“C’mon C’mon” è un tenero varco sulla genitorialità

“C’mon C’mon” è un tenero varco sulla genitorialità
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“C’mon C’mon” è il nuovo film del regista più autobiografico in circolazione, lo statunitense Mike Mills. Il lungometraggio distribuito nelle sale questo 7 aprile rappresenta una dolce speranza in un mondo in bianco e nero

Così stanchi della quotidianità, noi esseri umani ci rifugiamo spesso in quello che è da sempre lo specchio massimo delle nostre emozioni: il cinema. Ogni mese i cataloghi delle piattaforme in streaming si riempiono dei più disparati titoli mentre attendiamo l’ultimo blockbuster della Marvel pronto a sbancare il botteghino. “C’mon C’mon”, l’ultimo lavoro di Mike Mills, rappresenta l’esatto opposto di quello che il cinema odierno vuole simboleggiare.

Riesce nell’intento di essere insieme così personale ma anche profondamente comunitario. Uno scopo, questo, per nulla semplice. Il film è il racconto intimo della relazione tra un adulto ed un bambino che, dopo aver oltrepassato il muro della distanza, si ritrovano ad essere l’uno il sostegno dell’altro.

Sembra una storia come tante altre messe in scena sia dal cinema contemporaneo che del passato. “C’mon C’mon”, tuttavia, ha una capacità a cui tanti prodotti audiovisivi aspirano: quella di raccontare una verità. L’autenticità di cui il film si nutre scena dopo scena è ciò che spinge gli spettatori a continuare la visione del film, seppur esso risulti privo di reali eventi scatenanti.

Questa è la storia di una famiglia, di come il dolore ha potuto dividerla ma anche di come l’amore è riuscito a ricomporla. Soprattutto è la storia di uomo solo che, dopo tanto vagare alla ricerca del senso della vita, si accorge che questo risiede nella semplice unione familiare.

Trama

Il giornalista radiofonico Johnny, interpretato dal premio Oscar Joaquin Phoenix, viaggia per l’America intervistando i bambini su vari argomenti esistenziali. Johnny contatta sua sorella Viv con cui non comunica da quando sua madre è morta un anno prima. Johnny e Viv, a seguito di un periodo di tensione dovuto alle complicanze emotive che la perdita del genitore ha avuto su entrambi, riescono a parlarsi nuovamente grazie anche alla presenza del piccolo Jesse, figlio speciale di Viv.

Jesse è, infatti, uno spigliato ragazzino di nove anni legato visceralmente a sua madre. Quest’ultima riferisce a Johnny che suo marito Paul, nonché padre di Jesse, ha bisogno della sua assistenza e di nuove cure mediche. Infatti, l’uomo è un geniale direttore d’orchestra che, però, soffre di una malattia mentale la quale ha spesso compromesso i rapporti con la sua famiglia. Viv e Jesse, quindi, con il tempo hanno dovuto abituarsi all’instabilità di Paul e creare una loro personale quotidianità.

Johnny, nonostante non conosca davvero suo nipote Jesse, si offre di badare a lui in attesa del ritorno di sua sorella Viv. È qui che inizia per lui un inedito viaggio alla scoperta dell’incredibile e talvolta complesso mondo di Jesse. Il tempo trascorso con lui rappresenta per Johnny un’opportunità unica di vedere la vita attraverso gli occhi di un bambino la cui sfera cognitiva ed emoziale è estremamente sviluppata. Non solo, il giornalista sarà costretto, grazie allo scontro con la personalità di Jesse, a fare i conti con i suoi demoni interiori e con le sue paure seppellite.

L’unicità di un rapporto

Zio e nipote proseguiranno il percorso condiviso ben oltre il tempo immaginato. Viv dovrà rimanere ancora un po’ con Paul per accelerare la sua guarigione, così Jesse inizierà ad accompagnare Johnny nei suoi spostamenti in giro per il paese. Da New York a New Orleans il ragazzo diventa un vero punto di riferimento per la troupe e per Johnny, forse la più importante fonte di ispirazione.

Girato interamente in bianco e nero, “C’mon C’mon” procede lento nella narrazione focalizzandosi su dialoghi articolati e profondi. Le conversazioni tra Johnny e Jesse sono il fulcro più intimo del film: il confronto è il luogo indiscusso dove due anime distanti si fondono in una ritrovata affinità. Johnny e Jesse dimostrano anche nei momenti di più evidente frustrazione di essere connessi ancestralmente, come se fossero il rispettivo riflesso emotivo.

Johnny è un uomo che vive la solitudune con pacata rassegnazione, un sensibile nomade alla ricerca del più puro significato dell’esistenza. I ragazzi e i bambini sono i soggetti della sua indagine e manifestano ad ogni loro intervento una meravigliosa capacità di analizzare il presente e di volgersi al futuro. Johnny, tuttavia, trascura l’amibito amoroso per dedicarsi esclusivamente alle sue indagini.

Suo nipote Jesse, in questo, simboleggia una vera e propria ancora di salvezza. I suoi ambigui giochi di ruolo, i lunghi monologhi e i suoi capricci sono per Johnny uno stimolo a guardarsi dentro e a comprendere i suoi vuoti affettivi. Il regista Mike Mills mette in evidenza l’unicità del rapporto tra zio e nipote rendendo gli stessi assoluti protagonisti del film. Il regista concede a noi spettatori la possibilità di sbirciare nel loro universo anche quando il quadro della macchina da presa rende il campo visivo un’immagine esclusiva.

Il dolce fardello della maternità

“La materintà è il luogo nella nostra cultura in cui alloggiamo o meglio seppelliamo la realtà dei nostri conflitti, di cosa significa essere pienamente umani. Perché mai dovrebbe essere loro il compito di dipingere le cose luminose, innocenti e sicure?”

Questo è un passo tratto dal libro “Mothers: an essay on love and cruelty” che Johnny pesca dalla scrivania di Viv e legge a suo nipote in una delle tante notti insonne passate con Jesse.

Viv, il cui personaggio è volutamente accennato, funge da aiutante per la crescita di Johnny, Jesse e del loro rapporto simbiotico. Lontana da suo figlio, vittima anche lei della difficile malattia di suo marito Paul, Viv si fa da parte per poter far rinascere i suoi affetti. La donna permette loro di conoscersi piano piano, di commettere errori e di sentirsi talvolta tristi. Ma allo stesso stesso tempo li guida dolcemente verso la piena consapevolezza che l’amore che li lega è come un filo indistruttibile.

D’altronde, questo è il lavoro di una madre. Proteggere i propri figli dai mali del mondo ma renderli partecipi della cruda verità del reale. La maternità è un dolce fardello che la società scarica sulle donne le quali sono incaricate di rendere tutto più bello e felice anche quando attorno regna la distruzione. Se i ruoli s’invertono e le madri non simboleggiano più un porto sicuro per i loro figli, la familia inizia a navigare su acque tempestose.

È ciò che accade a Johnny e Viv nel momento in cui la loro madre si ammala di demenza senile e piano piano vedranno spegnere in lei la luce di un tempo ed il loro rapporto si deteriorerà inevitabilmente. Viv e Johnny si comporteranno come due estranei per un anno fino a quando Jesse entrerà di petto nella vita di suo zio.

Diamo voce ai bambini

Cosa, allora, rappresentano i bambini?
“C’mon C’mon” tramite l’espediente delle interviste vuole dar voce ai ragazzi, alle loro speranze e alle loro paure per un avvenire incerto. Jesse è bambino dolce che spesso finge di essere un orfano per poter essere coccolato e compreso. Vive in silenzio una complicata situazione familiare ma analizza, con una maturità a tratti disarmante, le sue indecifrabili sensazioni tentando di dare loro una forma coerente.

Jesse è lo strumento attraverso il quale Johnny giunge ad una tanto agognata maturità emotiva e tutto quell’amore inespresso da parte di entrambi per troppo tempo troverà una via di fuga ed assumerà un’inaspettata dimensione. Johnny e Jesse sono figli ed è in questa condizione di innocenza che risiede un punto in comune.

L’inguenuità e la purezza nei confronti del dolore delineano l’essenza più intima dell’essere figli e che, quindi, si traduce in una sorta di negazione delle responsabilità. Qual è, però, il ruolo dei figli nella costruzione sociale della maternità?

Il piccolo protagonista diventa il simbolo, talvolta, di una condizione che accomunica tutti i figli. Spesso, in quanto tali, ci si sobbarca di un indefinibile senso di colpa nei confronti dei genitori. Una colpa che può materializzarsi con la presa di coscienza che proprio noi figli siamo gli artefici della fine dell’ingenuità di chi ci ha messo al mondo.

Come se la nostra nascita rappresentasse il reale motivo di una felicità interrotta. Jesse pare percepire la sua influenza nello spazio e nelle persone che ama ma fatica ad urlare ciò che prova davvero. Per Jesse, però, la vita riserva un cambio di prospettiva ed il principale promotore sarà proprio Johnny.

L’immortalità della memoria

MiIke Millls, dopo il film “Beginners” dedicato a suo padre e “Tutte le donne della mia vita” in memoria di sua madre, decide di far spazio nella sua arte anche a suo figlio Hopper. La paternità ha messo in gioco molte delle sue convizioni e questo oscuro traballare nell’oceano dell’emozioni di genitore ha preso vita grazie a “C’mon C’mon”. Johnny, in quanto zio, rapppresenta un espiente esterno in grado di dare al regista la giusta distanza sentimentale per raccontare gli eventi e le sensazioni.

Nella sua ultima fatica, Mills affida alla memoria l’arduo compito di essere lo scrigno per l’immortalità di un amore. Jesse e Johnny sono giunti al momento della prevedibile separazione: il primo si ricongiunge con sua madre e lo zio ritorna alla sua vita da giornalista. Eppure il distacco sembra ora una dura scalata da superare ed assume le sembianze di un’ulteriore perdita.

Però, in aiuto ai due protagonisti, arriva il registratore di Johnny, antico contenitore di memorie passate. Grazie alle storie raccontate da suo zio tramite il recorder, Jesse potrà ascoltare i momenti trascorsi con lui anche quando sarà troppo grande per poter ricordarsene. La memoria è, allora, il modo di emanciparsi da una posizione precaria e raffigura il finale ultimo dove convergere tutti i desideri di rivincita.

Ricordare è un doveroso atto umano che, condiviso con il prossimo, si trasforma in un atto d’amore.

Come sarà il futuro?

Nella dimensione senza tempo del bianco e nero, “C’mon C’mon” si dimostra come uno dei film più emozionanti e ben confezionati di quest’anno. La fotografia insieme ad un sonoro ora assordante ora delicato regalano al lungometraggio un’atmosferma onirica rendendolo un lavoro coinvolgente, riflessivo e denso di stimoli sensoriali.

Mills sfrutta i rumori delle città, del mare e della gente comune come sonorità inedite ma contemporaneamente mette in mostra le voci dei suoi personaggi, focalizzando l’attenzione degli spettatori sui loro dialoghi. È qui che fiorisce l’affetto tra i due protagonisti, in uno scambio equo e giusto tra due indole differenti.

“C’mon C’mon” lascia grande spazio alle riflessioni dei ragazzi intervistati e a considerazioni sulla loro posizione nel mondo. Nello scontro epico tra gli ottimisti che vedono nel futuro una possibilità di riscatto e i pessimisti che non credono nella realizzazione di una realtà più onesta, più pulita, ciò che noi spettatori possiamo fare per poter dare una struttura solida alle contrastanti sensazioni date dal film è porci delle domande.

Continuare, quindi, ad essere curiosi verso la vita e le sue mille sfaccettature e ad abbracciare i venti relazionali che le circostanze della realtà, a volta, esibiscono. Alla luce di quella che è la realtà odierna, per noi stessi, per i nostri figli e per i nostri genitori continuamo ancora ad interrogarci e magari, proprio come fa Johnny con i bambini di “C’mon C’mon”, a domandarci: come sarà il futuro?

Solo allora, con empatia e tenerezza, forse, si potrà davvero cambiare.

a cura di
Noemi Didonna

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