Il prossimo 20 agosto uscirà nelle sale italiane Locked – In Trappola, il nuovo film di David Yarovesky (L’angelo del male – Brightburn e Nightbooks – Racconti di paura). Storico sodale di James Gunn, il regista propone la sua versione del film argentino 4×4 del 2019
La storia del cinema è sempre stata costellata da remake: essi esistono fin dalla sua nascita, in forma di nuove versioni dello stesso romanzo o come rifacimenti diretti delle pellicole originarie. Basti pensare a tutte le reinterpretazioni dei mostri classici della Universal (nel caso di Dracula dovremmo cominciare addirittura da Nosferatu), o a registi come Hitchcock (L’uomo che sapeva troppo) o Michael Haneke (Funny Games), che hanno deciso di rigirare una propria opera per migliorarla.
Anche autori come Cronenberg (La Mosca) o Carpenter (La Cosa) hanno dimostrato ampiamente come una nuova versione della stessa pellicola possa risultare nettamente migliore e più aderente con la visione personale dello stesso regista.
Ma quando possiamo, dunque, affermare con certezza che ha veramente senso un remake? Senza dubbio quando il soggetto di partenza è valido e ha un margine di rilettura tale da poter permettere ad un nuovo artista di fornire una nuova versione dell’opera, che dia nuova linfa alla storia, gli permetta di collocarla in un nuovo contesto – in un nuovo momento storico – e che sia capace di stimolare nuove riflessioni.
Oggi nessuno si azzarderebbe a rifare Quarto Potere o 2001: Odissea nello spazio, perché il confronto con l’originale sarebbe di base troppo scomodo. Quindi, in un panorama saturo di idee, se la premessa è quella di dover necessariamente ripescare film già prodotti, la decisione più intelligente può senza dubbio essere attingere a storie imperfette sulle quali si può lavorare ancora molto.
Il film originale argentino
Il film originale, 4×4 di Mariano Cohn (2019) è un thriller argentino con una premessa molto semplice, ma intrigante: un ladro ruba un SUV parcheggiato in bella vista. Entrato nella vettura si rende conto che l’auto è dotata di un sistema di sicurezza inviolabile che lo sigilla e gli impedisce di uscire, diventando prigione e luogo di agonia. In tutto ciò, la pellicola utilizza sapientemente il genere di riferimento per offrirci un sottotesto sulla criminalità urbana e sul divario tra le classi.
Film come Parasite (o le opere di Bong Joon-ho in generale) hanno dimostrato che, quando si imbastisce un discorso sulle differenze tra classi, se la pellicola ha una sceneggiatura solida, sarà sempre capace di arrivare agli spettatori di tutto il mondo, nonostante la diversa ambientazione.
Il remake diretto da David Yarovesky e prodotto da Sam Raimi attinge, dunque, ad un’idea già efficace, ma sarebbe stato tanto gradito se la nuova versione avesse trovato la chiave per spostare il tutto in un contesto a stelle e a strisce in cui rendere questo divario tra classi ancora più feroce e graffiante.
Chi è David Yarovesky, il regista di questo remake
David Yarovesky è il regista di quel gioiellino del 2019 chiamato L’angelo del male – Brightburn, una reinterpretazione horror non dichiarata (ma evidente) delle origini del personaggio di Superman. Brightburn era un film molto intelligente che aveva recepito quanto i cinecomics avessero iniziato a saturare il panorama cinematografico con storie tutte uguali e poche declinazioni in generi diversi.
Curioso come la pellicola fosse stata realizzata tutta in famiglia Gunn (ora James è regista del vero Superman, attualmente in sala), perché prodotta dalla Troll Court Entertainment di James e scritto da Brian e Mark Gunn.

Yarovesky fa, quindi, parte di quella “Gunn Crew” che da sempre è associata a prodotti di nicchia, benché tutti da riscoprire: tra questi il bellissimo survival horror passato in sordina The Belko Experiment, di cui il regista ha diretto una versione VR.
Oltre a questo, ha anche girato il divertentissimo videoclip Guardians of the Galaxy: Inferno, presente nei contenuti speciali del secondo film, e ha ricoperto il ruolo di un Ravager (i pirati spaziali di Yondu) nel primo capitolo della saga.
Sempre suo anche Nightbooks – Racconti di paura (2021) per Netflix, una pellicola che non aveva entusiasmato la critica, ma risultava un interessante horror senza pretese per ragazzi ed offriva loro un ottimo entry point per avvicinarsi e scoprire il genere.
Yarovesky e Gunn sono entrambi registi con un background molto simile, provenendo dallo stesso ambiente horror/indipendente e avendo spesso collaborato insieme nei loro progetti. Nelle interviste, infatti, Yarovesky ha fatto a più riprese menzione di come il lavoro di Gunn gli abbia insegnato moltissimo, sia in ambito registico, che produttivo.
Con l’enorme successo in sala di Superman (qui la nostra recensione) è quindi lecito chiederci quanto Yarovesky abbia imparato dal nostro caro James.
Quanto è pronto ad affermarsi come regista?

La regia del nuovo capitolo
La pellicola ci catapulta in medias res nella vita di Eddie (Bill Skarsgard). Attraverso la scritta in sovrimpressione “Venerdì”, capiamo subito che la vicenda avrà luogo nella durata di una settimana circa. La musica frenetica e i rapidi montaggi alternati ci mostrano, inoltre, la disastrosa situazione economica del protagonista e ci danno rapidamente un’idea di cosa lo spingerà a tentare il furto del SUV senza troppe esitazioni.
In questa prima parte, la regia rivela subito le sue carte migliori: l’auto diventa una gabbia e un ambiente claustrofobico che non lascia alcuna via di fuga. Il veicolo è antiproiettile, insonorizzato, ha i vetri oscurati e viene in realtà controllato da remoto: ogni tentativo di fuga del protagonista sarà, dunque, subito reso vano.
L’obiettivo di William (Anthony Hopkins) è quello di spezzare la volontà di Eddie e torturarlo con ogni mezzo possibile. Il proprietario lo sorveglia con alcune telecamere e gioca con lui come se fosse un giocattolo in mano ad un bambino sadico: lo induce al digiuno prolungato, lo priva di acqua, usa l’aria condizionata per sfinirlo di caldo e di freddo e lo tortura facendogli ascoltare lo yodel fino all’esaurimento nervoso.
In tutto ciò la regia varia moltissimo, tra il notevole piano sequenza circolare dell’ingresso di Eddie nell’auto e l’utilizzo di primi piani, inquadrature più larghe, all’esterno e dall’alto, che riescono a rappresentare l’ambiente del SUV in modo dinamico, rendendo questa trappola un vero e proprio microcosmo.

L’atmosfera
Fin quando la pellicola si concentra su questa dinamica ridotta ad un solo ambiente (bottle thriller, per i più accaniti del sottogenere) la tensione resta discretamente alta. Sappiamo, ovviamente, che il protagonista dovrà comunque ricoprire gran parte del minutaggio del film, ma vederlo torturare crea una certa ansia – e anche qualche risata sguaiata, nei momenti in cui William riprenderà ad agonizzare Eddie aumentando la temperatura dell’auto e riproducendo lo yodel per tutta la notte!
Il duello verbale tra i due crea un certo pathos e risulta funzionale per descrivere la distanza sociale ed etica dei personaggi, ma l’arrivo in persona di Hopkins depotenzia di molto la tensione, rendendo troppo tangibile la minaccia, decisamente meno eterea ed inscalfibile.
Le interpretazioni degli attori sono molto valide e, sulla carta, sarebbero sufficienti a migliorare il materiale di partenza, ma la seconda parte del film (quella in cui si discosta maggiormente dall’originale), non riesce a sfruttare pienamente le tematiche di potere e moralità su cui vuole porre l’accento.

Due personaggi tanto diversi e tanto banali
La linea morale dei personaggi è troppo marcata ed Eddie, a differenza del grigio protagonista di 4×4, qui è solo una vittima in balia degli eventi e veramente troppo eticamente lontano da quel mostro irragionevole di William. Aver rappresentato i due così distanti rende la critica sociale poco approfondita e troppo ridondante. Una volta messo in chiaro il punto di vista dei due personaggi, non ci sarà alcuna evoluzione fino alla fine.
Il povero Eddie compie furti e crimini perché costretto dalla situazione sociale in cui è confinato, mentre il ricco William si erge a giudice, giuria e boia, esigendo giustizialismo con il sangue. In tutto questo, il film non si sforza di trovare il grigio in questi due personaggi, che sono – e restano – bianco e nero.
Inoltre, la scrittura insiste troppo sulle vicende personali pregresse dei due, dando la vaga sensazione che, alla fine, possa emergere una loro precedente connessione. Forse c’era ed è stata modificata? In ogni caso, gli elementi sul loro passato risultano, a fine film, solo un piccolo arricchimento in più sul loro background.
Note dolenti
A volte alcune soluzioni sono decisamente troppo pigre e la sospensione dell’incredulità è decisamente messa a dura prova. Un paio di scene risultano decisamente troppo trash, probabilmente in modo voluto, ma stemperando totalmente la tensione.
Un finale più netto e senza speranza avrebbe valorizzato maggiormente la critica al giustizialismo cieco e tiranno del personaggio di William, che risulta, invece, una minaccia temporanea e troppo abbozzata.
Tirando le somme
La percezione è quella di assistere alla visione di un direct-to-video o di uno di quei film usciti direttamente sulle piattaforme, con veramente pochi guizzi per rimanere impresso nella memoria. Per certi versi l’uso di quest’auto ipertecnologica come mezzo e luogo di tortura dà la sensazione di essere in uno di quei nuovi episodi di Black Mirror dove l’elemento cardine non è più una tecnologia lontana, futuristica, ma – al contrario – alla portata di tutti, in mano ad individui al limite del collasso psicologico.
A qualcuno potrà bastare la buona performance dei due attori – che comunque si riconfermano due volti e due generazioni di talenti iconici del cinema di genere (scontro tra Pennywise e Hannibal Lecter) – , che potrebbero sopperire alla svogliatezza e scarsa iconicità della sceneggiatura.
Per gli amanti dei thriller claustrofobici potrà risultare valido, anche grazie alla regia variegata della prima parte e per il minutaggio contenuto. Ma per chi (come il sottoscritto) ha difficoltà a valutare positivamente un remake che tutto ciò che ha di buono lo deve al film precedente, in questo caso il giudizio sarà molto meno generoso. Poiché, a mio avviso, questa nuova versione non ha abbastanza coraggio per giustificare l’operazione e per graffiare come vorrebbe.
a cura di
Alfonso La Manna

