Ditonellapiaga, “Miss Italia”: la regina con la corona storta

Dietro la fascia della vincitrice si nascondono dubbi, fallimenti e una delle scritture pop più autentiche della nuova generazione

Ci voleva un tribunale per legittimare una metafora in un disco pop.

Mentre Ditonellapiaga si preparava a pubblicare “Miss Italia”, l’organizzazione dello storico concorso di bellezza cercava di impedirle di usare quel titolo. Udienze, avvocati, la prospettiva surreale di dover cambiare nome al disco a pochi giorni dall’uscita. Poi la sentenza che respinge il ricorso. Fine della questione, almeno sulla carta.

Perché più si ascolta “Miss Italia”, più viene il sospetto che quella disputa racconti il disco meglio di qualsiasi comunicato stampa. Da una parte un simbolo cristallizzato nell’immaginario collettivo italiano, dall’altra una cantautrice che prende quello stesso simbolo e lo riempie di dubbi, fragilità, fallimenti e contraddizioni.

Non per distruggerlo, per umanizzarlo.

In fondo è quello che mette in scena Margherita Carducci dalla nascita del progetto Ditonellapiaga: prendere immagini apparentemente rassicuranti – in questo caso l’idea di perfezione, bellezza e successo – e mostrarne il lato esposto alla luce più sbieca. Lo aveva già fatto con l’ironia glamour di “Camouflage” (2022), aveva provato a spingersi altrove con “Flash” (2024), ma qui la sensazione è diversa. Non c’è la voglia di sorprendere, c’è la necessità di capirsi.

Dopo gli anni del boom, la Targa Tenco, la prima partecipazione al Festival di Sanremo con Donatella Rettore, l’attenzione mediatica e poi quel periodo di smarrimento artistico confessato più volte nelle interviste, “Miss Italia” sembra nascere da una domanda molto semplice: cosa resta quando smetti di provare a essere la versione migliore di te stessa?

La risposta arriva in dieci canzoni che oscillano continuamente tra il desiderio di piacere e la fatica di doverlo fare.

La dancefloor delle inquietudini

Musicalmente è il disco più centrato nella carriera di Ditonellapiaga. Non perché trovi una formula definitiva, ma perché smette di cercarla.

La produzione di Alessandro Casagni è molto più sottile di quanto sembri al primo ascolto. L’elettronica è il fil rouge che attraversa ogni traccia, senza mai raggiungere un punto di saturazione. Pop, cantautorato, momenti teatrali e suggestioni dance: tutto convive nello stesso appartamento sonoro senza la necessità di scegliere una sola strada.

La cassa è spesso dritta, ma non si arriva mai a una piena euforia.
Si balla, certo, ma con un kettlebell di 16 chili addosso.

Già dall’apertura di “Sì lo so” si capisce che il tono sarà questo. “Sono una bugiarda, una bastarda, ma non ti riguarda” canta con una leggerezza che sembra quasi uno scherzo. In realtà è la lettura del curriculum vitae perfetto per non essere assunti: senza alcun personaggio da mettere in mostra, restano solo le imperfezioni esposte in vetrina.

“Tropicana Hotline” ha la brillantezza superficiale di una cartolina estiva, ma scava nel bisogno (quasi) patologico di osservare la vita degli altri per sentirsi migliori. “La gente è carina finché non si fa i cazzi tuoi” è una di quelle frasi che sembrano buttate nella cesta dei panni sporchi e invece fotografano la nostra quotidianità meglio di molte analisi sociologiche spiattellate in tv.

Poi arriva “Bibidi bobidi bu”, il cuore emotivo del disco. Dietro la favola più innocente si può nascondere il racconto più spietato: Vorrei fare pop, evitare il flop” è la sintesi di una generazione di artisti costretti a muoversi continuamente tra autenticità e algoritmo, tra libertà e mercato. Quando canta “Resta una questione di orgoglio e di portafoglio” oppure “Con lo stadio pieno, tenuta al guinzaglio”, non sta parlando soltanto di sé, piuttosto di un intero sistema.

E forse è questo che rende “Miss Italia” più interessante di molti altri album contemporanei: riesce a parlare dell’industria discografica senza trasformarsi in una lezione sul music business. Anche perché l’arma preferita di Ditonellapiaga continua a essere l’ironia.

La stessa che esplode in “Che fastidio!”, il brano sanremese (ricordiamolo: 3° posto) che qui trova finalmente il suo habitat naturale. Sul palco dell’Ariston era un elenco irresistibile di irritazioni contemporanee, dentro il disco diventa invece un manifesto esistenziale. Un modo per raccontare il disagio senza perdere il sorriso.

Quello che resta dopo gli applausi

Poi, lentamente, la narrazione diventa più intima, senza filtri, e lascia entrare il resto. “Hollywood” parte come una ballad in abito da sera e tacco 12, con pianoforte e archi che sembrano usciti da un vecchio film; poi si sporca, si incrina, diventa altro: “Sono come tu mi vuoi” è una storia d’amore disfunzionale, il rapporto con il successo o con qualsiasi cosa finisca per chiederti una rinuncia.

“Prima o poi” osserva il cambiamento senza provare a combatterlo. “Io”, il brano più vulnerabile del disco, è un’esperienza sonora in cui l’artista sparisce quasi del tutto e rimane soltanto Margherita. “Le brave ragazze” dipinge l’adolescenza come una geografia della memoria, tessuta di una città, un ricordo, un profumo: quell’ideale dell’ostrica verghiana da cui proveniamo e che continuiamo a portarci dietro, anche quando fingiamo di dimenticarlo.

Tra i brani più affilati del disco, “Businessman” trasforma il lessico tossico della produttività contemporanea in una caricatura brillante e tagliente. Una parodia lucida e beffarda, capace di cristallizzare un immaginario lavorativo dominato da reperibilità permanente, performatività e auto-sfruttamento elevato a stile di vita, dove essere sempre disponibili è diventato un requisito esistenziale.

Così quando arriva la title track, “Miss Italia”, il significato del disco è già chiarissimo; “Una Miss Italia, una disperata ma statuaria”, la bellezza e la fatica, il successo e l’inadeguatezza, l’immagine pubblica e quello che resta quando le luci si spengono.

Per questo “La verità” è l’unico congedo possibile; si continua a ballare nonostante la vita di tutti i giorni, quella che non finisce mai sotto i riflettori. “Don’t stop crying babe” diventa così un insieme di voci dedicato a chiunque abbia provato almeno una volta a nascondere le proprie insicurezze dietro una faccia da copertina.

L’imperfezione come nuova crepa da abitare

Ditonellapiaga sceglie di raccontare la confusione, i compromessi e le cadute, alternando leggerezza e profondità. Tutte le scelte artistiche si rincorrono, si sovrappongono, sembrano dialogare tra loro come pensieri a ruota libera in una jam session in presa diretta, un’immediatezza ben diversa rispetto a un disco pop iper prodotto.

“Miss Italia” trova la sua forma definitiva nelle crepe lasciate volutamente aperte. In alcuni tratti si disperde, in altri sembra trattenersi proprio quando potrebbe diventare feroce. Ma sarebbe stato un errore da matita rossa indossare una corona tirata a lucido. Perché qui la perfezione è esattamente la maschera da cui liberarsi.

a cura di
Edoardo Siliquini

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