Amarga Navidad – la recensione in anteprima del nuovo film di Almodóvar

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Torna al cinema il regista più sovversivo della Spagna, con un film che riflette in modo lucido sull’atto di creazione artistica e le sue implicazioni morali.

Almodóvar ritorna al cinema con un nuovo film, dopo La stanza accanto (2024). Amarga Navidad è attualmente in concorso a Cannes, in lizza per la Palma d’Oro.

Con questo nuovo film, si aggiunge un nuovo capitolo a questa fase autoriflessiva dell’autore, che crea un intreccio di personaggi che si specchiano continuamente in altri. Un’opera in cui realtà e finzione si mescolano per dar vita a una profonda riflessione metacinematografica.

Forse, eccessivamente lucida. Tanto che a tratti sembra di trovarsi davanti a un monologo di Almodóvar che si cala nei panni di fin troppi personaggi. Se la storia, in sceneggiatura, è carica di emozioni, quella del regista è artificiosa, a tratti quasi cervellotica.

La trama

Il film si sviluppa in una narrazione doppia: da una parte c’è la storia di Elsa (Bárbara Lennie), regista di pubblicità alle prese per la prima volta nella sua vita con gli attacchi di panico. Ambientata nel 2004, la donna è circondata da diversi personaggi con cui si confronta: il suo bellissimo e giovane fidanzato Beau (Patrick Criado), pompiere e stripper, che la accudisce mettendosi da parte per lei. Poi ci sono le sue amiche, Patricia (Victoria Luengo) e Natalia (Milena Smit), che Elsa cerca di salvare nel tentativo di sistemare la propria vita.

Nel 2026 si svolge invece la storia di Raúl (Leonardo Sbaraglia), che in realtà sta scrivendo la storia di Elsa, basandosi sulla propria vita. Ciò che accade alla regista altro non è che ciò che accade a lui e a chi lo circonda.

Le due storie si intrecciano in un circolo di specchi per cui la realtà di Raúl ispira profondamente la sua sceneggiatura. Per questo entrambi i protagonisti si trovano a dover dar conto dell’appropriarsi delle storie di chi li circonda, rubando il dolore degli altri per curare sé stessi. Il dilemma centrale del film è proprio questo: quanta realtà c’è nella finzione e qual è il limite morale della contaminazione tra le due?

La realtà si intrufola sempre, anche se non vuoi

Diversi temi ricorrenti cari ad Almodóvar tornano in questo film. Innanzitutto la malattia, così come l’ambiente ospedaliero, che sono protagonisti della prima parte di Amarga Navidad. Soprattutto, poi, ricompare il lutto come momento di trasformazione. Elsa ha perso sua madre e non l’ha ancora accettato. La sua negazione la porta agli attacchi di panico e, così, è costretta a fermarsi ed interrogarsi della sua vita.

Allo stesso modo, Raúl continua a rappresentare la perdita della propria madre nei suoi film, nel disperato tentativo di superarla. Lo stesso Almodóvar finisce per rappresentare la stessa rappresentazione del lutto in un gioco di specchi e riflessione. Dopo aver messo in scena il lutto in diversi film (quasi tutti, ma i casi più emblematici sono Tutto su mia madre e Volver), Almodóvar si ferma ora a riflettere sul significato di continuare a riproporre un tema.

Ognuno ha il proprio tempo, e modo, per affrontare un lutto. Per Almodóvar, come per Raúl, mettere in pellicola la propria perdita è il tentativo di elaborarla, per cercare di superarla.

Il problema, qui, è che il continuo rimando interno sembra in alcuni momenti fine a sé stesso. L’indagine dei rapporti umani che viene rappresentata nella storia di Elsa viene continuamente messa in luce come artificio della sceneggiatura. Non solo: la stessa Elsa scrive una sceneggiatura sulla propria vita e quella dei suoi cari, acquisendo anche lei uno sguardo lucido sulla sua situazione attraverso la scrittura.

Il risultato è un’autoconsapevolezza di ogni personaggio che parla di sé stesso rappresentando un altro personaggio che parla di sé stesso: un artificio che può essere macchinoso e sembra a tratti più un esercizio di stile che altro.

Ladri di dolore

Come al solito, i personaggi femminili sono il focus principale della trama, con l’esplorazione dei loro mondi interni.

In questo caso, la controparte di Almodóvar è Raúl, ma anche in quella parte della narrazione il focus si sposta su un personaggio femminile: Monica, l’assistente che era sempre stata invisibile. Per il suo dolore, diventa la vera protagonista. È il suo dramma che la rende vista dopo una vita di ombra. Un dolore intenso che richiama l’artista a sé.

Il regista che si avvia al termine della sua carriera diventa qui un fagogitatore di dolore, che ruba le tragedie altrui per poter far l’unica cosa che lo fa sentir vivo: girare un film. La creazione di un’opera è ciò che dà un senso alla sua vita. L’appropriazione, però, è vissuta dagli altri come un vero e proprio furto, come se rappresentando le vicende di chi lo circonda il regista le rivendicasse e depotenziasse per chi, invece, le sta vivendo sulla propria pelle.

Così Raul non vuole rinunciare alla scrittura, ma quasi sembra che non abbia più niente da dire. Allo stesso modo, anche Almodòvar sembra dire al pubblico che ha già parlato di tutto ciò che aveva a cuore. Ciò che gli rimane da mostrare è questo stesso processo.

Un momento chiave del film è quello in cui Elsa e la sua amica Patricia ascoltano, in silenzio, un disco di Chavela Vargas che canta la famosa canzone tradizionale: la Llorona. Sentono due versioni della canzone: una cantata al punto massimo della carriera del cantante, una quando aveva ormai praticamente perso la voce.

Quest’ultima performance ha un potere emotivo fortissimo, contraddistinta dal graffio della voce di un uomo che si esibisce nonostante non possa più dare il meglio a livello vocale. Il risultato è una canzone disperata, emotivamente carica, che fa da sfondo ai drammi delle due donne.

Come metafora del film, questa performance graffiata e sussurrata esprime la volontà dell’artista di continuare a fare arte, nonostante la consapevolezza della fine che incombe su di lui.

L’origine della creazione

Uno dei più grandi registi europei torna al cinema con un’opera matura, segnata dalla riflessione e dal metacinema. A livello estetico, la fotografia è contraddistinta da una sapiente messa in scena che è in grado di creare veri e propri quadri visivi.

Almodóvar continua la sua parentesi intima, mentre ricerca sé stesso e indaga i rapporti interpersonali con profondità. Il risultato, però, è un film con una riflessione interessante, ma una struttura retorica a tratti fin troppo macchinosa.

D’altronde, Almodóvar è uno dei registi più controversi e provocatori del panorama cinematografico contemporaneo e ancora una volta ci propone un’opera che, sicuramente, apre un grande spazio di discussione.

a cura di
Francesca Maffei

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