Il Claremont Hotel di Londra non è solo un albergo: è una sorta di ultima fermata, un luogo sospeso per un tempo che sta per finire ma che può riservare, contro ogni aspettativa, piacevoli sorprese. I suoi corridoi silenziosi e le sale da pranzo sempre uguali ospitano anziani che sembrano viaggiatori rimasti bloccati in un’attesa indefinita, aggrappati ai ricordi, alle visite dei familiari e ai piccoli rituali quotidiani. Questo è lo sfondo di Vietato morire qui, il romanzo capolavoro di Elizabeth Taylor (omonima della celebre attrice), uscito nel 1971 e pubblicato in Italia solo nel 2026 da Blackie Edizioni.

Un ambiente e un momento della vita umana certamente malinconici, che acquisiscono un nuovo significato attraverso la figura della protagonista Mrs Palfrey. L’anziana signora da poco vedova arriva nell’albergo – che, nota bene, non è una casa di riposo: lì è “Vietato morire” – e passa le sue giornate fra uncinetto, passeggiate e “sceneggiati”.
L’atmosfera che si respira è quella dell’attesa, di telefonate, lettere o visite di parenti o conoscenti, che a volte purtroppo non arrivano mai. A Mrs Palfrey restano una figlia e un nipote, la prima troppo lontana, il secondo residente a Londra, ma senza alcuna velleità di visitare la nonna. Mrs Palfrey si sente così in dovere di dover giustificare in qualche modo quell’assenza con le comari che la interrogano ripetutamente a riguardo.
Un giorno, cadendo durante una passeggiata, viene soccorsa da un giovane, Ludo: scrittore in erba con poche risorse, diventa il soggetto ideale con cui “sostituire” il nipote agli occhi degli altri, evitando così le maliziose dicerie su colui che non viene mai a trovarla.

Il rapporto che nasce così per gioco diventa unlegame sincero tra due generazioni lontane, non basato su una relazione romantica né sull’interesse, e neppure su un legame di sangue. Ma non solo: il rapporto con Ludo restituisce all’anziana signora un modo per sentirsi ancora importante agli occhi degli altri, condizione che le sembrava a quell’età ormai perduta.
“Da giovane aveva un’immagine di sé da mostrare innanzi al marito, che ammirava; in secondo luogo a sé stessa, e poi agli indigeni (“Sono un’inglese”). Ora che non c’era nessuno a rimandargliela, quell’immagine sembrava indebolita: aveva perso due terzi del valore (niente marito, niente indigeni).
Sullo sfondo di una Londra degli anni ’60 di cui si possono godere i vividi particolari, il racconto di una condizione come la vecchiaia può sembrare qualcosa di molto lontano e di inutilmente malinconico all’occhio di un giovane lettore. Ma nella perizia minuziosa con cui Elizabeth Taylor ricostruisce le emozioni e le sensazioni è facile ritrovarsi anche a distanza di generazioni: la solitudine, il bisogno di affetto, la fragilità delle relazioni e il bisogno di essere visti sono sensazioni con cui capita a tutti di avere a che fare, in particolare in un’epoca come quella odierna. È proprio in questa capacità di rendere universali esperienze apparentemente lontane che risiede la forza del romanzo: la vecchiaia di Mrs Palfrey diventa allora non solo una condizione anagrafica, ma una metafora più ampia della condizione umana.
Non pensatelo però come un romanzo triste: lo stile di Taylor, elegante, leggero e profondamente misurato, sa strappare anche delle risate nei momenti giusti, evitando i sentimentalismi e restituendo invece una visione lucida e vitale della vecchiaia. Un’altra operazione di Blackie Edizioni perfettamente centrata.
a cura di
Martina Gennari

