Lo scorso 5 giugno è approdato nelle sale italiane, con mesi di ritardo rispetto alla Francia, L’amore che non muore (L’amour ouf). Il film di Gilles Lellouche, presentato in concorso all’edizione 2024 di Cannes, ha trionfato al botteghino nazionale e ottenuto ben 13 candidature ai Cesar, gli Oscar francesi. Nel cast François Civil e Adèle Exarchopoulos.

È passato circa un anno da quando L’amore che non muore (L’amour ouf) di Gilles Lellouche venne presentato in concorso alla 77° edizione del Festival di Cannes. Un’edizione che inaugurò il cammino trionfale di Anora (culminato con la vittoria di 5 Oscar), ospitò Francis Ford Coppola col suo atteso Megalopolis, confermò il talento di Coralie Fargeat grazie a The Substance e decretò il (più che discutibile) successo di Emilia Perez.

A differenza di queste pellicole, però, quella di Lellouche non ha certo beneficiato dello stesso eco mediatico internazionale. In compenso, ha potuto contare su un’entusiastica accoglienza al box office francese, superando i 38 milioni di euro di incasso.

L’amour ouf – adattamento del romanzo del 1997 “Jackie Loves Johnser OK?” di Neville Thompson – è un film sgangherato, esagerato, imperfetto, ma coinvolgente e pieno di vita. Un’esplosione di colori e musiche che va dritta al cuore. Un appassionato atto d’amore per il cinema capace di emozionare, portando in scena una storia semplice, magari non originale, ma sempre potente: quella del primo amore.

Quell’amore adolescenziale che non ti fa dormire la notte, che ti fa ridere ogni cinque minuti come uno stupido e che diventa il centro del mondo. Un amore totalizzante che ti rende invincibile e fragile al tempo stesso, che ti scalda il cuore e ti strazia l’anima. Un amore folle (“ouf” è anagramma di “fou”), proprio come quello vissuto dai due ragazzi protagonisti.

L’amore che non muore

Jackie e Clotaire non potrebbero essere più diversi. Lui (Malik Frikah), ribelle che non frequenta la scuola, incline a furtarelli ed esplosioni di violenza; lei (Mallory Wanecque), posata e studiosa, che vive con il padre, dopo la morte della madre avvenuta anni prima. Un giorno, alla fermata dell’autobus, i loro sguardi s’incrociano: è l’inizio di una storia d’amore travolgente, fatta di pomeriggi passati al fiume, di eccitanti giri in moto e liberatorie corse in spiaggia. Il tutto condito da una colonna sonora anni Ottanta che confeziona anche una bellissima sequenza musical, sulle note di A Forest dei Cure.

Ma l’amore a volte subisce brusche frenate. Clotaire entra nelle grazie di un boss locale e, in seguito a una rapina finita male, viene ingiustamente accusato di un omicidio e condannato a 12 anni di reclusione. Da quel momento, la ricerca della felicità per Jackie sarà sempre eclissata dal sofferto ricordo di Clotaire.

Clotaire (Malik Frikah) e Jackie (Mallory Wanecque)

Scontata la pena, Clotaire (adesso interpretato da François Civil) esce dal carcere, intenzionato a riallacciare i rapporti con Jackie (Adèle Exarchopoulos nella versione adulta). Scopre, però, che la donna amata ha voltato pagina e si è sposata con Jeffrey (Vincent Lacoste).

La speranza di una nuova vita si sgretola in un secondo, lasciando spazio al desiderio di vendetta verso il boss che lo ha fatto marcire in carcere per anni. Il cuore ferito di Clotaire si riempie di odio, rabbia e voglia di riscatto: inizia così una scalata al potere che lo trascina in una spirale di violenza senza precedenti.

Il trionfo dello stile

Gilles Lellouche (già regista della commedia 7 uomini a mollo) mette in scena una travagliata storia d’amore, a metà strada tra Il tempo delle mele e West Side Story, tra Scorsese e Tarantino. In un tour de force di numeri musicali, inseguimenti, sangue, sorrisi e lacrime, il film cambia continuamente pelle.

Nel passaggio dalla fase adolescenziale a quella adulta variano gli stili e i registri: se la prima metà è contraddistinta da una febbrile love story, la seconda vira su note più cupe, cimentandosi in un revenge movie sanguinoso e adrenalinico. Il tutto, però, senza mai sacrificare il ritmo del racconto, che vola via senza annoiare nonostante le quasi tre ore di durata.

La regia di Lellouche è ispirata ed estrosa (a tratti anche troppo), ricca di suggestioni cinematografiche e trovate visive di pregevole fattura – arricchite dalla splendida fotografia di Laurent Tanguy che passa con disinvoltura da colori caldi a toni più algidi – che rendono L’amour ouf un piacere per gli occhi.

Certo, l’altra faccia della medaglia è una trama poco originale e alquanto prevedibile. La scrittura, infatti, in alcuni momenti si incrina e mostra i suoi difetti: alcuni passaggi narrativi vengono semplificati, mentre la gestione dei personaggi secondari è a dir poco rivedibile. Lellouche, però, è ben consapevole di ciò che sta sacrificando: non sembra tanto interessato a cosa raccontare, bensì a come raccontarlo.

Conclusioni

Due cuori che battono all’unisono. Una storia d’amore capace di resistere al tempo, al destino, all’ingiustizia. Una giostra di stili e generi, dal musical al revenge movie, dal dramma al gangster movie. Un cast di assoluto livello e un’entusiasmante visione registica. L’amore che non muore (sceneggiato anche da Audrey Diwan, regista Leone d’oro per L’Événement) è un concentrato di potenza e delicatezza, di passione e crudeltà.

Gilles Lellouche adotta uno stile vorticoso ed eccessivo, che non lascia indifferenti. Gioca con la macchina da presa, alternando seducenti campi larghi a intensi primi piani, saltando da un genere all’altro e realizzando un’opera imperfetta, ma ambiziosa e sincera. E, come se non bastasse, stuzzica anche la fantasia dello spettatore con un intelligente doppio finale che lo invita a prendere posizione.

a cura di
Alessandro Michelozzi

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