Presentato in anteprima mondiale al Toronto International Film Festival a settembre, Norimberga ci porta nel cuore della Storia con la “S” maiuscola. Centoquarantotto minuti di narrazione che ripercorrono uno degli eventi più significativi del Novecento: il primo processo internazionale per i crimini contro l’umanità, dove le potenze Alleate misero sotto accusa i massimi vertici del regime nazista chiamandoli a rispondere di tutte le atrocità commesse durante la Seconda Guerra Mondiale, l’Olocausto su tutte.
Basato sul romanzo The Nazi and the Psychiatrist di Jack El-Hai, Norimberga pone al centro la figura di Douglas Kelley (Rami Malek), psichiatra dell’esercito statunitense chiamato a valutare la sanità mentale dei principali imputati al processo. Prodotto da Sony Pictures Entertainment e Columbia Pictures, il film uscirà nelle sale italiane domani, giovedì 18 dicembre, distribuito da Eagle Pictures.
Abbiamo assistito all’anteprima stampa a Milano, e ve ne parliamo in questo articolo.

La banalità del male
8 maggio 1945, la Germania ha appena firmato la propria resa incondizionata e Hermann Goring (Russell Crowe) si è consegnato all’esercito statunitense. Braccio destro di Adolf Hitler e numero due del Reich, colui che in prima persona condusse e gestì l’intero sistema dei campi di concentramento e di sterminio nazisti, Goring vuole trattare in prima persona condizioni di pace onorevoli, ora che il Führer è morto suicida nel suo bunker di Berlino.
La “banalità del male”, avrebbe scritto Hannah Arendt nel 1963. La banalità del male ha gli occhi azzurri e il passo stanco di un uomo che ostenta sicurezza, ma che è divorato dalle incertezze e dalla paura che ormai per lui i giochi siano fatti, consapevole che il destino non sia più nelle sue mani, ma in quelle nemiche. Hermann Goring e altri diciannove gerarchi nazisti si trovano nelle prigioni del Palazzo di Giustizia di Norimberga, in attesa di un processo che avrebbe cambiato per sempre il corso della storia.
Cosa è scattato nella mente di questi uomini? Cosa li ha spinti a compiere quelle azioni? Quali sono, dunque, le radici del male?
Quale fenomeno complesso e stratificato, il nazismo è stato largamente affrontato e dibattuto nel corso dei decenni, ed oggi lo riconosciamo come una delle più grandi aberrazioni che il genere umano abbia creato. Nel 1945, però, il mondo si era appena risvegliato da quell’incubo e le domande erano tante e confuse. Allo psichiatra Douglas Kelley il compito di fornire a noi e alla storia alcune risposte iniziali: non solo valutando la salute mentale degli imputati, ma soprattutto tentando di comprenderne le azioni attraverso l’intreccio tra patologie individuali e più ampi fattori storici e culturali.

L’orrore sotto i nostri occhi
Nel film le occasioni di confronto tra Kelley e Hermann Goring sono intense, disturbanti, grazie a due grandi prove di Malek e Crowe che ci portano a mettere in discussione il nostro propendere per l’una o per l’altra parte (e quindi la nostra stessa responsabilità morale). Un esercizio volutamente applicato dal regista James Vanderbilt, con una sceneggiatura così abile da confondere le carte e arrivare a farci addirittura empatizzare con i carnefici, nei momenti in cui riusciamo a scorgere la loro umanità.
Fino a quando l’orrore del Nazismo non viene svelato. La proiezione nell’aula di tribunale delle riprese dai campi di concentramento segna uno spartiacque nella percezione collettiva degli eventi, sia per tutte le persone che vi assistettero nel 1945, sia per gli stessi spettatori durante la visione del film.

Un processo necessario
Norimberga è un’opera stratificata, con molteplici trame e molteplici anime: storica e psicologica, politica e processuale. Il racconto esplora a fondo il lavoro di chi, all’interno di un contesto così inedito, tentò di costruire un sistema legale per giudicare i crimini del regime nazista: quattro magistrati – uno per ciascuna delle nazioni vincitrici (Gran Bretagna, Francia, Stati Uniti, e Unione Sovietica) -, quattro sostituti e due procuratori: lo statunitense Robert H. Jackson (un grande Michael Shannon) e il britannico David Maxwell Fyfe (Richard E. Grant).
Quale sede del processo, Norimberga non fu una scelta casuale. È qui che, nel 1935, il partito nazionalsocialista promulgò le prime leggi razziali antisemite. È qui che venne fornita la base “legale” per l’Olocausto. E qui, dunque, il cerchio doveva essere chiuso. “Il nazismo è sorto e ha ottenuto piena legittimazione con delle leggi, e attraverso la legge troverà la sua fine”, dirà Jackson in una scena fondamentale del film, in risposta a tutti coloro che avrebbero voluto una condanna sommaria e unanime.
Norimberga ci restituisce la memoria di un periodo oscuro, ma tutt’altro che remoto, e questo ne rende ancora più forte il messaggio. Perché, se esiste un indizio per capire ciò di cui l’uomo è capace, è ciò che l’uomo ha già compiuto.
Nei migliori cinema a partire da domani, giovedì 18 dicembre.
a cura di
Alessandro Bertozzi

