Tommaso Paradiso, “Casa Paradiso”: la fenomenologia della nostalgia

Tommaso Paradiso è quell’amico che ti invita a casa per un caffè ma ha già tirato fuori il vino dal frigo. Non perché voglia sbronzarsi: perché non vuole che tu vada via subito. Anche se hai parcheggiato in terza fila e domani lavori

Ti chiede come stai. Un bicchiere. Come va il lavoro. Due bicchieri. Poi, resta a pranzo, dài. Carbonara? La mejo de Roma, ovviamente. Ostentata con quella sicurezza un po’ alticcia di chi gioca in casa e mai in trasferta. E invece arriva un primo di pesce. Anche se il mare non c’è. Ma lo puoi immaginare.

“Casa Paradiso” funziona esattamente così.

Un pranzo lungo, lento, pieno di deviazioni. Si parla della Lazio sul tetto d’Europa nel ’99 e della disfatta permanente di oggi (“Sogno un mercato stellare come quando c’era Sergio… Ma questo non ce la fa”), delle ex – ormai sposate – che tornano sempre nei discorsi come tornano nei sogni, di Santa Marinella e del Cupolone visto da una finestra troppo piccola.

Di tutto ciò che cambia.
Mentre tu resti uguale.
O almeno ci provi.

Citofonare Nostalgia

Classe 1983, romano, Tommaso Paradiso è ormai una figura codificata: arrivato nelle principali chart nostrane dopo alcune fortunate hit dei Thegiornalisti e rimasto lì, ben piantato, come un mobile che non sposti più. Perché sta bene dove sta.

Proprio per questo, “Casa Paradiso”, terzo album da solista dopo “Space Cowboy” (2022) e “Sensazione stupenda” (2023), non è un disco che sorprende, bensì lo conferma in un preciso segmento di mercato, abitato da quarantenni in crisi post-adolescenziale e millennials fuori sede, intenti a colmare il vuoto discografico lasciato da Lucio Dalla, Antonello Venditti, Vasco Rossi, Luca Carboni &co.

Muovendosi sul filone della nuova scena indie italiana, nata già mainstream sulle serrande abbassate del Circolo degli Artisti, Paradiso non scappa da questa etichetta. Anzi: la arreda.

Più che cantautore, Tommaso Paradiso è uno storyteller sulla strada. In monopattino, come metafora esistenziale ora che “la tua bicicletta è diventata elettronica”, non ti racconta la tua storia, ma ti fa venire in mente una storia simile alla tua. È la sua vera forza: la capacità di connettersi all’esperienza emotiva per memoria indiretta.

Relatable, direbbero quelli bravi. Pensando ai paraculi.

La verità, come spesso accade, sta nel mezzo. E “Casa Paradiso” vive tutta lì: in quell’equilibrio instabile tra sincerità emotiva e comfort zone calcolata.

La planimetria di ciò che resta

L’ingresso è affidato a Lasciamene un po’, che è Paradiso allo stato puro: synth pop levigato, malinconia luminosa, la preghiera di salvare almeno un pezzo di quello che è stato. È una canzone che sa esattamente dove colpire, senza colpi di scena.

Forse è la stanza del non detto, del “Forse avremmo solo dovuto scopare senza complicare”, dei monologhi interiori che arrivano quando spegni l’abat-jour. Funziona perché è fragile, senza colpi di scena, di nuovo.

Il baricentro emotivo del disco è Tornare a casa: qui la metafora smette di essere arredamento e diventa muro portante. La casa come rifugio, come reset emotivo, come luogo mentale prima ancora che fisico. È il brano che spiega tutto il resto.

Goditela e 70.000 voci aprono le finestre a vasistas: aria che circola, qualche spiraglio di luce, immagini di un’Italia che non c’è più, Fiat Panda con i finestrini abbassati cariche di cori da cantare. Canzoni per strade senza autovelox.

Più interessanti e con più metri quadri, le stanze notturne: Comunque splendido, con quella frase che sembra una resa ma suona come una dichiarazione d’amore “Anche se oggi non ho fatto niente è comunque splendido se posso addormentarmi con te”, e Spettacolo, chiusura romantica con il Festival di Sanremo che bussa già alle porte.

Ma come fanno i rapper, featuring con Setak, è una cena tra amici, simpatica e leggera; sulle stesse frequenze, tra disimpegni e corridoi, troviamo Non mi va.

La rivoluzione gentile delle sigarette elettroniche

Il limite di “Casa Paradiso” è lo stesso della sua forza: niente scatti, all-in e finestre spalancate. Solo tende chiare, luce calda, malinconia controllata. È un disco che accarezza, non spinge. Che accompagna, non sposta. Ma forse non vuole fare altro.

All’interno di un contesto pop sempre più iper-performativo, dove l’impegno di un artista spesso si riduce a pose di circostanza, Paradiso sceglie la via più semplice e più difficile insieme: restare domestico, autentico.

Non è un disco necessario, ma è coerente, riconoscibile, onesto nel suo perimetro. Un po’ come tornare a casa dopo una lunga serata: non succede niente di nuovo, ma almeno sai dove sei.

E, a volte, tra una “sosta per le Nazionali che uccidono il week-end” e una “sigaretta diventata elettronica”, può bastare.

a cura di
Edoardo Siliquini

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