The Ugly Stepsister – la recensione in anteprima del body horror che ribalta la fiaba di Cenerentola

The Ugly Stepsister riscrive la storia di Cenerentola in salsa body-horror, ma offrendoci il punto di vista di una delle sue sorellastre. Il film norvegese è l’esordio promettente della cineasta Emilie Blichfeldt, che porta avanti un discorso sulla bellezza iniziato solo l’anno scorso con The Substance. Distribuito in Italia da I Wonder Pictures, sarà nelle sale da domani 30 ottobre.

Gli ultimi anni hanno offerto senza ombra di dubbio terreno fertile per le nuove proposte del cinema horror. Solo l’anno scorso The Substance aveva riacceso grande interesse tra gli appassionati alla ricerca di nuovi titoli capaci di riprendere le suggestioni del cinema di David Cronenberg e reinterpretarle in una nuova forma.

E proprio parlando di body-horror, solo all’inizio di questo mese è uscito nelle sale italiane Together, film che continua a percorrere la strada che l’eccellente pellicola con Demi Moore ha inaugurato: quella percorsa da nuovi autori che vogliono utilizzare il corpo e le sue mutazioni, per raccontare condizioni e disagi esistenziali.

La fiaba in chiave horror

È in questo scenario, dunque, che trova spazio The Ugly Stepsister, l’horror che segna l’esordio al lungometraggio della regista norvegese Emilie Blichfeldt. La pellicola si pone l’ambizioso scopo di rinarrare la favola di Cenerentola dei Fratelli Grimm, sovvertendola. Cenerentola non è più l’eroina di questa storia, ma si dà spazio al punto di vista di Elvira, la sua sorellastra.

Un’operazione non così sconsiderata, se si pensa al suggestivo e convincente risultato ottenuto da Oz Perkins nel suo Gretel e Hansel (2020), che aveva dimostrato quanto il tono già di per sé molto spaventoso e oscuro delle fiabe del duo tedesco, si prestasse benissimo a reinterpretazioni macabre.

Dimentichiamoci quindi Winnie-the-Pooh – Sangue e miele e tutti quei tentativi trash a bassissimo budget, realizzati per destare scalpore intorno a stravolgimenti dei personaggi dei lungometraggi animati Disney. Qui si torna alla matrice del racconto dei Grimm, e lo si fa con un intento produttivo di alto livello.

La trama

Nello cornice ottocentesca – che scherzosamente definiremmo alla Bridgerton – conosciamo Elvira: una giovane ragazza che si smarrisce in fantasie d’amore, leggendo il libro di poesie scritto dal suo amato principe Julian. Nella realtà, la giovane è in viaggio con sua madre Rebekka e sua sorella Alma verso il regno di Swedlandia: qui la sua famiglia si unirà a quella del nobile Otto e sua figlia Agnes (la nostra Cenerentola).

Giunte a destinazione, Elvira rimane subito folgorata dalla bellezza della sua futura sorellastra e un sentore di invidia inizia a crescere in lei.

Ma la tragedia ha subito inizio quando, la sera stessa del matrimonio tra Rebekka e Otto, quest’ultimo perde improvvisamente la vita dopo un brusco mancamento d’aria, seguito da malore. In un impeto di rabbia Agnes rivela e Elvira che dietro il matrimonio c’erano solo interessi economici da parte del padre, che però non era a conoscenza del fatto che il medesimo intento fosse anche quello di Rebekka, che lo aveva ingannato dimostrandosi molto più facoltosa di quanto non fosse davvero.

La tirannia della bellezza

La novella famiglia si ritrova quindi così espropriata di numerosi beni e sul lastrico finanziario, a meno che una delle donne di casa non riesca a mettere le mani sul patrimonio di un altro uomo ricco. Elvira si propone per l’impresa, ma la madre stronca subito i suoi sogni, ricordandole che brutta così com’è, nessun uomo la degnerebbe neanche di uno sguardo.

Il tempismo vuole, che la mattina dopo il principe Julian emetta un comunicato, annunciando che entro 4 mesi si terrà un ballo a cui tutte le fanciulle nobili in età da marito sono invitate. Reputandola un’opportunità perfetta, sia Elvira che Agnes lasciano i loro nominativi per l’invito.

Ma le parole della madre Rebekka pesano su Elvira come macigni. Desiderosa di fare qualunque cosa pur di essere perfetta agli occhi del suo – forse – futuro marito, inizia a sottoporsi alle terribili operazioni chirurgiche del Dr Esthétique, che le propone operazioni sempre più brutali per raggiungere l’aspetto che desidera a tutti i costi.

Elvira è la vera vittima di questa versione

Che sia la versione del Classico Disney o quella della fiaba originale, oggi pensiamo al personaggio di Cenerentola come a quello di una ragazza succube della matrigna e delle sue sorellastre. Ma l’ottima intuizione di The Ugly Stepsister è quella di offrirci il punto di vista di Elvira, che diventa qui vittima di sé stessa e di un sistema che la fa sentire perennemente inadeguata secondo dei canoni di bellezza.

Come già aveva fatto The Substance, il body-horror diviene il linguaggio perfetto per raccontare l’ossessione e la ricerca della bellezza assoluta, più per l’approvazione degli altri che per sé stessi. In questa versione marcia e putrida della fiaba, la chirurgia estrema, lo smarrimento della propria identità e la violenza efferata prendono piede lungo tutto il percorso che Elvira compie prima di quell’agognato ballo a corte.

La protagonista, interpretata da una sorprendente Lea Myren al suo primo debutto sul grande schermo, è assolutamente convincente e dimostra di essere uno dei più grandi valori di questa pellicola. La vediamo progressivamente evolversi e, seppur consapevoli della finzione scenica, ci meravigliamo nel confrontarla così trasformata tra l’inizio e la fine della pellicola.

Notiamo come sia sempre più determinata ma anche fuori controllo, perché non le bastano più gli interventi chirurgici, ma decide di andare ancora oltre facendo di testa sua.

*** Attenzione, spoiler alert! ***

Per contrastare la sua opprimente dismorfia decide di ingoiare un uovo di tenia solo per permettere al verme di parassitare quello che ingerisce e perdere peso velocemente. Un momento che in prima battuta può sembrarci fin troppo esagerato, ma a mente lucida non troppo lontano da chi oggi finisce ad abusare dell’Ozempic, solo per dirne una.

Carne, fame e profonda vergogna

La regia di The Ugly Stepsister decide di raccontare una storia che ha il suo focus nei corpi e nell’idea di canoni di bellezza, senza mai sottrarsi dal mostrarceli nella loro tutale nudità. Tanti sono i momenti di nudi che vengono messi a confronto dallo sguardo della protagonista, la quale ripudia totalmente il suo corpo. La regista insiste sui dettagli delle natiche, degli intimi, delle pieghe della pancia, in modo così viscerale e invasivo da turbare quasi più che nelle scene di chirurgia.

E la stessa attenzione la dedica al cibo, sempre sotto gli occhi di Elvira. Dal primo momento in cui vediamo una tavola imbandita, la regia non smette mai di evidenziare il suo complicato rapporto con esso, quel suo disturbo alimentare da manuale. Da zuppe sciape servite come cene per constringerla a perdere peso, a dolci che la sorellastra mangia di nascosto in gran segreto, ogni scena che la vede coinvolta con il cibo crea malessere e turbamento.

Un viaggio in bilico tra sogno e totale disillusione

Ma che sia per un certo gusto macabro o per l’effettivo valore di esse, le scene di chirurgia sono a mani basse quelle più efficaci della pellicola. Queste non indugiano mai di fronte alla violenza e per questo non deludono le aspettative. Messe in scena con una brutalità agghiacciante, sfidano la soglia del disgusto in un paio di momenti. Nonostante siano relativamente poche, sono sempre memorabili e ben dirette.

Altre sequenze dove la regia di Emilie Blichfeldt si rivela interessante sono quelle dove sono messi in scena i vari momenti onirici di Elvira, quando la sorellastra si immagina a cavallo del suo amato principe. Sempre contraddistinti da un forte gusto ironico, grazie all’uso di una fotografia luminosissima e a sonorità elettroniche da videoclip, che stridono con quanto vediamo nella realtà.

Ma anche nel corso della vicenda, quando la scena si muove nella brutale realtà, funziona benissimo il contrasto che si crea tra l’utilizzo di varie sonorità “fiabesche” – che comprendono arpe e vari strumenti armoniosi – e le altre più stridenti, rappresentanti la distruzione psicologica di Elvira.

La fotografia, invece, è uno dei fiori all’occhiello della pellicola, che risulta sempre curatissima e suggestiva. Il suo utilizzo è estremamente d’impatto e si nota come questa privilegi sempre (quando possibile) le luci naturali. Offrendo il massimo negli ambienti esterni, sempre ritratti con toni freddi, desaturati e grigi. La quasi assenza di contrasti in questi ambienti permette di creare una perfetta atmosfera di malinconia e gelo, che trasporta gli ambienti dei castelli fiabeschi in una realtà desolante.

Considerazioni finali

The Ugly Stepsister è stata una piacevolissima visione che si è aggiunta alla proposta di quest’anno, già molto interessante.

Non è un film esente da difetti e infatti nella fase finale sembra che la pellicola acceleri un po’ troppo bruscamente, lì dove qualche sequenza in più avrebbe potuto elevarlo a grande film e fare la differenza. Inoltre va sottolineato che con tale regia e fotografia così tanto d’impatto, un paio di momenti con una CGI traballante hanno un po’ stonato con quello che fino a quel momento era un comparto tecnico solidissimo.

Le scene memorabili ci sono e lasciano il segno, ma si ha il sentore che con una maggiore ferocia si potesse davvero replicare un risultato simile a quello di The Substance, nonostante probabilmente dietro ci siano intenti diversi.

Pensare che questa sia unopera prima mi lascia invece molto colpito e desideroso di vedere i prossimi lavori della regista, che senza dubbio ha conquistato il mio interesse.

a cura di
Alfonso La Manna

Seguici anche su Instagram!
LEGGI ANCHE – Dracula – l’amore perduto: la recensione in anteprima
LEGGI ANCHE – Chainsaw Man – Il Film: La storia di Reze, la recensione in anteprima

Related Post