Splice: il cult mancato di Vincenzo Natali – La retrocensione

Quindici anni fa usciva nelle sale italiane Splice. A metà strada tra Cronenberg e Alien, racconta l’ossessione di due scienziati e la creazione di un organismo ibrido, ottenuto dalla combinazione di DNA umano e animale. Il film, diretto da Vincenzo Natali e prodotto da Guillermo Del Toro, vede nel cast Adrien Brody e Sarah Polley.

Correva l’anno 2010. L’anno del Leone d’oro a Somewhere di Sofia Coppola e della Palma d’oro a Lo zio Boonmee che si ricorda le vite precedenti di Apichatpong Weerasethakul. Del commuovente Mine Vaganti e del conturbante Il Cigno Nero. L’anno della trottola di Inception e del destabilizzante plot twist di Shutter Island.

In questa ricca annata cinematografica, c’è un titolo passato in sordina. Un’opera che ha fatto parlare di sé per quello che poteva essere e non per ciò che si è rivelata: Splice di Vincenzo Natali. Un horror sci-fi che strizza l’occhio al cinema di David Cronenberg, ma che si ispira anche al mito di Prometeo e al rapporto creatore-creatura del Frankenstein di Mary Shelley.

Un sogno lungo dieci anni

Vincenzo Natali – regista di origini italiane e inglesi, ma nato a Detroit e cresciuto a Toronto – cullò il sogno di realizzare Splice per più di dieci anni, fin dal 1997, anno d’uscita del suo titolo d’esordio: Cube. Un’opera prima folgorante, che rese Natali uno dei nuovi nomi più interessanti del panorama cinematografico.

Negli anni seguenti realizzò Cypher (2002) e Nothing (2003), due film che non ebbero però lo stesso successo di pubblico e critica. Ma tutte le energie, Natali le ha sempre rivolte al suo progetto più ambizioso: Splice. Un sogno che l’ha ossessionato per anni, a cui non ha mai smesso di lavorare e che, nonostante tutte le energie impiegate, rischiava di non vedere la luce.

“Ho lavorato a Splice per anni. Finalmente le cose stavano andando per il verso giusto. Poi, all’ultimo minuto il produttore mi disse che il film era troppo costoso. Ho pensato che non sarei più riuscito a realizzarlo. Ero troppo ambizioso e in pochi erano pronti ad assumersi il rischio di produrre un film come questo”.

Vincenzo Natali

A puntare gli occhi sul progetto fu Guillermo Del Toro che, intuendo il potenziale del film, decise di scommetterci. In seguito, la casa di produzione Gaumont si interessò al progetto e finalmente nel 2009 Splice divenne realtà.

Sinossi

Clive (Adrien Brody) ed Elsa (Sarah Polley) sono scienziati genetici che lavorano per la N.E.R.D. Il loro obiettivo è quello di generare esseri ibridi da cui estrarre proteine, al fine di ottenere una cura per tumori o malattie come il Parkinson. I due colleghi, anche legati sentimentalmente, vorrebbero spingere la loro ricerca a uno stato più avanzato: combinare DNA umano e animale per creare un nuovo tipo di organismo vivente.

Nonostante il fermo divieto dei loro capi, Clive ed Elsa lavorano segretamente al progetto e dai loro esperimenti nasce Dren (Delphine Chanéac), una creatura mostruosa di sesso femminile. Quella che sembrava essere una scoperta scientifica rivoluzionaria, si rivela presto un enorme e pericoloso errore.

Da Cronenberg…

Per creare l’universo di Splice – traducibile come giunzione, accoppiamento – Vincenzo Natali ha attinto da un insieme di passioni e suggestioni che, negli anni, hanno plasmato il suo immaginario: da Alien a Cronenberg, da Frankenstein a Specie Mortale.

Abbiamo la classica figura dei mad doctors cronenberghiani – Clive ed Elsa – che, bramosi di fama e scoperta, si tuffano in una sperimentazione audace e pericolosa. Un territorio inesplorato che potrebbe condurre a importanti opportunità scientifiche per il bene dell’umanità, ma che potrebbe nascondere altrettante insidie.

Esattamente come in un film del regista canadese, ciò che comincia come un semplice esperimento si trasforma ben presto in una lotta per la sopravvivenza, dove a farne le spese non sono solamente gli stessi scienziati, ma anche l’intera comunità.

Proprio su questi binari si muove il film che, fin dalle prime inquadrature, ci conduce nelle fredde e algide stanze del laboratorio della N.E.R.D., principale location della prima metà del film e teatro delle sperimentazioni di Clive ed Elsa. Luogo di meravigliosi avvenimenti come l’accoppiamento delle creature vermiformi Fred e Ginger, ma anche di avventati salti nel vuoto come la creazione di Dren, essere ibrido ottenuto unendo DNA animale e umano.

…ad Alien

A questa impostazione cronenberghiana si aggiungono due ulteriori influenze: Frankenstein e Alien. Del capolavoro di Ridley Scott riprende il risultato grafico dell’embrione ibrido: un essere alieno dalle sembianze di un grande girino, da cui uscirà una creatura più sviluppata. A differenza di quanto vediamo in Alien, però, il mostro creato da Clive ed Elsa non viene mai celato all’occhio dello spettatore, che ne segue passo passo l’evoluzione.

Una crescita che, proprio come quella dello Xenomorfo, avviene rapidamente. Prima una creatura bipede, priva di arti superiori, con un solco che divide verticalmente il cranio. In seguito, un essere dalle sembianze più umane, ma con gli arti inferiori simili a mani e con una coda munita di pungiglione. Un corpo imprevedibile e in continua mutazione.

Un’estetica accattivante e realistica, ottenuta grazie all’efficace comparto tecnico della C.O.R.E. Digital Pictures: “Se avessimo realizzato il film dieci anni fa non avremmo avuto la giusta tecnologia – affermava il regista nel 2010 – e non sarei stato capace di gestire il soggetto”. Per Dren, inoltre, Natali aveva un’idea ben precisa: “Ho insistito affinché venissero usati effetti speciali meccanici. Non volevo che Dren fosse una creatura magica, doveva essere plausibile biologicamente”.

Del racconto di Mary Shelley, invece, Splice mette in scena il controverso rapporto tra creatore e creatura, che si manifesta prima nella generazione di Dren in laboratorio e poi nel costante monitoraggio della sua evoluzione fisica e cognitiva da parte dei due protagonisti. Uno sviluppo talmente repentino da costringerli a spostare Dren in un nuovo e isolato luogo: il fienile adiacente alla vecchia casa di famiglia di Elsa.

Proprio in seguito al cambio di location, però, la pellicola comincia a mostrare in primi segnali di cedimento narrativo, dove tutto ciò che di buono si era visto nella prima metà, viene pezzo dopo pezzo perso per strada.

Cosa non funziona

Ciò che nella prima parte rendeva il film oscuro, tetro e a marcate tinte horror, si perde piano piano nella seconda. Dal momento in cui l’azione si sposta nella nuova location, la storia inizia ad accartocciarsi su sé stessa. L’inquietudine suscitata dalla sperimentazione segreta cede il passo a uno strano triangolo amoroso tra Dren e i suoi “genitori”. La tensione che così bene era stata costruita per la prima ora, si scioglie come neve al sole.

Dopo aver ben apparecchiato tutti gli elementi, Vincenzo Natali non riesce a trovar loro la giusta evoluzione all’interno del racconto. Anzi, ne aggiunge di nuovi: dal dramma familiare di Elsa al suo desiderio di maternità, dal dubbio etico-morale di Clive alla sua morbosa attrazione per Dren.

Componenti che contribuiscono a donare nuovo spessore alla storia, arricchendo l’idea di onnipotenza dei mad doctors, che giocano a fare Dio pur non avendo i giusti strumenti per controllare le conseguenze dei loro esperimenti. Tuttavia, si tratta di troppa carne al fuoco, che la sceneggiatura non riesce a gestire, scivolando in una risoluzione banale e prevedibile.

Un gran peccato per un progetto che partiva da un’idea narrativa valida, coadiuvata da spunti visivi di pregevole fattura, da un comparto tecnico di livello – spicca la fotografia di Tetsuo Nagata – e da un ampio bacino di riferimenti letterari e cinematografici. Un progetto ambizioso che funziona per tutta la prima parte, solida e suggestiva, ma che poi mostra tutti i suoi squilibri di scrittura, incappando anche in momenti comici, come la delirante scena di sesso tra Clive e Dren, colti sul fatto da Elsa.

Conclusioni

Nonostante le evidenti problematiche che incorrono nella seconda metà e che, di conseguenza, lo rendono un prodotto incompiuto, Splice resta un film meritevole di una visione.

Vanta quell’aura tipica del film dannato, che sarebbe potuto essere qualcosa di più di ciò che si è rivelato. Suscita quella scomoda sensazione di trovarsi davanti a un grande “vorrei, ma non sono stato in grado”. Tanti buoni propositi, tanta volontà e passione, al servizio di una storia che forse, nelle mani di una mente creativa più raffinata, avrebbe potuto dar vita a un piccolo cult.

a cura di
Alessandro Michelozzi

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