Finalmente arriva in sala uno dei film più attesi di questo 2026, che tratta uno dei fenomeni di maggior successo degli ultimi anni: Backrooms. Riuscirà questa pellicola a rendere sul grande schermo una delle creepypasta più disturbanti mai apparse su internet o si smantellerà sotto il peso del suo stesso costrutto?
Come ormai saprete dalle mie recensioni, sono un amante degli horror e questo mi rende spesso molto critico sulle nuove uscite al cinema.
Backrooms è senza ombra di dubbio il film del 2026 che attendo più in assoluto nel genere (a parte una pellicola di cui ho ormai perso le speranze per una distribuzione italiana) e quando vidi per la prima volta il trailer di questo lungometraggio la mia mente iniziò subito a macinare pensieri.
Ma cosa sono le Backrooms e perché per gli amanti dell’horror sono diventate un punto cardine di questi ultimi anni? Era il 2019 quando su 4chan apparve per la prima volta un’immagine di un luogo lontano dalla realtà: un corridoio con moquette gialla e una luce che sembrava al neon.
Se non fai attenzione e ti allontani dalla realtà nelle aree sbagliate, finirai nelle Backrooms… non c’è altro se non la puzza di moquette bagnata, la follia di un giallo monotono e l’infinito ronzio di sottofondo delle luci fluorescenti.
Quella prima immagine scatenò gli utenti del forum, che iniziarono negli anni a creare un vero e proprio immaginario dietro quel singolo frame, sulla base di quello che era a tutti gli effetti uno spazio liminale.
Nel 2022, sulle stesse pagine, apparve il primo video su questi luoghi ad opera di un giovanissimo Kane Parsons, sotto lo pseudonimo di Kane Pixels.
Nove minuti di quello che era un vero e proprio esempio di analog horror, un genere sviluppatosi negli anni e che ha avuto come massimo esponente The Blair Witch Project; questo primo esempio di Backrooms scatenò ancora di più la fantasia degli utenti, creando una vera e propria creepypasta.
Con il termine creepypasta si intende un racconto dell’orrore, anonimo e generalmente breve, pubblicato e diffuso su siti internet, blog e forum.
Come molti fenomeni della rete, queste storie nascono originariamente in lingua inglese e sono diventate popolari soprattutto tra gli adolescenti grazie a 4chan già nei primi anni Duemila.
A24, sempre molto attenta a quelle che possiamo considerare delle piccole chicche, non si è lasciata sfuggire l’occasione di portare sul grande schermo questo fenomeno culturale, mettendolo nelle mani proprio di Kane Parsons, che nel corso del 2025 ha girato The Backrooms con protagonisti Chiwetel Ejiofor e Renate Reinsve.

VHS e disagio
È il 1990, il film si apre con un found footage: riprese disturbanti che ci sbattono in faccia le Backrooms senza nemmeno darci il tempo di prepararci, un primo assaggio di quei luoghi che tutti noi conosciamo, ma che nonostante tutto riescono a colpirci fin dai primi minuti, costruendo la base dell’ansia che verrà.
Schermo nero. Conosciamo il nostro protagonista Clark (Chiwetel Ejiofor), un uomo che vive una vita assolutamente non appagante, sempre ai limiti dell’alcolismo e proprietario di un negozio di mobili che non solo non gli porta guadagni, ma anzi genera spese sempre più eccessive a causa di consumi anomali di elettricità.
Per cercare di sopravvivere a un mondo che lo sta distruggendo si affida a una terapeuta: Mary Kline (Renate Reinsve), una donna solitaria che cerca di aiutarlo, ma che combatte a sua volta con fantasmi del passato forse insormontabili.
Una notte Clark, dormendo nel suo negozio, viene sorpreso da un fenomeno sconosciuto: le luci iniziano ad accendersi senza alcun motivo e, nel tentativo di spegnerle dal quadro elettrico, scopre una fessura luminosa nel muro. Molto spaventato decide di avvicinarsi e scopre che si tratta di un portale per qualcosa di sconosciuto: un accesso alle Backrooms. Da quella notte inizia per Clark una vera e propria ricerca e analisi di questi luoghi.
Dopo qualche giorno decide di coinvolgere nella sua esplorazione la sua vice manager Kat (Lukita Maxwell) e il suo ragazzo Bobby (Finn Bennett), in possesso di una videocamera, così da dimostrare a Mary che ciò che racconta è reale e non il delirio di un pazzo.
Non tutto va per il verso giusto e ai tre succede qualcosa che porterà la psicoterapeuta a cercare Clark per capire cosa sia accaduto. Questo condurrà Mary dapprima a scoprire le Backrooms e poi ad addentrarsi nei loro cunicoli, fino a scoprire la dura realtà.

Il bello di poter giocare
La scelta di Kane Parsons alla regia è stata ponderata e ricercata, ma pur sempre un azzardo: ci troviamo di fronte a un ragazzo di poco più di 20 anni, alla sua prima vera prova al timone di un lungometraggio.
La decisione di affidarsi al creatore dei primi cortometraggi sulle Backrooms si è però rivelata azzeccata: Parsons porta sul grande schermo una storia convincente, con una sceneggiatura solida e scelte stilistiche che mescolano più anime dell’horror, a partire dall’analog horror fino ad arrivare al found footage, con richiami evidenti a The Blair Witch Project e alla saga V/H/S.
La fotografia, ad opera di Jeremy Cox, è un piccolo capolavoro: il continuo passaggio da 16:9 a 4:3 segna simbolicamente il confine tra realtà e Backrooms, un espediente non nuovo ma estremamente efficace, così come l’utilizzo quasi ossessivo delle simmetrie che rendono questi luoghi ancora più disturbanti.
A cullare il tutto ci pensa una colonna sonora creata da Edo Van Breemen e dallo stesso Kane Parsons (già coinvolti nei cortometraggi), che accompagna lo spettatore in una costante sensazione di disagio, crescendo e calando insieme alla tensione delle scene.
La scelta di puntare su due attori affermati come Chiwetel Ejiofor e Renate Reinsve si rivela fondamentale: entrambi riescono a dare profondità a personaggi che non vengono mai completamente esplicitati, aumentando ulteriormente quel senso di ansia e inquietudine che il regista vuole trasmettere.

Riuscito, ma non per tutti
Ci troviamo quindi davanti al miglior horror degli ultimi anni? La risposta è: ni. Backrooms è sicuramente un prodotto eccellente, ma non piacerà a tutti.
Siamo di fronte a un film che ricorda molto il cinema horror nordeuropeo, con ritmi lenti e una violenza quasi sempre suggerita, mai esplicita.
Questi ritmi sono però alla base del concetto stesso di Backrooms e di spazi liminali (luoghi di transito e connessione, reali o immaginari, privi di soggetti e capaci di generare inquietudine), elementi che potrebbero far storcere il naso ai puristi dell’horror fatto di paura immediata e jump scare.
Kane Parsons riesce a fare suo un concetto semplice alla base di una creepypasta che ha esaltato 4chan e i suoi utenti, portando sul grande schermo un prodotto che molti aspettavano proprio con questi ritmi e con una paura solo accennata.
Con un budget di 10 milioni di dollari ci troviamo davanti a una pellicola che rasenta la perfezione stilistica e che dovrebbe essere studiata soprattutto dal punto di vista fotografico, per capire quanto questo elemento possa essere centrale nel definire ritmo ed estetica.
Non posso che invitarvi ad andare al cinema per godervi appieno l’ora e 45 di Backrooms ed uscire dalla sala con quel disagio che solo una pellicola come questa sa dare.
Buona visione!
a cura di
Andrea Munaretto

