I Sick Tamburo tornano a Roma per presentare il loro ultimo album, “Dementia”. Cronache da un sold out sotto la pioggia, dove l’elettricità non è solo quella delle chitarre
Piove, è giovedì. Roma si chiude in casa e si lamenta del freddo.
Eppure al Largo Venue non si entra neanche per sbaglio. Sold out da settimane. Gente che implora un biglietto nei gruppi Facebook con la stessa disperazione con cui altri regalano un materasso “al sesto piano senza ascensore”. È lo stesso algoritmo emotivo: liberarsi di qualcosa o trovare un posto dove stare.
Pochi minuti alle ventidue, odore di garage educato. Cappotti stretti e quell’aria da live club fine anni novanta, gli anni in cui non dovevi dimostrare niente a nessuno. Solo esserci.
Sale sul palco Gian Maria Accusani e il resto della band. Passamontagna, cravatta rossa, camicia e gilet nero. Santuario laico, l’altare è lì, ma non si sale, si osserva.
Guardaroba anarchico
Si parte con Quando bevo. E già capisci che i cappotti faranno una brutta fine.
Forse è l’amore, Agnese non ci sta dentro: non è punk da maglietta dei Ramones, è elettricità da sottoscala, quella che ti costringe a muoverti anche se hai quarant’anni e il giorno dopo lavori.
Poi arriva Ho perso i sogni. È una ballad amara che non consola. Si abbassa il volume emotivo e si mette a fuoco la sala: le birre che si rovesciano, il fondale minimale che richiama la copertina di “Dementia”, le facce attorno.

Tre spinte, una crepa. Il concerto accelera e si spezza. Mi gira sempre la testa riaccende il motore. Con Meno male che ci sei tu si manifesta il primo abbraccio collettivo della serata con il featuring di Motta.
Voci che si incrociano, si accende un pezzo di memoria condivisa, come la sensazione che ogni live dei Sick Tamburo è diverso perché tu sei diverso. Perché sei con persone diverse. Perché la vita non replica mai la stessa scena.
Sei il mio demone e Qualche volta anch’io sorrido sono le più incendiarie della serata. Nessun pogo da centro sociale, ma vibrazione che sale dalle caviglie. È musica che non ti lascia fermo, ti spinge contro il petto di chi hai accanto. E so che sai che un giorno, brano successivo, concede un respiro.
Ma è con Ho bisogno di parlarti che scatta qualcosa. È talmente viscerale che ti viene voglia di sgomitare, salire sul palco e togliere il passamontagna a Gian Maria. Per vedere se dietro c’è davvero tutto questo. Per capire se è reale. Se si può davvero urlare nel presente per accettare il passato. Se l’unico strumento è ricordare. E in tempi di amnesie comode, non è poco.
A viso scoperto
Non c’è pace rallenta, un elastico emotivo per arrivare a Il colore si perde. Ed è il punto di vertigine. Non c’è bisogno di spiegoni, di retorica. La canzone si apre come una finestra e dentro entra tutto: la paura, la perdita, la fragilità. Per un attimo il palco non è più santuario inaccessibile. È confessionale.
Le maschere cadono lì. Non teatralmente. Silenziosamente.
La fine della chemio arriva come sempre: senza chiedere permesso. Non importa quante volte l’hai sentita. Non importa se sei credente o ateo. Non è questione di fede, semplicemente amore sedimentato nel suono. Elisabetta è lì, come presenza, come radice.
Silvia corre sola, velocissima, è una corsa a perdifiato. Un giorno nuovo è pura fiducia, che oggi suona quasi rivoluzionaria. Immagina se è una carezza che tocca la demenza con dolcezza senza trasformarla in spettacolo. Delicata, tremante, necessaria.
Fino a farcela prepara il terreno per la chiusura del set con La mia mano sola, la più bella. Perché parla di amore incondizionato, anche quando i rapporti cambiano forma. Anche quando restare significa ridefinirsi.
La band si allontana per pochi minuti e torna sul palco per i bis finali: Sangue e libertà, Betty tossica, Quel ragazzo speciale, Il fiore per te e A.I.U.T.O.
Quando gli ultimi feedback degli amplificatori si dissolvono, nessuno corre via. Si resta lì, qualche secondo in più.
Fuori ha smesso di piovere. L’asfalto riflette le luci come se la città avesse appena finito di respirare forte. Mentre torni a casa ti accorgi che un concerto dei Sick Tamburo non è intrattenimento.
Ti accorgi che non hai bisogno di altro.
Solo di qualcuno che continui a suonare mentre tu impari, ogni volta, a restare.
E di un cappotto nuovo.
Scaletta
- Quando bevo
- Forse è l’amore
- Agnese non ci sta dentro
- Ho perso i sogni
- Mi gira sempre la testa
- Meno male che ci sei tu (con Motta)
- Sei il mio demone
- Qualche volte anch’io sorrido
- E so che sai che un giorno
- Ho bisogno di parlarti
- Non c’è pace
- Il colore si perde
- La fine della chemio
- Silvia corre sola
- Un giorno nuovo
- Immagina se
- Fino a farcela
- La mia mano sola
- Sangue e libertà
- Betty tossica
- Quel ragazzo speciale
- Il fiore per te
- A.I.U.T.O.
a cura di
Edoardo Siliquini

