Dissacrante e grottesco, critica sociale che passa attraverso un villaggio di un medioevo terrificante, sacralità e pagano che si intrecciano in maniera sensuale e aberrante: benvenuti nel villaggio di Lapvona!
Ci sono libri che cercano di sedurre il lettore, e poi ci sono libri che scelgono deliberatamente di respingerlo. Lapvona, romanzo di Ottessa Moshfegh pubblicato nel 2022, appartiene con decisione alla seconda categoria, ma in che modo l’autrice riesce comunque a renderlo attraente?
Della stessa autrice ero già stata conquistata dal fenomeno virale sul Booktok di Il mio anno di riposo e oblio, dove la Moshfegh cattura con il suo stile di scrittura irriverente e i suoi personaggi incredibilmente detestabili.

Qui la scrittrice abbandona gli interni nevrotici della contemporaneità per spostarsi in un villaggio immaginario sospeso in un medioevo brutale e allucinato. Il risultato è un romanzo disturbante, a tratti repellente, ma impossibile da ignorare.
Ma parliamo della trama: Lapvona è il nome del villaggio attorno a cui ruota l’intera vicenda. Si tratta di un luogo dominato dalla fame, dalla superstizione e dalla violenza, governato dal signore feudale Villiam, proprietario assoluto delle terre e dei corpi dei suoi sudditi.
Qui la vita vale poco, la religione serve soprattutto a giustificare il dolore e il confine tra spiritualità e follia è inesistente. In questo scenario si muove Marek, un ragazzo deformato e fragile cresciuto dal padre Jude, pastore violento e paranoico, e accudito dalla levatrice Ina, figura enigmatica che sembra incarnare una forma arcaica e pagana di maternità.
Ma raccontare la trama di Lapvona è quasi secondario. Moshfegh non costruisce una narrazione lineare o consolatoria: accumula piuttosto episodi di crudeltà, desiderio, fanatismo e degradazione fisica. La degradazione del corpo è onnipresente. L’erotico è completamente assente. È un corpo che marcisce, soffre, sanguina, partorisce e sopravvive.
Ed è proprio qui che Lapvona trova la sua forza più radicale. Molti romanzi contemporanei che si definiscono “dark” o “disturbanti”, soprattutto quelli che spopolano sulle piattaforme social, finiscono per cadere in stereotipi abbastanza ricorrenti.
Moshfegh invece rifiuta qualsiasi forma di abbellimento. Il suo medioevo non ha nulla del fantasy elegante o romantico che domina l’immaginario popolare: niente castelli scintillanti, cavalieri eroici o principesse da salvare. Lapvona è fatta di fango, carestie e fanatismo religioso.
A mio parere, Villiam, il signore del villaggio, è uno dei personaggi più riusciti del romanzo. Vive nell’eccesso mentre il popolo muore di fame, è incapace di empatia e si circonda di servitori che alimentano le sue illusioni.
Moshfegh lo tratteggia come un uomo ridicolo oltre che crudele: una figura quasi satirica, che ricorda certi tiranni contemporanei nascosti dietro il volto del feudatario medievale. Si pone su una sottile linea tra critica sociale e totale fanatismo.
Anche la religione occupa un ruolo centrale nel romanzo, ma non come spazio di conforto. In Lapvona la fede è paura, colpa, manipolazione. Sotto questa superficie cristiana, continuano a sopravvivere pulsioni pagane e superstizioni primitive.
Ina – unico elemento “fantasy” della narrazione – con il suo latte miracoloso e la sua presenza quasi stregonesca, sembra appartenere a un mondo più antico della religione ufficiale. È forse il personaggio più ambiguo del libro: madre universale, guaritrice, figura mostruosa e insieme sacra.
Moshfegh è bravissima nel costruire personaggi che non cercano mai la simpatia del lettore, un po’ come nel suo libro precedente. Nessuno in Lapvona è davvero innocente. Persino Marek, che inizialmente appare come una vittima, evolve in modi imprevedibili e inquietanti.
Sotto la superficie scioccante, il libro contiene una riflessione molto precisa sul rapporto tra potere e sofferenza. Il villaggio immaginario creato da Moshfegh funziona come una lente deformante attraverso cui osservare dinamiche ancora attuali.
Lo stile di Moshfegh contribuisce in modo decisivo all’effetto del romanzo. Si tratta di una scrittura asciutta, precisa, quasi chirurgica. Questa freddezza rende tutto ancora più disturbante: l’autrice descrive mutilazioni, abusi e deformità con la stessa calma con cui altri scrittori descriverebbero un paesaggio.

Ad ogni pagina viene fuori che le cose lette nella pagina prima erano bugie, e cambia drasticamente tutto il senso della narrazione (un po’ come nel caso della storia di Aghata, la madre di Merek).
Naturalmente, Lapvona è anche un libro divisivo. Alcune scene sembrano concepite apposta per mettere alla prova la resistenza di chi legge, e la sensazione di oppressione non si attenua quasi mai. Non è un romanzo che offre piacere nel senso tradizionale del termine.
Ma forse è proprio questa la sfida che Moshfegh vuole lanciare. In un panorama editoriale spesso dominato da storie costruite per essere facilmente consumabili, Lapvona sceglie l’attrito. È un libro che vuole sporcare il lettore, costringerlo a confrontarsi con ciò che normalmente preferirebbe evitare.
Alla fine della lettura resta addosso una sensazione difficile da definire. Non esattamente piacere, né semplice disgusto. Ho posato il libro comunque con un sorriso sulle labbra, in quanto nel suo essere grottesco in certe sequenze è profondamente ironico. Inoltre, entro la fine, è come se tutti i punti della narrazione si ricollegassero tra loro, il che lo rende ancora più “soddisfacente” a mio parere.
Ottessa Moshfegh si conferma di essere una delle voci più singolari della narrativa contemporanea: capace di trasformare l’abiezione in letteratura e di raccontare la brutalità senza mai renderla spettacolo rassicurante.
Lapvona è un viaggio nel lato più sporco dell’esistenza, una parabola medievale che parla ossessivamente del presente. Non piacerà a tutti, e probabilmente non vuole farlo. Ma chi accetterà di entrare nel suo mondo difficilmente riuscirà a dimenticarlo. E io posso tranquillamente inserirmi in questa categoria.
a cura di
Ludovica Marinelli

