Masters of the Universe – la recensione in anteprima del ritorno di He-Man, tra cinema e mito anni ’80

A volte un film è solo un film, altre volte è un dolce ricordo che riaffiora nelle menti dei più “vecchi” riportandoli alla loro fanciullezza, tra leggerezza e voglia di riassaporare quei momenti. Per molti Masters of the Universe sarà proprio questo: un ritorno al passato tra malinconia e voglia di urlare: “Per il potere di grayskull, a me il potere!”.

L’attesa per Masters of the Universe si nutre di nostalgia, ma anche di un immaginario che ha attraversato giocattoli, cartoni animati e cultura pop. Il nuovo film diretto da Travis Knight riporta sul grande schermo la sfida eterna tra He-Man e Skeletorripartendo da Eternia e da una storia che punta a unire avventura epica, ironia e memoria generazionale.

Per capire perché questo ritorno al cinema abbia un peso particolare, bisogna tornare all’inizio della storia. Quella della linea Masters of the Universe, che nasce con Mattel nel 1982, quando ogni action figure era accompagnata da un minicomic ambientato nel mondo fantastico di Eternia

Quella fu una mossa decisiva: non si vendeva soltanto un pupazzo, ma un universo narrativoHe-ManSkeletor, il castello di Grayskull, le armi e i veicoli non erano semplici accessori, ma tasselli di una mitologia pronta a espandersi in più direzioni. 

Nel settembre 1983 arrivò poi la serie animata He-Man and the Masters of the Universe, prodotta da Filmation, distribuita nel pomeriggio e capace di diventare in poco tempo un appuntamento fisso per un’intera generazione. In due anni furono realizzati 130 episodi, ai quali si aggiunsero special televisivi e, nel 1984, l’espansione con She-Ra: Princess of Power

Il fenomeno videoludico degli anni Ottanta

Raccontare oggi Masters of the Universe significa anche inserirlo dentro il più ampio fenomeno videoludico e mediale degli anni Ottanta. In quel decennio, bambini e adolescenti non consumavano più i personaggi in un solo formato: il cartone animato dialogava con i giocattoli, i fumetti, il merchandising e con la nascente cultura del videogioco domestico, che trasformava l’intrattenimento in esperienza continua e interattiva.

In quel contesto, Masters of the Universe funzionò come un marchio perfettamente in sintonia con la mentalità dell’epoca. L’estetica muscolare di He-Man, i colori accesi, i nemici mostruosi, le armi iconiche e la struttura da missione avventurosa parlavano lo stesso linguaggio immaginifico che stava conquistando le camerette degli anni ’80, tra console, cabinati e fantasia eroica.

Pur nascendo anzitutto come toy line e serie animata, il franchise assorbì lo spirito del boom videoludico: mondi da esplorare, eroi potenziati, antagonisti memorabili, livelli simbolici da superare. In altre parole, He-Man non appartiene solo alla nostalgia televisiva, ma a quell’ecosistema pop in cui il bambino degli anni ’80 imparava a passare con naturalezza dal joystick all’action figure, dal cartone al gioco d’immaginazione.

Un immaginario che ha resistito al tempo

Il nuovo film attinge non solo alla serie classica di quegli anni, ma anche ai mini-comics originali, al film cult del 1987 con Dolph Lundgren, alla serie animata del 2002-2004 e persino alle reinterpretazioni più recenti targate Netflix

È una scelta che conferma la forza del marchio: Masters of the Universe non è rimasto fermo nella sua forma originaria, ma ha continuato a reinventarsi.

E proprio questa capacità di attraversare epoche, linguaggi e pubblici diversi spiega perché oggi Hollywood torni a investire su He-Man come figura ancora riconoscibile e spendibile nell’immaginario globale. 

Anche il cameo di Dolph Lundgren nel nuovo film va letto in questa direzione: non soltanto come un omaggio per i fan storici, ma come passaggio di testimone tra incarnazioni diverse dello stesso mito.

Un ponte diretto tra la memoria del cult anni ’80 e il tentativo attuale di rilanciare il personaggio in chiave blockbuster

Voglio tornare a casa

Adam è il figlio del re di Eternia, un bambino gracile che, disilluso dal proprio corpo, non ama allenarsi per imparare a combattere.

Un giorno, però, il regno viene sconvolto dall’attacco di un nemico troppo potente, Skeletor, deciso a impossessarsi della Spada del Potere per diventare l’essere più forte dell’universo e liberarsi della sua natura demoniaca.

Per salvare il figlio e l’arma, la madre di Adam, con l’aiuto della maga, affida proprio a lui (così poco avvezzo al combattimento) la spada e lo spedisce sul pianeta natale della regina: la Terra, dove potrà restare al sicuro e proteggere il cimelio… o forse no.

Diventato adulto, ma ancora segnato dalle insicurezze di un bambino, Adam continua la ricerca della spada perduta durante il “viaggio”, con l’obiettivo di tornare su Eternia.

Quando finalmente ci riesce, scopre che tutto è cambiato a causa di Skeletor e che ormai tutti lo credono morto.

Grazie alla spada e all’aiuto della sua amica d’infanzia Teela, si trasforma in He-Man (nome autoassegnato, come da tradizione degli eroi del pianeta) e si lancia in un’epica (più o meno) battaglia contro il nemico, nel tentativo di riportare pace e serenità su Eternia, salvando anche i suoi genitori… forse.

Ottime premesse, pessima realizzazioni

Ammetto che, quando ho visto Travis Knight alla regia, le aspettative erano molto alte: parliamo pur sempre del regista di quel piccolo capolavoro che è Kubo e la spada magica (il mistero delle traduzioni dei titoli resta allo stesso livello di quello di Atlantide, comunque) e di Bumblebee.

Ma con il passare dei minuti ci si rende conto che questo, da solo, non basta a fare un buon film.

La sceneggiatura non regge il passo con le capacità di Knight, portandoci dentro una storia che prova a giocare sulla nostalgia, con un occhio al presente, senza però riuscire davvero in nessuno dei due intenti. Portare He-Man sulla Terra, nel 2026, sembra quasi un’operazione “Superman” riuscita male.

A fare da contraltare ci pensa anche una colonna sonora che tenta di dare ritmo alla pellicola senza mai riuscirci davvero, perdendosi in una macchietta costruita dallo stesso film, come nella citazione di Highlander con Princes of the Universe dei Queen, che strappa sì una risata, ma nulla di più.

Anche il cast finisce per sembrare una versione caricaturale di personaggi già visti: pur attingendo all’immaginario del cartone animato, manca profondità e tutto appare inserito quasi per dovere.

Lo stesso Adam, interpretato da Nick Galitzine, ha uno sviluppo talmente repentino da far sorgere una domanda: a cosa sono servite oltre due ore di Masters of the Universe, se alla fine non viene spiegato davvero nulla, se non in modo frettoloso e raffazzonato?

Un ritorno forse evitabile

Il nuovo Masters of the Universe sembrava voler recuperare il nucleo più semplice e potente del franchise: il desiderio di diventare la versione migliore di sé.

Questa idea torna spesso come chiave narrativa del film, ma mai con la giusta forza narrativa e rendendo il tutto quasi forzato per giustificare una sceneggiatura debole e che si scontra forse troppo spesso con la nostalgia da cui vuole attingere a piene mani.

Per me, che He-Man era il cartone da bambino, questa operazione risulta un enorme pugno in un occhio nei confronti di un’idea, anche messa nei primi trailer, che poteva riportare davvero in auge un personaggio quasi del tutto dimenticato dalle nuove generazioni.

La sensazione uscendo dal cinema è che sia stata una grossa occasione persa da parte di Mattel ed Amazon per creare qualcosa di davvero affine al personaggio ed interessante per una generazione che è molto sensibile ai temi attuali, ma che spesso al cinema vuole solo divertirsi.

Unica nota veramente positiva è la colonna sonora che, se presa da sola, è un vero e proprio revival musicale che esalterà i millenial, ma nulla più.

a cura di
Andrea Munaretto

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di Andrea Munaretto

Nato nell'84 e fin da quando avevo 4 anni la macchina fotografica è diventata un'estensione della mia mano destra. Appassionato di Viaggi, Musica e Fotografia; dopo aver visitato mezzo mondo adesso faccio foto a concerti ed eventi musicali (perché se cantassi non mi ascolterebbe nessuno) e recensisco le pellicole cinematografiche esprimendo il mio pensiero come il famoso filtro blu di Schopenhauer

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