A tre anni di distanza dal film precedente e dopo svariati problemi produttivi, Scream torna nelle sale con un nuovo capitolo diretto, per la prima volta, da Kevin Williamson, lo sceneggiatore storico che aveva lavorato con Craven nei primi due film.
Dopo il licenziamento di Melissa Barrera nel 2023 (protagonista degli ultimi due capitoli della saga di Scream), a seguito di suoi post a favore della Palestina, la casa di produzione Spyglass ha subito l’abbandono a cascata prima di Jenna Ortega, co-protagonista dei due film, e poi del regista del capitolo in uscita, Christopher Landon.
E così le intenzioni di realizzare una trilogia già pianificata che avrebbe raggiunto il suo compimento con il terzo film sono state rapidamente sovvertite e l’unica mossa rimanente era quella di cambiare totalmente strada.
Il progetto è stato dunque totalmente riscritto e messo in mano a Kevin Williamson, storico sceneggiatore dei primi due film e di So cosa hai fatto (1997), che con Scream (1996) condivideva non poche affinità e che proprio negli scorsi mesi era tornato con un disastroso sequel (qui la nostra recensione). Williamson, che qui si cimenta per la prima volta dietro la macchina da presa con un horror, era sicuramente la scelta più ovvia, essendo il padre della saga e co-creatore insieme al compianto Wes Craven.
Dopo l’assenza del sesto capitolo di Neve Campbell (protagonista dal 1 al 4 e comprimaria nel 5), che aveva portato i registi Matt Bettinelli-Olpin, Tyler Gillett (Radio Silence) a far compiere in questi legacy sequel un passaggio di testimone graduale alle sorelle Carpenter (Melissa Barrera e Jenna Ortega), la produzione ha scelto così di fare un passo indietro e puntare tutto sull’effetto nostalgia, tornando ad avere il personaggio di Sidney Prescott come protagonista.
Che la scelta fosse condivisa o meno, questo non poteva che riflettersi anche sulla continuità dei film, che anche nel migliore dei casi sarebbe risultato comunque molto succube delle vicissitudini controverse che avevano compromesso l’evoluzione della saga. Seppur con un quinto capitolo molto traballante, furbo e troppo pieno di reiterazioni dai precedenti film, il duo di registi aveva decisamente corretto il tiro con il sesto, molto più convincente, ben diretto e con una svolta verso il giallo alla Dario Argento che finalmente portava la saga ad abbandonare i soliti discorsi metanarrativi che si ripetevano ormai dalla primissima pellicola.

Dispiace molto a questo punto non aver potuto assistere alla fine di quella nuova trilogia che, seppur iniziata in modo incerto, si era ripresa notevolmente e che sembrava promettere molto bene con il finale in arrivo, anche consapevoli delle informazioni trapelate poi in merito. Sarà riuscito dunque Kevin Williamson a compensare questo cambio di rotta improvviso con una storia degna del film che avremmo dovuto vedere o addirittura dei 4 film diretti dal suo vecchio sodale Craven?
La trama
Sidney Prescott (Neve Campbell) ha definitivamente abbandonato Woodsboro per ricostruirsi una vita serena a Pine Grove in Indiana. Ha un compagno Mark (Joel McHale) e una figlia Tatum (Isabel May) a cui ha dato il nome della sua vecchia amica scomparsa.
Nel momento in cui crede di aver finalmente trovato la sua oasi felice, un nuovo assassino mascherato da Ghostface torna a seminare il terrore anche in questo luogo apparentemente sicuro.
Ciò che più terrorizzava Sidney torna a bussare alla sua porta e i suoi incubi più profondi diventano realtà. Ma questa volta la vittima designata sembra essere sua figlia e non più lei.
Ostinata a proteggere Tatum a costo della sua stessa vita, Sidney si trova così costretta ad affrontare nuovamente il suo passato e a fronteggiare una volta per tutte la minaccia che pensava di essersi lasciata alle spalle.

I morti parlano!
Per citare il terribile – ma ormai memorabile – rigo di apertura di Star Wars: L’ascesa di Skywalker, che ci preannunciava il ritorno dell’imperatore Palpatine privandoci di ogni possibile spiegazione, anche in Scream 7 i morti sembrano davvero parlare. Perché fin dall’inizio del film l’assassino inizia a videochiamare Sidney e troviamo al nostro cospetto proprio il faccione (qui sfregiato e sfigurato) di Stu Macher (Matthew Lillard), lo storico e leggendario Ghostface che nel primo film faceva coppia con Billy Loomis (Skeet Ulrich).
Ovviamente la razionalità viene subito tirata in ballo, perché noi tutti, come Sidney, siamo più che certi che Stu non possa affatto essere sopravvissuto agli eventi passati, ma presto la paranoia e l’agitazione di non riuscire a identificare la vera identità del carnefice fa crollare ogni certezza, soprattutto nel momento in cui tutti sembrano essere i potenziali sospettati.
Come saga Scream si è sempre mostrato – o almeno, finché era nelle mani di Craven – molto avanti e capace di intercettare tendenze del cinema, a partire dal primo film, che già di base era una parodia degli slasher (di cui molti erano dello stesso regista), o il quarto, che aveva già previsto l’ondata di remake e reboot che presto avrebbe coinvolto tutti i grandi franchise.
Anche questa volta, infatti, il tentativo è stato quello di cercare di anticipare e intercettare le future tematiche del cinema (soprattutto in ambito horror), che riguardano l’IA e l’incapacità di distinguere cosa sia reale e cosa no, che non può portare ad altro se non a paranoia.
Purtroppo tutte quelle che erano le buone intenzioni e intuizioni per questo nuovo capitolo (a prescindere dalla risoluzione effettiva che sceglierà una chiara strada, eliminando ogni dubbio), finiscono malamente nel film solo traducendosi nella possibilità di reiterare cameo di personaggi passati della saga. E quindi ogni buona possibilità narrativa viene gettata alla ortiche, a favore di una passerella di volti a noi conosciuti per generare un effetto nostalgia, come stessimo vedendo lo Spider-Man: No Way Home del mondo horror.

Chi si cela questa volta sotto la maschera di Ghostface?
Spesso gli Scream sono associati al filone dei whodunit, gialli di Agatha Christie dalla scrittura brillante che, fino all’ultimo minuto, riescono sempre a depistare lo spettatore. Che siano uno, due, o addirittura tre i Ghostface della pellicola di turno, è sempre difficile avere una chiara visione d’insieme fin dall’inizio, sia per i continui inganni narrativi, che portano a percorrere fermamente strade che si rivelano sbagliate, sia per il talento degli attori, che riescono a portare in scena personaggi camaleontici di cui mai sospetteremmo fino al momento della rivelazione.
Ma fino a che punto la nostra soglia dell’incredulità può essere spinta?
Perché questa volta ci troviamo davvero di fronte allo smascheramento dei Ghostface più inverosimile e debole di tutta la saga. Perché gran parte del minutaggio non viene destinata a costruire questi personaggi, ma agli infiniti depistaggi, alle sequenze d’omicidio sempre brutali e coreografate in modo variegato e alla questione dell’IA che, per come viene risolta a fine pellicola, si rivela talmente ingombrante e superflua che, fosse stata omessa, ne avrebbe solo beneficiato tutto il resto.
Inoltre, il movente degli omicidi che ci viene fornito questa volta è davvero risibile e, a tratti, incomprensibile. Apprezzabile in un certo senso la volontà di voler anche in questo caso fare una narrazione metatestuale ed ironica sulle stesse vicende problematiche dietro la saga (anche se riguardante solo un aspetto) che portano Ghostface a fare quello che fa, ma il risultato incide molto più degli intenti, che in questo caso rimangono solo la vaga bozza di una riflessione che poteva essere molto più profonda e incisiva.
In questo senso, la prima visione di Scream 7 può risultare davvero molto tesa e porrà allo spettatore infiniti quesiti, perché la scrittura di certi personaggi è talmente vaga che anche per il più arguto dei geni sarebbe impossibile arrivare a determinate conclusioni. Un po’ come smascherare in Scooby-Doo! un personaggio che non si è mai visto prima! E, anche se non è questo il caso, avendo a disposizione delle descrizioni di personaggi talmente approssimative – alcuni non hanno più di due scene dove sono su schermo! -, gli elementi a nostra disposizione sono troppo pochi per qualsiasi tentativo di costruire il puzzle della risoluzione a visione in corso.
Lo spettatore si ritrova così sicuramente sorpreso e spiazzato da un esito imprevisto, perché è troppo furbo il meccanismo alla base dietro e si esaurisce del tutto dopo la scoperta, senza dare nuovi spunti per ulteriori visioni.
a cura di
Alfonso La Manna

