaboratore e sceneggiatore Charles B. Griffith. I due trascorrevano le serate in giro nei locali della beat generation scambiandosi idee e il risultato fu la prima commedia nera di Corman.
L’ambientazione è il mondo della gioventù beatnik, e per questo costellato di personaggi incredibili come il poeta esistenziale Maxwell Brock (Julian Burton), che non ripete mai le cose perché considera la ripetizione la morte del linguaggio, o il protagonista Walter Paisley (Dick Miller), aiuto cameriere allo sgangherato cafe The Yellow Door, riscopertosi scultore e assassino.

Il film è impregnato di ironia cormaniana, con morti atroci rese divertenti da elementi grotteschi, e da una profonda satira di sottofondo, sul concetto di fama immediata e dei rischi che questa comporta nell’individuo che, dopo averla raggiunta per acclamazione, non riesce più a farne a meno.
Tematica che trova una sua accezione contemporanea nel concetto di social network e della facile fama online, effimera come la corona di cartone che viene fatta indossare da Walter nella sua acclamazione come scultore.

Sono film come questi che ci ricordano quanto i b-movie abbiano influenzato il cinema horror e giallo degli anni ’70, e quanto dobbiamo essere grati a figure come Corman, la cui abilità nell’usare budget quasi irrisori e nel riutilizzare set passati gli abbia permesso di girare decine di film.
Sunrise (F. W. Murnau, 1927)
Il primo giorno di festival si è concluso all’ insegna dell’emozionante Cineconcerto in Piazza Maggiore con la proiezione di Aurora (1927) del grande regista tedesco F. W. Murnau. Il film aveva trionfato ai primi premi Oscar della storia vincendo ben tre statuette: Miglior Attrice protagonista a Janet Gaynor, Miglior Fotografia e il ‘defunto’ premio di Migliore produzione artistica. Inoltre era stato celebrato come ‘il film più bello del mondo’.
La trama, relativamente semplice, racconta di un travagliato triangolo amoroso con al centro un contadino (George O’Brien) diviso tra la provocante donna di città (Janet Gaynor) e la morigerata moglie, donna di campagna (Margaret Livingstone). Un viaggio verso la luminosa e caotica città, inizialmente destinato a finire in tragedia, farà riavvicinare i due sposi fino a far risorgere l’aurora del loro amore.

Il film è stato proiettato con una nuova colonna sonora composta dal maestro Timothy Brock ed eseguita dall’Orchestra del Teatro Comunale di Bologna, che ha regalato agli spettatori uno spettacolo indimenticabile.
Come ha ricordato il maestro Marco Bellocchio nell’introduzione, Aurora è un film senza manierismo, dove la messa in scena appare quasi naturale. Pur raccontando una storia relativamente semplice, Murnau mette in scena una tecnica fino a quel momento mai vista prima che mischia inquadrature sovraimpresse e un montaggio serratissimo.

Aurora, è la novità che avanza, travolgente, sopra il triacetato di cellulosa delle pellicole, preparando al futuro al trionfo della Settima Arte.
a cura di
Tommaso Rubechini
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