“Finalmente musica” è il nuovo EP di Livrea. Una naturale prosecuzione del precedente “Diario di scavo” e ancora una volta vede la collaborazione col produttore Duck Chagall. Livrea affina la sua ricerca di immagini che prendono vita attraverso le canzoni. Musica che si adatta al suo mondo come una tavolozza di colori che compongono un mondo personale e immaginario.
“Non lo faccio perchè va di moda, io lo faccio perchè mi consola e mi consuma come gomma di vecchie scarpe“. E’ con questo incipit che si apre “Finalmente musica” e Livrea ci introduce così nel suo “viaggio”. Detta subito le regole della sua musica che diventa necessità di espressione. L’indie che si eleva ad arte figurativa. La musica ha quella sensibilità che pesca dall’R&B a tinte jazz ma va oltre fino alla psichedelia di “Dune”, la musica da camera di “Babilonia” e le suggestioni tribali di “Yves Klein”.
“Finalmente musica” nasce come spin-off del precedente “Diario di scavo”, riabilita quell’immaginario e lo amplifica con nuove suggestioni. Orizzonti che si arricchiscono di nuovi stimoli sonori che fanno da sfondo come incastro perfetto. Abbiamo voluto però che lei stessa ci indicasse la sua ispirazione, ci introducesse con mano ferma e delicata verso quel mondo che è rifugio e si trasforma in condivisione.
L’intervista
Ciao Livrea e benvenuta s The Soundcheck. L’ultimo tuo EP “Finalmente musica!” è una naturale evoluzione del precedente “Diario di scavo”. Nei suoni e nei testi continua la collaborazione con Francesco Ambrosini (Duck Chagall). Come è nata la vostra relazione artistica?
Ciao! Grazie per l’invito. La collaborazione con Francesco è nata nella caldissima estate di due anni fa, avevo voglia di sperimentare con i suoni ed immergermi in un luogo sospeso nel tempo, quindi l’ho raggiunto in studio tega (il suo studio nel cuore di Veronetta) e abbiamo iniziato questo percorso insieme.
Il tuo approccio coi testi mi ricorda la definizione che ne ha dato Francesco Bianconi in un’intervista. Diceva di preferire “un approccio ad un autore che va alla ricerca e sperimenta, cercando di prendere delle vie meno scontate, meno rassicuranti”. Sei d’accordo con questa affermazione?
Che onore! Sono sicuramente d’accordo con questa affermazione, la musica per me è uno strumento di ricerca e conoscenza del sé potentissimo. Questa visione mi accompagna da quando ho iniziato a lavorare a “Diario di scavo”. Un disco in cui vestivo i panni di un’archeologa alla ricerca di nuovi suoni da trovare, osservare, digerire (ero molto influenzata dal film “La Chimera” di Alice Rohrwacher. Ora questo metodo mi appartiene e cerco di applicarlo al quotidiano studio delle cose che mi piacciono, cerco sempre di farmi moltissime domande senza obbligarmi nel trovare necessariamente una risposta.
La tua ricerca musicale avrebbe un potenziale per una musica che funzionerebbe oltreconfine. Altre artiste italiane hanno preferito l’approccio cantando in inglese e stanno avendo attenzione anche all’estero. Pensi che la lingua italiana possa esserne un limite?
Penso che la lingua italiana sia strettamente legata al mio modo di scrivere e di raccontare il mio mondo. Le parole scivolano perché l’italiano è una lingua che sa essere dolce, sensuale e viscerale. Mi piacerebbe che il mio lavoro fosse riconosciuto sia in Italia che all’estero. Spesso le belle canzoni parlano senza necessariamente dover essere tradotte nella lingua del paese in cui vengono prodotte.
Il brano “Babilonia” potrebbe benissimo essere inserito in quel filone che usa la classica come Rosalia che ne ha rivoluzionato l’uso nella musica pop?
Sicuramente! Ci siamo ispirati alla colonna sonora di “In a mood for love” scritta da Shigeru Umebayashi ed è stato un ponte incredibile tra mondo classico e la musica “contemporanea”. Anche nel momento in cui l’abbiamo registrato ci siamo resi conto di quanto fosse un momento degno di essere vissuto a pieno. Ci siamo ritrovati il 12 febbraio in studio e abbiamo convocato un quartetto d’archi che ha registrato tutto il brano senza pause e senza stacchi, come un vero concerto, è stato tutto incredibilmente vero.
Gli arrangiamenti e la scrittura dei tuoi brani sono sempre una sorpresa. Psichedelia, pop ma anche una base di jazz e il tuo canto che ne definisce i colori e le sfumature. Ma mi chiedo come mai ogni brano ha davvero una durata così limitata?
A dire la verità non ci siamo posti limiti di tempistiche, i brani sono corti perchè non sentivamo la necessità di farli durare di più (ti assicuro che ai concerti cambia tutto).
Avevo concepito le canzoni come dei piccoli racconti, come fossero dei piccoli libretti per bambini. Forse questo mi ha inconsciamente portata a farle durare poco e soprattutto a renderle così coerenti l’una con l’altra, come se il disco fosse una vera e propria collana di mini racconti. Mondi diversi ma che raccontano un immaginario specifico.
Ti va di anticiparci quando potremo vederti dal vivo e quali sono i tuoi prossimi progetti?
Sono nel bel mezzo di un tour che mi ha portata da Torino ad Altamura (wow! Non ci credo neanche io). Prossimamente potrete ascoltarmi ad Ancona e quest’estate a Roma e Bologna!
In futuro voglio continuare a farmi domande sulla musica e scrivere canzoni che parlano di case in riva al mare.
a cura di
Beppe Ardito

