“Nella colonia penale”: la recensione in anteprima del docufilm presentato al Locarno Film Festival

Presentato ieri, giovedì 14 agosto, al Locarno Film Festival e proiettato anche stamattina al Palacinema 1 alle ore 09:00, Nella colonia penale è un racconto tacito, fatto di immagini e lunghi silenzi, diretto da Gaetano Crivaro, Silvia Perra, Ferruccio Goia e Alberto Diana. 

Un viaggio a ritroso, in un luogo lontano delle terre sarde in cui il tempo sembra essersi fermato: così si presenta Nella colonia penale, il nuovo film di Gaetano Crivaro, Silvia Perra, Ferruccio Goia e Alberto Diana presentato a Locarno nella mattinata di ieri. 

Una pellicola che ci guida verso territori vasti ed isolati, nella cui silente solitudine si consumano le vite di Mustafa e degli altri detenuti delle ultime colonie penali europee. 

Un viaggio alla scoperta di Isili, Mamone e Is Arenas, con una piccola deviazione finale ad Asinara, oggi parco nazionale. 

Saliti a bordo del piccolo veicolo (un trattore con rimorchio che funge da pulmino carcerario), ci confondiamo tra i detenuti e il nostro sguardo vaga tra quella ventina di teste e di corpi, seduti composti davanti a noi. Aguzzando la vista, cercando di scorgere qualcosa oltre lo spesso telone cerato che fa da schermo tra noi ed il mondo esterno – una barriera invalicabile che i nostri occhi non riescono a penetrare -, arriviamo, infine, alla nostra prima tappa.

Isili. 

Le colonie penali 

Retaggio di un mondo imperialista che ormai non esiste più, le colonie penali vennero legalmente introdotte nel nostro sistema nel 1930 dal Codice Rocco, nonostante la loro nascita risalisse già al secolo precedente. 

Definite come “case di lavoro all’aperto”, esse fungono attualmente da regime detentivo speciale dove i carcerati – per lo più migranti – scontano la loro pena tra segregazione e lavoro. 

Le loro giornate trascorrono lentamente, scandite dalla solitudine e da attività manuali, quali la coltivazione della terra, l’allevamento di capre e bovini, ma anche di pulizia e manutenzione della struttura, sotto lo sguardo vigile dei loro carcerieri.

Ma dove potrebbero mai fuggire? I luoghi di prigionia sono dislocati in aree estremamente lontane e difficilmente raggiungibili. Tanto da rendere impossibile, anche in caso di rilascio, l’imminente ricongiungimento con quella stessa società civile dalla quale sono stati allontanati. 

Il linguaggio del documentario 

Nonostante la presenza di quattro sguardi diversiognuno per un rispettivo capitolo del docufilm -, in fase di montaggio i registi hanno cercato di offrire una visione dal linguaggio comune.

Ed è così che nasce Nella colonia penale, una pellicola caratterizzata da numerosi stacchi e taciti silenzi, dove le inquadrature – con un angolo di ripresa celante gran parte dell’azione – si fanno vicinissime e lontanissime, ponendo l’accento su specifici oggetti e precisi gesti, pur ribadendoci sempre, allo stesso tempo, la distanza e la separazione del nostro punto di osservazione. Il quale non è mai dietro le sbarre, ma sempre al di fuori di esse. 

La colonna sonora pressoché inesistente è costruita sui suoni provenienti dal carcere e degli ambienti circostanti. 

Il belato delle capre, il frinire dei grilli e delle cicale. 
Il canto dei detenuti, per sfuggire alla noia e all’isolamento. 
Ogni mormorio, ticchettio, ronzio si contrappone al silenzio opprimente, a quel muto isolamento proveniente dalle celle. 

Da quelle stanze vuote alle cui pareti sono appesi vecchi poster e logore fotografie. Le uniche immagini che ci consentono di tracciare un identikit immaginario, il ritratto sbiadito della persona che si cela dietro quei volti indistinti. 

Evaso.
Deceduto.
Internato. 

Sono gli oggetti a raccontarci queste storie dai protagonisti senza volto, il cui passato può essere unicamente tratteggiato.  
Solo immaginato. 

Uomo-animale 

Sbarre, celle e catene. 
Reti, pareti e muri divisori, porte chiuse ed invalicabili.

Tutto, ad Isili, Mamone e Is Arenas, rimanda ai concetti di segregazione e di detenzione, contrapposti alla vastità sconfinata di tutti quei luoghi esterni dove si svolgono la maggior parte delle pesanti attività lavorative dei detenuti. 

Ambienti selvatici ed incontaminati dove il bestiame scorrazza libero, vittima di una libertà che, in realtà, è solo apparente. Presto, sul finire del giorno, anche gli animali verranno rinchiusi nelle gabbie e, col trascorre delle stagioni, attentamente osservati e selezionati.

Pronti per il macello. 

Una sorte simile a quella destinata ai carcerati, la cui maggior parte sarà confinata tra quelle mura per tutta la vita. 

Ed è questo, dunque, che accomuna in questi luoghi uomo e animale. La stessa triste sorte, la stessa condizione di prigionia, per alcuni solo più apparente. 

Ma a cui sono sottoposti.
Tutti.
Indistintamente.

a cura di
Maria Chiara Conforti

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