Chainsaw Man – Il Film: La storia di Reze arriva nelle sale italiane il 23 ottobre con Eagle Pictures. Il nuovo film dello Studio MAPPA adatta uno degli archi narrativi più belli e intensi dell’opera di Tatsuki Fujimoto. Sequel diretto della prima stagione dell’opera, il film continua la storia di Denji con un comparto tecnico spettacolare completamente rivisto per l’occasione.
Fino a qualche anno fa, quando anime famosi sbarcavano al cinema lo facevano per proporre al grande pubblico storie alternative e non canoniche con la storia principale, operazioni che Dragon Ball, Naruto, One Piece e Lupin hanno fatto per anni. Erano film sicuramente destinati a un pubblico preciso, ma che non richiedevano conoscenze enciclopediche dei personaggi, permettendo così anche a nuovi spettatori di approcciarsi a quei mondi.
Oggi, però, i media sono profondamente cambiati e viviamo in un momento dove cinema e serie tv sono sempre più in dialogo: basti pensare a come i Marvel Studios negli ultimi anni abbiano ramificato i loro prodotti su entrambi i media e proposto un modello di continuity assolutamente impensabile anni fa.
Nel panorama degli anime, il punto di svolta è stato sicuramente il successo planetario di Demon Slayer – Mugen Train, film che non si presentava né come storia originale autonoma, né come finale di serie, ma come vero e proprio sequel diretto della prima stagione animata e che avrebbe fatto da ponte poi per la seconda.
Il suo successo ha dimostrato, innanzitutto, quanto la cultura anime non sia più solo di nicchia, ma anche quanto il climax di un arco narrativo di un manga si possa adattare perfettamente al linguaggio cinematografico. Il tutto grazie anche alla disponibilità di mezzi economici più ingenti e a una qualità visiva ben più alta e curata.
Dopo Mugen Train, film che narrativamente si ponevano come sequel di intere stagioni animate sono iniziati a fioccare e la serialità degli anime è tornata in sala anche con Jujutsu Kaisen 0, con The First Slam Dunk, con Attack on Titan: The Last Attack, e sicuramente tra questi non poteva mancare anche Chainsaw Man.

Chainsaw Man e Tatsuki Fujimoto
Chainsaw Man è oggi uno dei manga più significativi di Shonen Jump degli ultimi anni. Serializzato dal 2018 e tuttora in corso, l’opera ha saputo conquistare fin da subito il cuore dei lettori, grazie alle sue atmosfere che mescolavano humor grottesco, horror e mistero, all’enorme profondità psicologica dei suoi personaggi. Grazie alla scrittura anarchica e imprevedibile di uno dei mangaka più audaci e interessanti dei nostri tempi, Tatsuki Fujimoto.
Nel 2022 Studio MAPPA decide di adattare i primi volumi della serie in una stagione animata. Un’operazione che racimola grande successo e quello rappresenta il primo passo nelle trasposizioni delle opere di Fujimoto. L’autore, classe 1993, in pochi anni ha già pubblicato una produzione di altissimo livello tra serie brevi e lunghe. Dopo l’anime di Chainsaw Man si sono dunque accesi i riflettori su di lui e sulle sue opere da adattare. Arriva così il meraviglioso film d’animazione Look Back (2024) dello Studio Durian, tratto dal suo volume omonimo, e la produzione di Tatsuki Fujimoto 17-26, miniserie animata in uscita il prossimo 7 Novembre, che racconterà le sue storie brevi, ognuna realizzata da uno studio diverso.
MAPPA non poteva certo sottrarsi dal capitalizzare il successo di Chainsaw Man e del suo autore, e decide di seguire il trend degli ultimi anni e proporre l’arco narrativo de La Storia di Reze nel formato cinematografico. Capitoli significativi per il manga, dalla portata estremamente drammatica, che evidenziano benissimo il talento di Fujimoto nel raccontare la storia di Denji.
Una storia che seppur legata agli eventi precedentemente narrati, si basa principalmente sul rapporto che si instaura tra il protagonista e Reze, una misteriosa ragazza che incontra quasi per caso. Un capitolo della storia perfetto da proporre come arco narrativo compatto e per creare un evento cinematografico legato al fenomeno Fujimoto.

La trama
Chainsaw Man ha luogo in un mondo infestato da Diavoli, creature che nascono dalle paure umane. Maggiore è il timore che le persone hanno di queste e maggiore sarà il potere detenuto dai demoni.
Nella prima stagione, il protagonista Denji stringe un patto col diavolo Pochita e diventa l’uomo motosega. Viene poi reclutato da Makima, il capo dei Devil Hunter della Pubblica Sicurezza che lo arruola e lo assegna in team con i compagni Aki e Power, per metterlo sulla pista della più grande minaccia in circolazione, il Diavolo Pistola.
Denji, insieme alla sua squadra, inizia a farsi strada contro le prime minacce, e a lasciarsi alle spalle la sua vecchia vita di miseria e degrado. Dopo gli scontri visti nella serie animata, il film ha inizio quando Makima, che Denji desidera incondizionatamente, gli concede un appuntamento al cinema per ringraziarlo degli sforzi che sta compiendo per la causa.

Quando ormai crede di essere innamorato perso di Makima, una sera cercando riparo sotto la pioggia, fa la conoscenza di Reze, una misteriosa ragazza con cui ha subito un’intesa magnetica.
Tra i due nasce una profonda connessione, ma nell’aria c’è qualcosa di più. Quella che sembra essere una semplice storia d’amore si trasforma in un confronto esplosivo. Reze, infatti, nasconde un segreto che potrebbe cambiare totalmente la posta in palio.
In una parabola intensa di emozioni e violenza, Denji si troverà testa al muro nello scontro più difficile che si sia mai trovato ad affrontare, dove in ballo ci saranno la sua sopravvivenza e il suo cuore.

Denji, topo di campagna costretto a vivere da topo di città
Dietro la facciata dell’azione e dell’adrenalina, Chainsaw Man vuole parlare in modo sincero della crescita e dell’evoluzione di Denji, essere il suo coming of age. E nel raccontare questo capitolo importantissimo del suo percorso, il film fa espressamente riferimento alla favola di Esopo de Il topo di città e il topo di campagna come metafora della condizione di Denji e Reze.
Senza dubbio ci troviamo davanti a un personaggio meraviglioso e uno dei migliori dell’attuale panorama di manga e anime. Denji è un bambino mai realmente cresciuto, intrappolato nel corpo di un sedicenne. Un personaggio estremamente malinconico che in passato ha patito la fame, vissuto la miseria che lo ha portato addirittura a essere un barbone e a vendere i suoi organi pur di racimolare qualcosa. Non ha mai avuto una scolarizzazione, né tantomeno ha avuto modo di civilizzarsi o fare esperienze formative nella vita.
Decide di unirsi alla Pubblica Sicurezza solo per assicurarsi quelle cose che non si è mai potuto permettere. Non ha grandi sogni e ambizioni, vuole solo avere una vita normale, di semplici gioie che non ha mai potuto avere, un tetto e dei pasti, che come gli dice la stessa Reze sono il minimo indispensabile che chiunque dovrebbe avere in Giappone.
La sua indole è da vita sicura da topo di campagna, ma la sua condizione lo costringe a tutt’altro pur di garantirsi quel poco che desidera.
Fino a quel momento è stata una persona che si è sempre sentita rifiutata dalla vita e dalle opportunità, ma ora rischia la pelle ogni giorno con il suo lavoro. Tutti vogliono strappargli il cuore da diavolo motosega, ma nessuno vuole il suo in quanto persona.

D’altro canto, oltre a far suscitare una profonda empatia e malinconia per lui, il comportamento di Denji è sempre anche grande motivo di umorismo e momenti di grande scoperta. Perché lo vediamo con i suoi innocenti occhi da bambino che sta scoprendo il mondo reale per la prima volta, reagire con grande sorpresa a cose che noi oggi diamo per scontate nella vita di tutti i giorni.
Il suo incontro con Reze è importante perché lo mette di fronte a una persona tanto simile a lui, ma che lo porta a riflettere su quelli che sono i suoi reali sogni: come sarebbe per lui fuggire alla ricerca di una vita diversa?

Fujimoto imprime in Chainsaw Man il suo immenso amore per il cinema
A proposito di vedere Denji mentre fa le sue prime esperienze, quando Makima a inizio pellicola gli concede il primo appuntamento, questo si rivela essere al cinema. Ma non un semplice cinema, ma una maratona lunga tutto il giorno che comprende un film per ognuna delle sale della città.
Se le prime pellicole che vedono non sembrano essere un granché, la sorpresa si rivela essere l’ultimo film della giornata che guardano insieme.
In un momento del tutto metacinematografico, vediamo Denji per la prima volta nella sua vita comprendere la magia del cinema e la potenza sensoriale di vivere un ricordo che può rimanerti impresso per sempre. Si percepisce tantissimo quanto si voglia dare importanza a un momento come questo, e fa pensare anche tanto a quanto gli scontri violenti della serie diano ancora più forza a questi momenti di quotidianità. Perché lo scopo di quelle battaglie è proprio poter difendere e preservare la serenità e la gioia di una vita così. Una vita dove l’autore ci tiene a ricordarci l’importanza dell’esperienza della sala.

Se l’amore di Fujimoto per la Settima Arte traspariva già dalle pagine del fumetto, quando utilizzava le vignette con un forte gusto cinematografico, in questo film vediamo queste scene prendere vita. Ci si rende conto di quanto l’autore avesse piena padronanza e conoscenza del linguaggio filmico, anche scovando citazioni insospettabili disseminate dappertutto. Citazioni sottili che spaziano da quella raffinata di 8 e 1/2, presente nella bellissima intro musicale, ad altre estremamente più tamarre come quella al cult trash Sharknado a cui è impossibile non pensare nella spettacolare battaglia finale.
Un po’ come nelle opere di Tarantino, scoviamo quindi un linguaggio postmoderno che mescola mille influenze per un risultato finale originalissimo ed estremamente accattivante e pop.

Un comparto tecnico sorprendente e completamente rinnovato per l’occasione
Seppur la prima stagione dell’anime fosse oggettivamente una serie di buona fattura, c’erano dei problemi che non la rendevano un perfetto adattamento dell’opera. Perché quest’ultima non coglieva l’identità anarchica del suo autore, del suo tratto sporco e imperfetto. Si era scelto piuttosto un character design troppo generico e pulito, e un uso troppo massiccio di computer grafica che avevano appiattito uno stile così altamente riconoscibile.
A ciò si affiancava anche la scelta di una palette cromatica troppo desaturata e lontana dalle atmosfere psichelediche e caotiche del fumetto, che non rendevano giustizia al tono esplosivo che ci si sarebbe aspettati.
Con grandissima sorpresa questa volta, il regista Tatsuya Toshihara e il resto dello staff – rimasto invariato dalla prima stagione – prendono tutto ciò che non funzionava prima e lo trasformano nei più grandi punti di forza di questa pellicola.
La Storia di Reze ha, fin dal primo minuto, una direzione artistica sorprendente. La pellicola è ben diretta e ha delle animazioni incredibili, il tono anarchico di Fujimoto è percepibile fin dai primi minuti, appena si assiste alla meravigliosa intro sulle note di Iris Out, un tripudio visivo di immagini e di psichedelia sensazionale.

La regia più classica della serie qui lascia spazio ad una che è sempre in evoluzione. Troviamo un uso di CGI questa volta ridotto al minimo, e scontri spettacolari dove si dà sfoggio di animazioni che regalano momenti mozzafiato. Se prima Denji trasformato non era il massimo della fluidità e della bellezza, adesso siamo di fronte a un risultato perfetto.
Ma tutto il character design dei personaggi è stato completamente rivisto per avvicinarlo il più possibile allo stile di Fujimoto. I visi troppo definiti e levigati della serie animata vengono abbandonati a favore di volti più stilizzati, ma vivacissimi e coloratissimi. Bellissimi nella loro imperfezione.

In definitiva
Chainsaw Man – Il Film: La storia di Reze, riesce egregiamente nel compito di trasporre nel linguaggio cinematografico uno dei climax narrativi più belli e impattanti dell’opera.
Dopo la meraviglia visiva dello spettacolo e dell’adrenalina provata, a fine pellicola ci si rende nuovamente conto della complessità psicologica dei personaggi di Fujimoto, mai inquadrati tra bianco e nero, divisi tra mille scale di grigi.
Rispetto a film recenti come Demon Slayer – Il Castello dell’Infinito, poco fruibili da chi arriva sprovvisto della visione della serie madre, questo film – con un po’ di elasticità mentale – può riuscire a conquistare anche chi conosce questi personaggi per la prima volta. Certo non si avrà una totale comprensione al 100% di tutte le dinamiche e delle sfumature, ma non si potrà rimanere indifferenti verso questi personaggi.
L’arco di Reze riesce infatti a essere molto autonomo e potenzialmente fruibile per tutti, con l’unico limite – in quanto sequel della prima stagione – di avere una storia pregressa che non viene riassunta e data per scontata.

Nonostante chi ha già letto il manga sia a conoscenza dei punti di forza che la storia ha in questa fase, il film in solo un’ora e quaranta riesce comunque a sorprendere con la sua dinamicità ed emozionare profondamente. A fine pellicola si rimane con un amaro devastante e la voglia matta di vedere il continuo della storia, soprattutto ora che ci viene raccontata con un comparto tecnico che al meglio delle sue possibilità valorizza l’opera di Fujimoto.
Il manga ora è molto avanti nella sua pubblicazione e probabilmente anche nella sua fase finale. Sale quindi la curiosità per vedere come Studio MAPPA deciderà di proseguire questa storia, se con un ritorno al formato televisivo o con nuovi appuntamenti in sala.
Vederlo in questa veste e con questa qualità fa aumentare la voglia di vederlo ancora al cinema e magari di vedere trasposti così anche Fire Punch e Goodbye Eri, altri capolavori di Fujimoto che meriterebbero assolutamente adattamenti di questo livello.
a cura di
Alfonso La Manna

