Un jukebox distorto che riecheggia in una Riviera deserta, un abito di velluto che sfila tra ombre felliniane e fantasmi anni Sessanta: è da questo immaginario sospeso che prende vita “Modern Night”, il nuovo album di Alex Fernet, in uscita il 26 settembre 2025 per Bronson Recordings e La Zona D’Ombra.
Secondo capitolo discografico dell’artista, il disco è una seduzione vampirica che attraversa soul, funk e new wave con un’attitudine post e un’estetica noir da cinema. Dentro si agitano il personaggio del Sunlight Vampire, la nostalgia che diventa resistenza, la malinconia come gesto politico.
Tra pianoforti spettrali, synth corrosi e batterie registrate senza editing, “Modern Night” rifiuta la perfezione digitale per abbracciare l’imperfezione analogica, restituendo un suono contemporaneo eppure fuori dal tempo. Un’opera oscura, carnale e cinematografica, che non evoca solo il passato ma lo riaccende sotto nuove forme.
Ora è Alex Fernet stesso a raccontarci, traccia dopo traccia, cosa si nasconde dietro le dieci canzoni di “Modern Night”.
ROLLOVER
Questa canzone, attraverso la metafora della (s)vendita, parla del ribaltamento di ogni certezza e, più in generale, di importanti cambiamenti personali. Ecco che le coordinate spazio-tempo si invertono, si “fa la muta”, si cambia il diavolo a cui vedere l’anima… Inizialmente, infatti, il brano si chiamava “Art For Art’s SaLe” ma poi ho optato per “Rollover” (fondendo il rolling over del ritornello) perché – nella mia testa – questo bravo doveva essere un pezzo roller disco e il nuovo nome ben evocava tale immaginario. Si tratta anche del primo testo che ho scritto per “Modern Night” e, ora che ci penso, non è un caso se il disco si apre proprio con questa canzone. Solo una cosa è certa: “funk’s alive, punk is dead – dance to the right, fight to the left”!
HEY LADY
Mi piace descrivere questo pezzo così: “the summer of love dealing with the autumn of the soul”. Racconta di una storia d’amore senza confini ed in “costante espansione” che, però, deve fare i conti con gli ostacoli della propria distanza e del proprio passato, dello spazio e del tempo. Ancora una volta uno spazio-tempo dove riecheggia un richiamo disperato: “hey, lady!”. E’ il singolo principale del disco e, per causa ed effetto, credo ne sintetizzi bene il sound, l’estetica, la scrittura. In realtà, quando dovetti stilare la tracklist e decidere i singoli, “Hey Lady” era per me uno dei brani secondari e riempitivi del disco. Solamente dopo aver sentito i pareri dei miei collaboratori e visto la reazione di amici e amiche che hanno ascoltato il disco in anteprima mi sono convinto che questo brano fosse la hit – si fa per dire. Questa è la dimostrazione di come bisogna sempre fidarsi di consigli, giudizi e critiche degli altri!
THE NIGHTDRIVE
È la canzone-manifesto del disco. Racchiude i miei gusti da un lato (prima strofa) e ciò in cui credo dall’altro (seconda strofa). L’ho scritto durante una giornata a Roma e sul relativo treno notturno di ritorno. Il fascino decadente della Città Eterna mi ispirò questa canzone per parlare, appunto, di tutto ciò che mi affascina e tutto ciò che mi urge dire. Le immagini, che si susseguono come veri e propri frame, riguardano perciò il cinema noir, il design degli anni 60, i bar rimasti fermi nel tempo… ma anche l’Angelo Ribelle, l’anarchia, l’anti razzismo, la musica come forza motrice del mondo, il fatto che solo noi possiamo decidere per noi stessi e per i nostri corpi, il fatto che non conta come sei fatto fuori ma solamente chi sei dentro… Il ritornello, attraverso la metafora di una corsa notturna, rappresenta questa epifania e rivelazione di/a se stessi. Per quanto riguarda il riff, devo ammettere che quando lo composi rimasi piuttosto colpito, come se non l’avessi scritto io. Avevo un killer riff per le mani. Non mi capita (quasi) mai.
COMFORT ZONE
Parla della mia città – Bassano del Grappa – e di tutte quelle volte in cui vorresti andare a vivere da un’altra parte ma, per forze di causa maggiore, non ti è possibile e non ti resta che continuare a “farti andar bene” la tua comfort zone. Adoro Bassano, la trovo a misura d’uomo, bellissima paesaggisticamente e piuttosto viva socialmente (soprattutto considerate le sue dimensioni). Ci sono delle volte, però, in cui non mi appare altro che un luogo bigotto e che mi sta stretto, e penso che dovrei trasferirmi in una grande città.
Musicalmente volevo ricreare questo dualismo: le strofe sono malinconiche ma tutto sommato spensierate, quasi felici, mentre il ritornello si fa più angusto ed è costituito dal loop della parola comfort-zone che vuole ricreare tale senso di routine.
Piccolo segreto svelato a metà: nella seconda strofa si sente un “Augh!”. Non sono io, bensì un altro cantante italiano “famoso sul web e nel mondo” (no, non è Domenico Bini) con cui era previsto un feat. Chissà chi è!
BE MY MEMORY
È un traccia ispirata a “La donna che visse due volte” di Boileau-Narcejac, lo stesso racconto che ispirò “Vertigo” di Hitchcock. Leggendo il libro – solamente dopo aver visto il film – mi resi conto di come i finali fossero piuttosto differenti, di quanto fosse più complesso il personaggio di Flavières e di come, sotto sotto, mi sentissi simile a lui. Molto banalmente, una volta ero un ragazzo spericolato e mi arrampicavo ovunque ma dopo aver fatto bungee-jumping ho iniziato a soffrire di vertigini, come il protagonista. Ma andando – o meglio cadendo – più a fondo, in quel periodo mi sentivo sull’orlo della disperazione, costantemente insoddisfatto, proprio come lui. Ho voluto allora reinterpretare liberamente quel racconto per parlare di me. Musicalmente, infatti, è un brano più spirituale rispetto agli altri, come fosse una preghiera, ed infatti si ispira alla musica gospel.
LOVE YOU ANYWAY
È un brano sull’ossessione d’amore e sull’amore non corrisposto – o meglio – un amore che, prima ancora, non trova nemmeno confronto o risposte e che perciò ti fa dannare, ti fa passare da picchi di esaltazione a picchi di tristezza. La demo si chiamava “Unrequited Love”. Il brano, con il suo mood “saliscendi”, ben si prestava per rendere musicalmente questo sentimento altalenante. Grazie al suo ritmo shuffle, infatti, le sonorità di “Love You Anyway” si discostano leggermente da quelle degli altri brani e si avvicinano piuttosto a generi quali glam rock e northern soul. Idealmente, questo brano doveva fare da colonna sonora alla scena del ballo scolastico in “Carrie, lo sguardo di Satana” al posto di “Education Blues” dei Vance or Towers.
SPEEDING FINE
Tratto da una storia vera. E’ il brano dove ho raccontato un episodio specifico in modo abbastanza didascalico, a differenza degli altri testi dove i fatti realmente accaduti sono riportati in maniera più ermetica. In questo caso, infatti, la realtà era già abbastanza surreale da poter essere raccontata così com’era, ulteriormente stratificata e condizionata dalla visione di una rappresentazione teatrale (nella fattispecie, *Romeo e Giulietta” di W. Shakespeare). Ora mi immagino una sorta di Romeo robotico (nello stile dei personaggi che animano i video dei Rondò Veneziano) con la voce vocoder e “in groppa” ad una Mustang anni 80.
RUINS AND WRECKS
Al contrario del brano precedente, “Ruins And Wrecks” è il più astratto, basato su immagini di fantasia, formule magiche e poetiche. Come suggerisce il nome, “Rovine e Relitti” è un brano “fantasmatico”: volevo ottenere un testo sullo stile di Scott Walker che rendesse l’immagine di una donna-fantasma, una femme fatale onnipresente sebbene invisibile. Racconta di un amore talmente impossibile che si auto-abbandona per poi auto-infestarsi. Inizialmente voleva essere la musica per un ipotetico “Video Party Vol. 4” di PPU ma poi ha preso vita propria ed è diventato senz’ombra di dubbio il brano maggiormente caratterizzato da quella componente post-punk/new-wave che pervade tutto il disco (soprattutto quando entra il basso elettrico sul finale).
SPIT THE SONG
A volte la vita ci porta a dare di matto. “Spit The Song” parla di tutte quelle volte in cui tocchiamo il fondo (bottom out) o perdiamo le staffe (hit the roof): è proprio in questo momento che bisogna riprendere in mano la propria vita e cercare di darle una svolta. Tramutare la merda in oro – citando il testo -, masticare la chitarra e sputare una canzone. Penso che la musica esprima il sentimento di rabbia e sconforto del testo soprattutto quando i beat si dimezza, una soluzione piuttosto atipica nel funk e comune, per esempio, nella ben più incazzata musica hardcore. Al mondo esistono persone senza ritegno: questo è un brano motivazionale che serve per mandarle a quel paese e per dare grinta, invece, a chi ne subisce le ingiustizie.
SUNLIGHT VAMPIRES
E’ un brano dedicato a tutte le persone considerate “non convenzionali” rispetto ad una presunta normalità, alle minoranze, agli emarginati e, in particolare, a tutti gli artisti e le artiste che si ostinano a fare arte nonostante essa sia considerata un extra nella nostra società e nelle nostre vite e nonostante sia spesso e volentieri “nociva” per anima e corpo, veleno e antidoto al tempo stesso. “Sunlight Vampires” sono delle creature che vivono lungo le sponde del mare nonostante la luce del sole metta in mostra le loro ombre e contraddizioni e bruci la loro pelle, così come il sale dell’acqua brucia le loro ferite e ravviva le loro cicatrici. La loro pelle appare succulenta e dolce ma cela un sangue freddo e amaro. Praticamente, il loro stesso habitat (ovvero quanto di più inospitale per loro) rende queste figure delle contraddizioni viventi. Figura che è finita inevitabilmente per “risucchiare” il mio personaggio e impossessarsi di tutto il disco. “Sunlight Vampires” è l’ultima traccia dell’album anche per questo motivo, a voler chiudere un cerchio. Il disco stesso è un atto di vampirismo: “Modern Night” è un vampiro che, per sussistere, si è nutrito del sangue di molti altri autori ed autrici dei più disparati generi musicali, dando alla luce i suoi lati più oscuri.
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