Untitled dei Sault: ogni rivolta merita un nome

Untitled dei Sault: ogni rivolta merita un nome
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I Sault sono un collettivo musicale britannico di cui non si conosce volto ma sono chiare le intenzioni. Nell’arco di 17 mesi hanno fatto uscire quattro album, rispettivamente 5, 7, Untitled (Black Is) ed Untitled (Rise). Il loro debutto è stato giudicato dal Guardian come eccezionale, considerando il collettivo tra i migliori ad unire il funk, il boogie dei primi anni ’80 ed il soul, rivelandosi uno splendido omaggio a quei generi musicali.

Nonostante questo, i Sault evitano l’interazione con i media. Se poi vai a scavare, trovi che di il produttore è Dean Josiah Cover, in arte Inflo (noto per aver collaborato con Tom Odell e i Portugal. The Man e per vari artisti della scena londinese R&B), Cleo Sol autrice e voce femminile della maggior parte dei brani, Kid Sister è una rapper di Chicago a cui si affidano le parti parlate, ed i featuring sono Michael Kiwanuka e Laurette Josiah.

Ed è davvero tutto quello che si sa di loro, ma è anche tutto quello che serve sapere. Perché laddove il messaggio è così importante, un volto può anche non essere necessario e si può lasciar parlare la musica. 

Untitled (Black Is)

Un pugno al cielo. Questa la copertina del primo senza titolo dei Sault a ridosso dell’ennesima violenza di matrice razzista. “Vi presentiamo il nostro primo album senza titolo per segnare un momento storico in cui noi persone nere e di origine nera lottiamo per le nostre vite. RIP George Floyd e tutte le vittime della brutalità della polizia e del razzismo sistemico. Il cambiamento sta avvenendo… siamo concentrati.” dichiarano all’uscita del disco.

Neo-soul, R&B, funk, spoken words, afrobeat, gospel, a volte pop, a volte dub, a volte elettronica. Anni di black music concentrate in 20 tracce. La critica acclama il disco e si capisce presto perché. Una commistione che sembra confusionale ma che viene guidata da strutture ordinate e da semplici e potenti testi.

I Sault ereditano l’impegno sociale di Nina Simone con I Wish I Knew How It Would Feel to Be Free, di Marvin Gaye con What’s Going on, di Fight the Power dei Public Enemy e di tanti altri. E lo fanno bene.

Black is safety, Black is benevolence, Black is granny, Black is aunty.

Untitled (Rise)

A dodici settimane dal precedente senza titolo, Untitled (Rise) fa la sua comparsa nella scena musicale londinese. Se Black is raccontava di radici forti, di soppressione e violenza, con l’intenzione di denunciare al mondo le ingiustizie tramite l’arte, Rise vuole essere una luce nel buio per chi vive nella paura. Consapevolezza, fede, unione. Queste le qualità trasmesse dal secondo Untitled, album nel quale non vi è più infatti un pugno alzato al cielo, ma due mani congiunte in segno di preghiera. 

Lo standard musicale si conferma alto, l’eclettismo anche: dal funk di Free, al post punk, boogie anni ’80 di Son Shine, al soul di Uncomfortable. Le strutture dei brani, conditi da special, intermezzi e interludi, mettono interpretazione e messaggio al centro, con una cornice musicalmente sempre varia.

Il dualismo tra rabbia e speranza è evidente nei due interludi Rise e Rise Intently: nel primo l’invito è quello di svegliare la mente dal torpore. Nel secondo invece un coro quasi militare invita gli uomini e le donne nere a stare insieme, di non farsi più derubare, di non vedere più un fratello soffocare. 

Ogni canzone meriterebbe un’approfondimento a parte, in quanto i generi e le combinazioni si mescolano. La ricchezza musicale è palese in Fearless nel quale lo scontro fra archi e bassi si quieta con la voce di Cleo Sol, oppure in  I Just Want to Dance, dove percussioni serrate uniscono la wamba all’qcid jouse, con campionamenti vocali e linee melodiche semplici.

Il disco chiude con Little Boy, un brano dalla qualità inestimabile: un racconto alle future generazioni, un invito a non perdersi nella rabbia, a farsi sempre le domande giuste, a non avere paura del cambiamento. Untitled (Rise) Non fa passi indietro, ma cambia l’andatura: ne troviamo le radici in Forgive Them Father di Lauryn Hill e Living for the City di Stevie Wonder, per citarne alcuni.

Little boy, little boy when you get older
You can ask me all the questions
And I’ll tell you the truth about the boys in blue.

Untitled (odio, amore, meraviglia)

Untitled (Black is) e Untitled (Rise) prendono a piene mani da anni di black music, ma non la copiano. È un compendio del meglio che attraversa decenni di storia, con un’ampia gamma di sottogeneri. Rielaborano la musica e la arricchiscono di significati nuovi, forti. Le influenze, le parole, la varietà pizzica ogni angolo sensibile della pelle, senza farla stancare, senza farle perdere colore. Accompagnano una generazione verso una consapevolezza difficile di accettare, con il sentimento più puro che c’è: la musica. 

Il consiglio è quello di far partire la prima traccia di Black is e di lasciarsi trasportare fino all’ultima di Rise. La varietà in questo caso è ricchezza, i messaggi un testamento per chiunque voglia rendere questa società più eguale. Nella nostra epoca digitalizzata il voler mantenere l’anonimato, il non esibirsi in concerti o rilasciare dichiarazione è una scelta molto particolare. Così come lo è fare uscire 2 dischi a distanza di pochi mesi. Così come lo è il non dargli un nome.

L’indifferenza è un male da estirpare, come il torpore che annebbia le nostri menti ogni volta che una palese ingiustizia si palesa davanti ai nostri occhi. Ma come mai “Untitled“? I senza titolo hanno un sottotitolo che ne descrive un senso più profondo, una narrazione che differenzia i due dischi.

Questo forse a farci intendere che un senza titolo non può esistere. Che ogni cosa, buona o cattiva che sia, merita un nome. Allora una silenziosa violenza diventa razzismo, la discriminazione in ogni sua forma diventa odio, il risveglio di migliaia di coscienze diventa amore. E questi due dischi sono meraviglia. Una domanda, nel brano Uncomfortable, ce lo spiega meglio:

How do you turn hate to love?

a cura di
Nicolò Angel Mendoza

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Nicolò Angel Mendoza

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