Biografilm 2026

Con il Biografilm 2026, la XXII edizione del festival bolognese, il documentario volto a raccontare storie di vita continua ad essere protagonista. Iniziato lo scorso 5 giugno, il festival si è chiuso ieri, lunedì 15 giugno, con la proiezione in Piazza Maggiore di “The Voice of Hind Rajab”. 

Giunto alla sua ventiduesima edizione, Biografilm, festival internazionale incentrato sul cinema del reale e le storie di vita, continua ad avere la forma del documentario come protagonista assoluta. D’altro canto, uno degli obiettivi della manifestazione è permettere di leggere il presente attraverso il cinema, ragion per cui i film selezionati spaziano molto per tematiche. La conclusione ufficiale del festival è stata lunedì 15 giugno con la proiezione in Piazza Maggiore di The Voice of Hind Rajab (qui la nostra recensione). 

Nonostante abbia partecipato a soli quattro eventi, la mia esperienza personale con Biografilm 2026 è perfettamente in linea con quanto dichiarato dagli organizzatori. Di fatto, ho assistito a quattro storie di vita molto diverse tra di loro, ma, allo stesso tempo, accomunate dalla capacità di rispecchiare un determinato tipo di realtà contemporanea. Everything Works Out (in the End), La fata, Storie per Sandro e Meant to Be mi hanno permesso di tornare a casa con diverse domande interessanti su cui riflettere, ragion per cui penso valga la pena scendere un po’ più nel dettaglio. 

“Everything Works Out (in the End)”

Everything Works Out (in the End) di Maximilien Dejoie racconta il cambio di vita di Katelyn, amica d’infanzia del regista. Dopo aver frequentato per anni la scena del rock e della strip dance statunitense, la donna ha sentito la necessità di reinventarsi: oggi lavora in una casa di riposo per sacerdoti cattolici, segue le sue passioni artistiche e pratica la boxe. Ma, soprattutto – e qui arriva la vera parte controversa di questa storia – Katelyn è convinta di essere posseduta, ragion per cui la preghiera riveste un ruolo centrale nella sua vita. 

Il film solleva dunque una riflessione interessante sul tema della possessione demoniaca. Per quanto sentir parlare di esorcismo nel presente possa essere scioccante, l’aspetto – a mio avviso – più surreale è il fatto che questa pratica sia parte della quotidianità della vita di Katelyn. D’altro canto, la sua visione della possessione è quasi più legata alla filosofia che alla religione: il male per Katelyn è strettamente connesso al libero arbitrio e alle scelte personali. 

Allo stesso tempo, la vita poliedrica di Katelyn diventa anche un racconto degli Stati Uniti. Nello specifico, il regista ha scelto di girare questo documentario nella settimana delle elezioni del 2024, trasformando così la sua protagonista nel riflesso delle opinioni radicali e dei cambi d’opinione repentini che caratterizzano questo paese. Per quanto certe immagini inserite nel film possano sembrare stereotipate, viste nel loro insieme restituiscono un ritratto contemporaneo degli USA. 

“La fata”

La fata di Bruno Bigoni e Luca Schilirò segue invece la vita di Isabella Crescenzi, dominatrice e sex worker italiana, portando così lo spettatore all’interno di un mondo sconosciuto, caratterizzato da fragilità e complessità. L’obiettivo principale del documentario è infatti indagare con il giusto rispetto una sfera estremamente privata soggetta ad un’infinità di luoghi comuni.

A permettere l’ingresso in questa realtà è proprio Isabella, “la fata” del titolo. In effetti, la protagonista non si riconosce tanto nell’appellativo di “dominatrice”, quanto in quello di “fata”: la ragazza è, in primis, una compagna di giochi, interessata a fornire un certo tipo di cura ai suoi clienti. Da qui deriva forse la più grande riflessione portata avanti dal documentario: si può considerare il sex working un lavoro di cura? Non so se esista una risposta univoca, ma, sicuramente, l’approccio empatico di Isabella protende verso un sì

Ma, allora, cosa riesce veramente a raccontare La fata? Sicuramente Isabella possiede la capacità di concretizzare l’immaginazione delle persone, mantenendo sempre una delicatezza ed empatia fuori dal comune. Dunque, ad emergere non è tanto la sessualità, quanto il desiderio contemporaneo: quando sono insieme a lei, i clienti possono dare voce ad una sfera talmente privata da essere normalmente mantenuta inaccessibile. La conseguenza principale della soddisfazione di questo desiderio è l’evasione temporanea dalla realtà e la riscoperta di una leggerezza perduta. 

“Storie per Sandro”

Storie per Sandro di Giacomo Boeri ha una premessa di fondo straziante: un padre afflitto da Alzheimer e un figlio convinto di poter preservare una memoria destinata a sparire. Il ragionamento di Giacomo è semplice: trasformare i ricordi di suo padre Sandro in piccoli corti cinematografici, così da avere sempre una memoria esterna. Purtroppo, però, l’Alzheimer è una malattia che non perdona, ma che, in questo caso, permette di rispondere ad una domanda: sono i ricordi a rendere una persona sé stessa?

In effetti, nonostante il progressivo deterioramento della sua memoria, l’essenza di Sandro pare essere in un qualche modo immutabile. Di conseguenza, la missione di Giacomo si trasforma progressivamente nella scoperta di suo padre come persona all’infuori del suo ruolo genitoriale, nonché in un percorso di accettazione dell’inevitabile.

Infine, il film stesso si interroga molto su quanto il cinema agisca qui come gesto d’amore e quanto questa operazione costituisca, invece, una violazione della vita di Sandro.
Una vera e propria risposta non esiste, tuttavia è abbastanza importante tenere conto delle intenzioni di partenza del regista che, indubbiamente, ha agito da una prospettiva di amore. Tutto ciò che ne è conseguito è soprattutto un grande viaggio assieme al padre che, alla fine, può e deve essere considerato co-autore dell’opera. 

“Meant to Be”

Meant to Be di Olivér Màrk Tòth ha come protagonista un adolescente diventato stella del rap ungherese a soli 18 anni: all’anagrafe si chiama Marcell Szirmai, agli amici si presenta come Marci, ma il pubblico lo conosce come Pogany Indulo. 

Marci è una figura complessa: ha un aspetto da ragazzino, ma una voce insolitamente profonda, così come lo sono anche i suoi pensieri. Conduce una vita di eccessi, eppure, quando si tratta del suo lavoro, ha una maturità e una consapevolezza non scontate per la sua età. Domina il palco con un carisma raro, ma poi, quando torna dietro le quinte, non sfugge agli attacchi di panico. La sua famiglia lo ama e la sua infanzia è stata tutto sommato felice, ma, nonostante ciò, ha comunque capito di essere un alcolista a 19 anni. 

In un quadro generale così ambivalente, in cui nulla sembra avere senso, è facile dimenticarsi di un dettaglio fondamentale: Marci è in primo luogo un adolescente alla ricerca della propria identità. E allora diventa inevitabile chiedersi chi sia veramente questo ragazzo, dove inizi e dove finisca il personaggio che interpreta sul palco. Ma, soprattutto, se rappresenti veramente la sua generazione?

Sì e no. La sua vita di eccessi è chiaramente un’estremizzazione, ma, indubbiamente, Marci si muove in una realtà sconosciuta alla generazione dei suoi genitori e fin troppo familiare a quella dei suoi coetanei. 

In conclusione

Biografilm 2026 è sicuramente riuscito a mettere al centro del suo programma il racconto di storie di vita capaci di rispecchiare la contemporaneità e sollevare riflessioni interessanti su di essa. Che si parli del rapporto con la religione e con la politica del proprio Paese, che si tratti il tema del sex working, dell’Alzheimer o delle dipendenze, i riflettori sono sempre puntati sull’umanità dei protagonisti. 

Ci rivediamo per la XXIII edizione!

a cura di
Claudia Camarda

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