Già a novembre, avevamo parlato del live dei Cani all’Estragon di Bologna. A distanza di circa otto mesi da quell’evento, possiamo fare un confronto con la parte estiva del tour di “Post Mortem” in occasione della prima data al BOnsai, come sempre al Parco delle Caserme Rosse
I Cani, anche questa volta, hanno dimostrato che “i brividi possono salire dalle gambe al petto” indipendentemente dalla temperatura esterna e dal voler tornare o meno con la propria ex. L’abilità di Niccolò Contessa nel raccontare specifici stati d’animo provati in precise e uniche fasi della vita, dal vivo, si è trasformato in un’induzione alla catarsi personale e collettiva allo stesso tempo. Profonde riflessioni su quotidianità, antropologia, depressione e amore, tradotte in versi e accompagnate da sonorità talvolta agli antipodi, hanno spinto tutti i presenti verso uno stato d’animo raro da provare, se non addirittura esclusivo.
Anticipata dall’esibizione della band Neoprimitivi, la scaletta ha ripreso in gran parte quella del tour invernale escludendo alcuni brani anche popolari e coinvolgenti come “Io” o “Davos”. Per il resto, ha attinto da tutta la discografia dividendosi in blocchi tematici. Quello iniziale si compone da tre tracce tratte dall’ultima uscita “Post Mortem” (“Buio”, “Buco nero” e “Nella parte del mondo in cui sono nato”) che sintetizzano l’album soffermandosi su aspetti comunitari e su suoni che sintetizzano tutte le varie evoluzioni del progetto.
Il secondo prosegue con due pezzi caratterizzati da un profondo e amaro sarcasmo: “Wes Anderson” e “Asperger”. Entrambi sono attraversati dalla stessa apparente spensieratezza orientandosi su un pop classico e leggero. Successivamente, arriva il gruppo “romantico” che parte da “Carbone” per arrivare a “Le coppie” passando da “Questo nostro grande amore”, “Come Vera Nabokov” e “Hipsteria”. La malinconia di “Un’altra onda” si unisce, invece, all’inedita “Squalo balena” ascoltata e apprezzata in religioso silenzio e con la pelle d’oca da tutto il pubblico.

Il posizionamento nel set, però, non le ha giovato particolarmente: il subentro immediato dell’elettronica trascinante di “f.c.f.t.” e “Post Punk” ha sovrastato le emozioni suscitate dal primo ascolto del brano che andavano metabolizzate per qualche secondo. Probabilmente, il penultimo blocco malinconico caratterizzato da “Corso Trieste”, “Aurora” e “Il posto più freddo”, posizionato prima, avrebbe fatto da “cuscinetto emotivo” evitando il brusco cambiamento di sensazioni. Anche “Calabi-Yau” e “Sparire” appaiono un po’ fuori luogo nel bel mezzo dell’energia della parte finale composta dalle canzoni più cantabili dei Cani. Plausibilmente, vi era l’intento di ricreare un’alternanza di atmosfere per rendere l’esibizione più dinamica.
Questo elemento (dal nostro punto di vista) è davvero un difetto irrisorio in confronto al resto dello spettacolo che è stato davvero impeccabile. I cani suonano come veterani, ma salgono sul palco con lo stesso entusiasmo e la stessa esigenza espressiva di un emergente. Dopo sedici anni di attività e innumerevoli peripezie, il gruppo è riuscito a mantenere un ardore commovente impossibile da trascurare.
Scaletta
- Buio
- Buco nero
- Nella parte del mondo in cui sono nato
- Wes Anderson
- Asperger
- Carbone
- Questo nostro grande amore
- Come Vera Nabokov
- Hipsteria
- Le coppie
- Un’altra onda
- Squalo balena
- F.c.f.t.
- Post Punk
- Aurora
- Corso Trieste
- Il posto più freddo
- colpo di tosse
- Non finirà
- I pariolini di diciott’anni
- Velleità
- Calabi-Yau
- FBYC (fortuna)
- Sparire
- Lexotan
a cura di
Lucia Tamburello

