Con il suo nuovo film, Gus Van Sant porta al cinema uno dei casi di cronaca più assurdi degli anni ’70, trasformandolo in un dramma politico teso e grottesco. Un film che guarda al passato per riflettere sul presente, tra rabbia individuale, spettacolo mediatico e critica al sistema. Al cinema dal 19 febbraio.
Come probabilmente pensò Spike Lee nel 2018 quando realizzò BlacKkKlansman, ci sono storie talmente assurde che sembrano nate per essere viste al cinema. Ed è sicuramente quello che ha pensato Gus Van Sant ripensando alla storia di Anthony Kiritsis e alla folle messinscena che mise in piedi nel 1977.
Un’idea che il regista statunitense, già vicino a un cinema politico e di un certo impegno sociale, doveva assolutamente portare su grande schermo. Ed ecco quindi, come dopo sette anni dal suo ultimo lungometraggio Don’t Worry, Van Sant torna sulla scena con Il filo del ricatto – Dead Man’s Wire, l’incredibile vicenda tanto drammatica, quanto surreale, di un fatto realmente accaduto.

Presentato Fuori Concorso alla 82ª Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia e in uscita nelle sale italiane il 19 febbraio, la pellicola sembra pronta a far parlare di sé e di come un racconto risalente a quasi cinquant’anni fa possa essere ancora significativamente rilevante oggi.
La trama
Indianapolis, 8 Febbraio 1977: un furioso Anthony “Tony” Kiritsis (Bill Skarsgard) entra nella sede della Meridian Mortgage Company chiedendo che gli venga fatta giustizia dopo un torto subito.
Chiede urgentemente di incontrare il presidente della compagnia M. L. Hall (Al Pacino), ma quest’ultimo è in Florida a spassarsela in totale relax. Decide dunque di prendere in ostaggio il figlio Richard (Dacre Montgomery) puntandogli alla testa un fucile che presenta una singolarità: collegato al grilletto c’è un filo di ferro che fa da cappio all’ostaggio – e dà il nome alla pellicola – e che, se sfiorato, sparerà all’istante.
Tony mette subito in chiaro le sue richieste: 5 milioni di dollari, l’immunità dopo il rilascio dell’ostaggio e delle scuse personali direttamente dal presidente della società che lo ha ingannato.

L’atto di ribellione di Tony
Dead Man’s Wire sembra quasi voler essere il “nipote” di Quel pomeriggio di un giorno da cani (in originale Dog Day Afternoon, 1975) di Sidney Lumet e la presenza stessa di Pacino consolida assolutamente quest’idea.
E non è la semplice storia di un sequestro in tre atti – che qui saranno i tre giorni dall’8 al 10 febbraio –, ma il grido di protesta di un cittadino che è stato totalmente ingannato e manipolato dalla sua compagnia di fiducia solo per aver desiderato troppo, pestando i piedi alle persone sbagliate.
Nonostante non si tratti di un personaggio positivo – e il film fa di tutto pur non glorificare mai le sue gesta – almeno parzialmente è impossibile non provare con lui un senso di identificazione, renderci conto di quanto questo personaggio talmente sopra le righe, stralunato e anche goffo – reso magistralmente da Bill Skarsgard in una prova eccezionale – non sia altro che l’ennesima vittima di un sistema fagocitante.
Un sistema che gli ha dato l’illusione di poter coltivare la sua piccola fortuna solo per strappargli via tutto e indebitarlo fino al collo, troppo oltre le sue possibilità. Tony diventa quindi un piccolo baluardo di ribellione per lo spettatore, rappresentando, seppur con modalità alquanto discutibili, lo scoppiare di una pentola a pressione non più capace di sostenere abusi tanto degradanti.
Esplode quindi il caso mediatico e tutti si attivano. Le radio, i media locali… tutta l’attenzione di Indianapolis si riversa su questo rapimento. Ma Tony non vuole sentire ragioni e continua a reclamare i 5 milioni e le scuse che gli spettano.
Il dramma criminale classico di un sequestro con riscatto diventa così l’emblema assoluto di protesta contro il capitalismo, in un urlo imperante tanto disperato, quanto inevitabile.

La ricostruzione storica di Van Sant
La messa in scena ci riporta alle atmosfere dei polizieschi e dei drammi criminali degli anni ’70 – quello di Lumet tra tutti – ma con grande attenzione anche al giornalismo televisivo, che ne fece un caso mediatico (tant’è che la foto scattata dal fotografo John H. Blair vinse il premio Pulitzer l’anno successivo). Non mancano anche inserti che si mescolano a immagini reali e che conferiscono al film quasi un taglio documentaristico.
Gus Van Sant mescola queste atmosfere a momenti di pura ironia nerissima, al grottesco che prende sempre più piede, a scene oniriche da incubo o a personaggi che sembrano usciti da un film di exploitation del periodo come I guerrieri della notte (Walter Hill, 1979), come quello interpretato dal camaleontico Colman Domingo, il dj radiofonico Fred Temple.
Fred apre la pellicola e, se all’inizio sembra fare solo da cornice, diventa presto cruciale, poiché è con lui che Tony chiede di comunicare le sue richieste di riscatto con il mondo esterno. Quest’ultimo lo usa per influenzare l’opinione pubblica, utilizzando la radio come amplificatore della sua voce disperata e mettendo così più pressione possibile alle autorità.

Un Bill Skarsgard fenomenale
Nelle scorse settimane abbiamo visto Stellan Skarsgard brillare in Sentimental Value di Joachim Trier, mentre adesso tornano in sala sia il figlio Alexander con Pillion – Amore senza freni, sia Bill con il film di Van Sant. Ormai non sappiamo neanche più quante volte ci debbano ancora provare di essere la famiglia in circolazione con più talento, ma a quanto pare sembrano proprio non fermarsi mai.
Dopo Nosferatu, dopo IT: Welcome To Derry, Bill torna di nuovo nel ruolo di un personaggio indimenticabile, difficile stavolta da collocare tra “eroe” o minaccia della vicenda. Quello che è certo è che stiamo probabilmente parlando della sua migliore interpretazione. Il suo Tony è perennemente diviso tra la furia e la nevrosi di un uomo col dente avvelenato e la vulnerabilità di chi ha perso completamente il senno. E ciò che arricchisce del tutto la sua eccellente interpretazione è la scelta perfetta di Van Sant di conferire a questo personaggio una vena grottesca dirompente, che smorza la tensione quando deve e arricchisce la caratterizzazione di quello che si dimostra già uno dei ruoli più assurdi dell’anno, annoverando nel bagaglio un attore ormai eccezionale.
Non vorremmo mai che qualcuno prendesse come idolo o icona le gesta di Tony Kiritsis, ma – almeno per quell’ora e quaranta – Bill Skarsgard ci rende impossibile non fare, anche in modo fittizio, tifo per questo outsider, che diventa il treno emotivo che porta avanti tutta la vicenda.
a cura di
Alfonso La Manna

