La recensione di “Disclosure Day”: Spielberg nell’età della rivelazione

Con Disclosure Day, Spielberg raccoglie mezzo secolo di fantascienza e lo rilegge attraverso le ossessioni del presente: la sfiducia nelle istituzioni, la disclosure e la ricerca di una verità definitiva. Da oggi nelle sale.

Da sempre, il cinema fantascientifico di Steven Spielberg ci chiede di lasciarci stupire dall’impossibile, e cioè dall’Altro, l’alieno: di accoglierne la scoperta e l’avvicinamento in Incontri ravvicinati del terzo tipo (1977), di riconoscerlo empaticamente in E.T. l’extra-terrestre (1984), o di temerlo come invasore in La guerra dei mondi (2005).

Oggi, però, ci troviamo in piena Age of Disclosure: un’espressione che circola da alcuni anni soprattutto negli ambienti interessati agli UAP (Unidentified Anomalous Phenomena, la nuova definizione ufficiale di UFO) e che indica l’idea che staremmo entrando in una fase storica in cui governi, eserciti e istituzioni sarebbero progressivamente costretti a rendere pubbliche informazioni finora tenute segrete riguardo a fenomeni aerei non identificati e, secondo i sostenitori più radicali della tesi, a possibili intelligenze non umane.

L’impossibile, allora, diventa verità. L’Altro non è più fuori dal mondo: “fuori dal mondo” è che certi saperi non siano di pubblico dominio. Se, nel 1977, il Roy Neary di Incontri, armato di caparbietà euristica, doveva affrontare gli altri esseri umani per entrare in contatto con l’extra-terrestre, oggi la lotta non è più per la conoscenza, ma per la conquista di una verità che trasmuta in valore assoluto.

In Disclosure Day, da oggi nelle sale con Universal, Spielberg interpreta brillantemente questo slittamento culturale, mettendo in scena una società che attraversa una profonda crisi epistemica: non ci si può più fidare delle istituzioni e delle autorità preposte a custodia della conoscenza umana (e non).

La trama

Il film si apre, dunque, in medias res, nel bel mezzo di un incontro di wrestling in cui ci prendiamo un sonoro pugno in faccia, risvegliandoci subito dal torpore spettatoriale. Daniel (Josh O’Connor) è un esperto di cybersicurezza impiegato alla Wardex, un’oscura agenzia incaricata di custodire informazioni che non devono essere rese pubbliche. Quando entra in possesso di prove che attestano l’esistenza di contatti tra l’umanità e civiltà extraterrestri, Daniel viene travolto da una crisi morale: può davvero la conoscenza appartenere a pochi?

La risposta lo conduce verso la dissidenza. Insieme al suo superiore Hugo (Colman Domingo), leader di una rete clandestina determinata a rendere pubblica la verità, sottrae alla Wardex una serie di filmati che documentano visite aliene, esperimenti condotti sui loro corpi e una misteriosa pietra dotata di proprietà sovrannaturali.

Da quel momento il film assume la forma di un’avvincente caccia all’uomo, con Daniel e la compagna Jane (Eve Hewson) costretti alla fuga mentre vengono inseguiti dagli uomini dell’agenzia guidati dal glaciale direttore Scanlon, interpretato da Colin Firth.

La vicenda si intreccia ulteriormente con l’ingresso in scena di Margaret (Emily Blunt), volto televisivo delle previsioni meteorologiche che, in seguito a un contatto inspiegabile, sviluppa dei veri e propri superpoteri. Attorno alla sua figura convergono progressivamente tutti i fili del racconto, fino a trasformarla nel punto di contatto tra la dimensione umana e quella extraterrestre, tra il desiderio di conoscenza e la possibilità stessa della rivelazione.

Empatia nell’epoca della disclosure

A rendere Disclosure Day qualcosa di più di un semplice thriller fantascientifico è la straordinaria capacità di Spielberg di trasformare una vicenda di inseguimenti, complotti e segreti governativi in una riflessione sul nostro rapporto con la verità. Se già Incontri ravvicinati del terzo tipo preannunciava la possibilità che il potere occultasse informazioni ai cittadini, qui il problema si complica: la verità esiste, ma la sua diffusione rischia di produrre conseguenze imprevedibili in un mondo in cui si profila, all’orizzonte, la grande catastrofe.

Il conflitto, dunque, non riguarda più la scoperta dell’ignoto, bensì il controllo della sua narrazione. È il passaggio dalla società dell’informazione alla società della disclosure, in cui il valore assoluto non è più il sapere, ma la trasparenza.

Eppure, come spesso accade nel cinema di Spielberg, la dimensione politica non sostituisce mai quella emotiva. Anzi, è proprio l’empatia a costituire il vero centro gravitazionale del film. In una delle sequenze più intense, Daniel e i suoi compagni visionano un archivio video che mostra gli abusi e gli esperimenti condotti dagli esseri umani sugli extra-terrestri.

La scena opera un ribaltamento fondamentale: gli alieni cessano di essere oggetto di curiosità o di paura e diventano soggetti a sofferenza, mentre lo spettatore è chiamato a condividere il loro dolore. Diventa allora impossibile non ricordare i momenti più toccanti di E.T.; in entrambi i casi, Spielberg costruisce il proprio racconto attorno a una semplice ma potentissima operazione emotiva: condurci a guardare il mondo attraverso gli occhi dell’Altro.

Il compimento di un immaginario

Se il cinema contemporaneo di fantascienza punta spesso sulla spettacolarizzazione o sulla complessità concettuale, Spielberg continua invece a puntare su quella che rimane la sua arma segreta da oltre cinquant’anni: l’empatia. È questo il suo vero effetto speciale.

A questo proposito, Disclosure Day può essere letto come una sorta di summa della fantascienza spielberghiana. Nel film convivono, infatti, la meraviglia cosmica di Incontri, la tenerezza relazionale di E.T., il sospetto verso le istituzioni che attraversa molta della fantascienza americana post-Watergate e perfino la tensione apocalittica de La guerra dei mondi.

Tutti questi elementi vengono recuperati e riorganizzati all’interno di un racconto che guarda direttamente alle ossessioni del presente: la crisi della fiducia nelle autorità, la proliferazione delle narrazioni concorrenti, il desiderio di una rivelazione definitiva.

Il risultato è probabilmente il punto più alto e consapevole della riflessione spielberghiana sull’alterità extra-terrestre. Non perché Disclosure Day aggiunga qualcosa di radicalmente nuovo alla filmografia del regista, ma perché riesce a raccoglierne tutte le intuizioni fondamentali. È un film che guarda indietro, verso mezzo secolo di immaginario fantascientifico, e, allo stesso tempo, prova a immaginare quale forma possa assumere oggi l’incontro con l’ignoto.

Più che interrogarsi sull’esistenza degli extraterrestri, in definitiva, Disclosure Day riflette sul rapporto tra conoscenza e potere. Al centro del racconto non c’è la prova certa dell’Altro, ma la convinzione che qualcuno abbia il controllo di una verità negata al resto dell’umanità. È una prospettiva profondamente spielberghiana: il fenomeno straordinario, lungi dall’essere un semplice pretesto narrativo, conta comunque meno delle persone che gli ruotano attorno e del modo in cui esso ridefinisce le loro vite.

a cura di
Flaminia Muzii

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