“Homebound” segna il ritorno di Neeraj Ghaywan alla regia attraverso un racconto intenso e personale, capace di addentrarsi tra le fratture sociali dell’India contemporanea. Un’opera che rivendica la libertà di sognare, costringendo i protagonisti a lottare per la sola e unica sopravvivenza.
La pellicola, in concorso alla 35ª edizione del FESCAAAL e in uscita il 26 marzo in Italia, conferma il talento del cineasta indiano nel documentare la realtà del proprio Paese, a distanza di 10 anni dall’ultimo lungometraggio Masaan (debutto che gli è valso il premio FIPRESCI al 68esimo Festival di Cannes). In mezzo dirige Juice (2017), con cui porta a casa il Filmfare Award per il miglior cortometraggio nazionale.
Non è quindi un caso che un gigante come Martin Scorsese abbia scelto di figurare come produttore esecutivo. La sua firma non può che indurre curiosità per un’opera che, pur trionfando in festival come il Warsaw Film Festival, necessita di uno slancio per ritagliarsi uno spazio nel grande circuito commerciale. Nonostante la mancata nomination agli Oscar appena conclusi, la pellicola di Ghaywan si impone inevitabilmente con forza, riuscendo a sgusciare fuori dai confini nazionali.

La trama
Al centro della vicenda troviamo Shoaib e Chandan, amici fin da piccoli, la cui unica via di fuga dai margini della società sembra essere il concorso per diventare ufficiali di polizia.
Quando l’ammissione di uno solo dei due può trasformarsi in riscatto futuro, il loro rapporto dovrà confrontarsi con la cruda realtà.
Tuttavia, quello che inizia come un tipico racconto di crescita giovanile, ambientato nell’opprimente sistema delle caste indiano, si scontra con l’improvvisa pandemia di Covid19, che trasforma il loro desiderio di rivalsa in un intenso dramma.

Le fratture sociali
In Homebound risiede la capacità di mostrare una povertà che non è solo economica, ma strutturale e sociale. La macchina da presa di Ghaywan si addentra nei piccoli villaggi e nelle case fatiscenti che le famiglie dei protagonisti sono costrette a puntellare e ricostruire con le proprie mani, sottolineando un’esistenza costantemente in bilico.
In questo scenario, la pandemia non viene presentata “solo” come un’emergenza sanitaria, ma come ritratto di un paradosso piuttosto significativo. Il dilemma che tormenta i protagonisti — “meglio morire di fame o di covid?” — diventa il manifesto di un’intera classe sociale dimenticata. Proprio lì, dove l’ignoranza e la mancanza di tutele trasformano inevitabilmente la vita delle persone. E quindi, se non puoi permetterti le cure, non puoi guarire. Se non guarisci, non puoi lavorare. Alimentando così, un circolo vizioso di disperazione che Neeraj Ghaywan documenta inesorabilmente.
A questo si intreccia un messaggio culturale e identitario altrettanto potente. Attraverso il rito collettivo del cricket, il regista fa emergere le tensioni mai sopite tra India ePakistan, toccando corde sensibili legate all’appartenenza religiosa e all’Islam. Lo sport, emblema nazionale, diventa lo specchio del pregiudizio e della lotta per l’accettazione che i protagonisti sono costretti a combattere ogni giorno, trasformando il loro tentativo di “scalata” sociale in un percorso a ostacoli dove il talento spesso non basta per superare determinate barriere.
Ciò che colpisce di più – e che conferisce al film una dimensione così realistica – è la scelta di raccontare il dramma di Shoaib e Chandan ispirandosi ad una storia vera, riportata dal New York Times nel 2020.

La regia, il cast e la fotografia
Le interpretazioni dei due protagonisti risultano viscerali e autentiche, ma è anche attraverso le dinamiche familiari e i contesti lavorativi che la pellicola riesce ad esprimere i temi più profondi, rappresentando con cura la situazione di oppressione che vive costantemente la maggior parte della popolazione indiana.
A livello visivo, Neeraj Ghaywan segue i canoni del cinema mainstream, prediligendo inquadrature fisse e composizioni studiate che rispettano i cromatismi naturali delle ambientazioni, come avvenuto nel suo precedente lavoro Masaan. Tuttavia, rispetto al debutto, si avverte una sorta di evoluzione stilistica: qui la macchina da presa osa movimenti più complessi e rischiosi, quasi a suggerire l’influenza del cineasta americano, Martin Scorsese, ed infondendo alla pellicola un carattere più autoriale.
Il ritmo, inizialmente disteso, subisce un’impennata tramite un avvenimento inaspettato, abbandonando la linearità del racconto di formazione per trasformarsi in una sorta di road movie, obbligando lo spettatore ad interrogarsi sul futuro dei protagonisti fino all’ultimo fotogramma.

Conclusioni
In definitiva, Homebound è una visione necessaria. È un’opera che consiglio vivamente di scoprire e di essere assorbita lentamente allo scopo di comprenderla appieno. La potenza della pellicola risiede proprio nella sua capacità di far percepire il peso di una burocrazia che schiaccia l’individuo, respirando la polvere delle strade indiane e costringendo lo spettatore a un persistente amaro in bocca.
Con questo ritorno, Neeraj Ghaywan conferma che l’attesa di dieci anni è stata ampiamente ripagata, regalandoci un cinema che non si limita a raccontare il mondo, ma che ci costringe, finalmente, a confrontarci con una realtà priva di filtri.
a cura di
Simone Torricella

